<?xml version="1.0" encoding="utf-8"?><FictionBook xmlns="http://www.gribuser.ru/xml/fictionbook/2.0" xmlns:l="http://www.w3.org/1999/xlink"><description><title-info><genre>sf_fantasy</genre><author><first-name>Ursula</first-name><last-name>Le Guin</last-name></author><book-title>Il mago di Earthsea</book-title><date value="1979-05-01">1979</date><coverpage><image l:href="#cover"/></coverpage><lang>it</lang><src-lang>en</src-lang><translator><first-name>Roberta</first-name><last-name>Rambelli</last-name></translator><sequence name="Earthsea (it)" number="01"/></title-info><src-title-info><genre>sf_fantasy</genre><author><first-name>Ursula</first-name><last-name>Le Guin</last-name></author><book-title>A Wizard of Earthsea</book-title><date value="1968-01-01">1968</date><lang>en</lang><sequence name="Earthsea" number="01"/></src-title-info><document-info><author><nickname>Verdi1</nickname></author><program-used>Fiction Book Designer, FB Editor v2.0, fb2cut 2.5.4, fb2cut 2.6.2</program-used><date value="2010-02-05">05.02.2010</date><id>FBD-7C7F19-A1A7-4746-3487-3545-A479-3EDB18</id><version>1.0</version></document-info><publish-info><book-name>Il mago di Earthsea</book-name><publisher>Nord</publisher><city>Milano</city><year>1979</year><isbn>88-429-0469-4</isbn></publish-info></description><body><title><p>Ursula�Le Guin</p><p>Il mago di Earthsea</p></title><section><epigraph><poem><stanza><v>Solo nel silenzio la parola,</v><v>solo nella tenebra la luce,</v><v>solo nella morte � vita;</v><v>fulgido � il volo del falco</v><v>nel cielo deserto.</v></stanza></poem><text-author>La creazione di �a</text-author></epigraph><image l:href="#0"/><empty-line/></section><section><title><p>GUERRIERI NELLA NEBBIA</p></title><p>L�isola di Gont, una montagna che erge la sua vetta un miglio al di sopra del mare di Nordest squassato dalle tempeste, � una terra famosa per i suoi maghi. Dalle cittadine delle sue alte valli e dai porti delle strette baie scure, molti gontiani sono partiti per servire i signori dell�arcipelago nelle loro citt�, come maghi o stregoni; oppure, spinti dal desiderio d�avventura, sono andati vagando e operando magie da un�isola all�altra di tutto Earthsea. Tra costoro, alcuni sostengono che il pi� grande e senza dubbio pi� famoso viaggiatore fu quello di nome Sparviero, che ai suoi tempi divenne signore dei draghi e arcimago. La sua vita � narrata nelle <emphasis>Gesta di Ged </emphasis>e in molti canti: ma questa � una vicenda di un tempo che precedette la sua fama, prima che venissero composte quelle canzoni.</p><p>Era nato in un villaggio solitario, chiamato Dieci Ontani, alto sulla montagna all�inizio della valle Settentrionale. Sotto il villaggio ci sono i pascoli e le terre arate della valle, che digradano a poco a poco verso il mare, e altre cittadine sorgono sulle anse del fiume Ar: sopra il villaggio soltanto le foreste s�innalzano, cresta dopo cresta, verso le pietre e le nevi delle cime.</p><p>Il nome che portava da bambino, Duny, gli venne dato da sua madre: e il nome e la vita furono tutto ci� che lei pot� dargli, perch� mor� prima che il piccolo compisse un anno. Suo padre, il fabbro del villaggio, era un uomo torvo e taciturno; e poich� i sei fratelli di Duny erano pi� anziani di lui di molti anni e se n�erano andati da casa, a uno a uno, per coltivare la terra o per navigare sul mare o per lavorare come fabbri in altri centri della valle del Nord, non c�era nessuno che si occupasse con tenerezza del bambino. Crebbe selvatico, come un�erbaccia robusta, alto e svelto, chiassoso e orgoglioso e impulsivo. Insieme ai pochi altri bambini del villaggio badava alle capre e le conduceva ai pascoli scoscesi sopra le sorgenti del fiume; e quando divenne abbastanza forte per azionare il pesante mantice, suo padre lo fece lavorare come garzone nella fucina, pagandolo con percosse e frustate. Non era facile costringere Duny a lavorare: scappava sempre via, per vagare nella foresta, per nuotare nelle lanche del fiume Ar, che come tutti i fiumi di Gont scorre freddo e rapido, o per inerpicarsi su per le pareti e le scarpate fino alle cime sopra la foresta, perch� da lass� poteva vedere il mare, l�immenso oceano settentrionale, dove, al di l� di Perregal, non ci sono pi� isole.</p><p>Nel villaggio viveva una sorella della madre morta. Quand�era piccino aveva fatto per lui tutto il necessario; ma non appena Duny fu in grado di badare a se stesso, non si occup� pi� di lui. Quando il bambino aveva sette anni, ed era ignorante e ignaro delle arti e dei poteri esistenti nel mondo, ud� un giorno la zia gridare parole a una capra che era balzata sul tetto di paglia di una capanna e non voleva saperne di scendere: ma scese d�un balzo allorch� la donna le grid� un distico rimato. Il giorno dopo, mentre conduceva le capre a pelo lungo ai pascoli dello Strapiombo Alto, Duny grid� loro le parole che aveva udito, senza sapere a cosa servissero o cosa significassero, e neppure che parole fossero:</p><subtitle>Noth hierth malk man</subtitle><subtitle>hiolk han merth han!</subtitle><p>Grid� quel distico a voce alta, e le capre accorsero a lui. Arrivarono prontamente, tutte insieme, in silenzio. Lo guardarono con le scure pupille longitudinali dei gialli occhi.</p><p>Duny rise e grid� ancora il distico rimato che gli dava potere sulle capre. Quelle vennero ancora pi� vicine, affollandosi e spingendosi intorno a lui. All�improvviso ebbe paura delle loro robuste corna nervate e dei loro occhi strani e del loro strano silenzio. Cerc� di liberarsi e di scappar via. Le capre corsero insieme a lui, tenendolo al centro, e cos� finalmente piombarono nel villaggio: tutte le capre procedevano ammucchiate insieme, come se qualcuno avesse tirato una corda intorno a loro, e il bambino, l� nel mezzo, piangeva e gridava. Gli abitanti uscirono dalle case, imprecando contro le capre e ridendo del ragazzino. Tra gli altri venne anche la zia, che non rise. Disse una parola alle capre e quelle, liberate dall�incantesimo, cominciarono a belare e a brucare e a vagare qua e l�.</p><p>���Vieni con me�� disse la zia a Duny.</p><p>Lo condusse nella capanna, dove viveva sola. Di solito non lasciava mai entrare i bambini, e i bambini avevano paura di quel luogo. Era una capanna bassa e buia, priva di finestre, fragrante delle erbe che stavano appese a seccare alla trave del tetto: menta e aglio selvatico e timo, e millefoglie e ruta e paramal, agrifoglio reale, tanaceto e alloro. La zia si sedette a gambe incrociate accanto al focolare, e guardando in tralice il bambino attraverso le ciocche tutte aggrovigliate dei neri capelli gli chiese cos�aveva detto alle capre e se sapeva cos�era quel distico. Quando scopr� che non sapeva nulla eppure aveva incantato le capre che l�avevano seguito, pens� che doveva avere in s� i germi del potere.</p><p>Come figlio di sua sorella non era stato niente per lei, ma adesso lo guardava con occhi nuovi. Lo elogi� e gli disse che avrebbe potuto insegnargli distici che gli sarebbero piaciuti di pi�, come la parola che costringe una chiocciola ad affacciarsi dal guscio o il nome che fa discendere un falco dal cielo.</p><p>���S�, insegnami quel nome!�� disse lui, che aveva superato la paura causata dalle capre e si gonfiava d�orgoglio per le lodi ricevute.</p><p>La strega gli disse:�� Non dovrai mai dire quella parola agli altri bambini, se te la insegno.</p><p>���Prometto.</p><p>Lei sorrise di quell�ignoranza.�� Molto bene. Ma legher� la tua promessa. La tua lingua tacer� fino a quando io decider� di scioglierla, e anche allora, pur potendo parlare, non riuscirai a pronunciare la parola che t�insegner�, se un�altra persona potr� udirla. Dobbiamo salvaguardare i segreti della nostra arte.</p><p>���Bene�� disse il bambino, perch� non aveva nessuna voglia di rivelare il segreto ai suoi compagni di gioco: era contento di sapere e fare cose che gli altri non sapevano e non potevano fare.</p><p>Rest� seduto in silenzio mentre la zia si legava all�indietro i capelli scarmigliati e annodava la cintura della veste e tornava a sedersi a gambe incrociate, gettando manciate di foglie nel focolare, cos� che il fumo si sparse e satur� l�oscurit� della capanna. Poi lei cominci� a cantare. Talvolta la voce cambiava, diventava pi� bassa o pi� alta, come se un�altra voce cantasse per suo mezzo, e il canto continu� e continu� fino a quando il bambino non seppe pi� se era desto o addormentato: e intanto il vecchio cane nero della strega, che non abbaiava mai, gli stava seduto accanto con gli occhi arrossati dal fuoco. Poi la strega parl� a Duny in una lingua che lui non comprese, e gli fece ripetere certe rime e certe parole fino a quando l�incantesimo scese su di lui e lo lasci� ammutolito.</p><p>���Parla!�� disse la strega, per mettere alla prova il sortilegio.</p><p>Il bambino non poteva parlare, ma rise.</p><p>Allora sua zia si spavent� un po� della sua forza, perch� quello era uno degli incantesimi pi� forti che sapeva intessere: aveva tentato non solo di acquisire il dominio sulle sue parole e sul suo silenzio, ma anche di vincolarlo nel contempo al proprio servizio nell�arte della magia. Eppure, sebbene il sortilegio lo legasse, lui aveva riso. La donna non disse nulla. Gett� acqua pura sul fuoco fino a quando il fumo si disperse, e fece bere acqua al bambino, e quando l�aria fu limpida e lui pot� di nuovo parlare gli insegn� il vero nome del falco, al quale il falco doveva accorrere.</p><p>Questo fu il primo passo di Duny sulla via che avrebbe seguito per tutta la vita, la via della magia, la via che alla fine lo condusse in cerca di un�ombra sulla terra e sul mare, fino alle coste tenebrose del regno della morte. Ma mentre compiva quei primi passi, gli sembrava una via ampia e luminosa.</p><p>Quando scopr� che i falchi selvatici scendevano in picchiata dal vento se li invocava per nome, posandosi con un tuono d�ali sul suo polso, come i rapaci da caccia di un principe, arse dal desiderio di conoscere altri nomi e and� dalla zia, supplicandola d�insegnargli il nome dello sparviero e della procellaria e dell�aquila. Per guadagnarsi le parole del potere, fece tutto ci� che la strega gli chiedeva e impar� tutto ci� che gli insegnava, sebbene non tutto fosse piacevole da fare o da apprendere. A Gont c�� un detto, <emphasis>Debole come la magia di una donna</emphasis>; e ce n�� un altro, <emphasis>Malvagio come la magia di una donna. </emphasis>Ora, la strega di Dieci Ontani non era dedita alla magia nera, e non s�impicciava delle arti supreme o dei commerci con i Vecchi Poteri; ma poich� era una donna ignorante in mezzo a gente ignorante, spesso usava le sue arti a fini sciocchi o discutibili. Non sapeva nulla dell�Equilibrio e del Disegno che il vero mago conosce e serve, e che gli impediscono di usare i suoi incantesimi a meno che lo richieda un�autentica necessit�. Lei aveva un incantesimo per ogni circostanza, e continuava a intessere sortilegi. Molta della sua scienza era ciarlataneria, e lei non sapeva distinguere i veri incantesimi dai falsi. Conosceva molte maledizioni, e forse era pi� abile a causare l�infermit� che a guarirla. Come tutte le streghe dei villaggi sapeva preparare un filtro d�amore; ma c�erano altre pozioni, pi� pericolose, che preparava per servire la gelosia e l�odio degli uomini. Tuttavia teneva nascoste queste pratiche al suo giovane apprendista, e per quanto poteva gli insegnava l�arte pi� onesta.</p><p>All�inizio, il piacere di Duny per l�arte magica era causato, puerilmente, dal potere che gli conferiva sugli uccelli e sui mammiferi, e dalla conoscenza di questi. E per la verit�, quel piacere l�accompagn� per tutta la vita. Vedendolo spesso nei pascoli alti con un rapace che gli volteggiava intorno, gli altri bambini lo chiamavano Sparviero: e cos� lui ebbe il nome che conserv� pi� tardi, come nome d�uso, quando il suo nome vero non fu pi� noto a nessuno.</p><p>Poich� la strega continuava a parlargli della gloria e delle ricchezze e del grande potere sugli uomini che un incantatore poteva acquisire, Duny si accinse a imparare altre cognizioni utili. Era molto sveglio. La strega lo lodava e i bambini del villaggio incominciarono ad aver paura di lui, e lui stesso si sent� certo che ben presto sarebbe diventato un grande mago. E cos� procedette di parola in parola e d�incantesimo in incantesimo, insieme alla strega, fino a quando ebbe dodici anni ed ebbe appreso da lei gran parte di ci� che sapeva: non molto, ma sufficiente per la strega di un piccolo villaggio e pi� che sufficiente per un ragazzetto di dodici anni. Lei gli aveva insegnato tutto ci� che sapeva delle erbe e della medicina, e tutto ci� che sapeva delle arti di trovare, legare, riparare, dissigillare e rivelare. Gli aveva cantato tutte le storie dei cantori e le Grandi Gesta che conosceva e tutte le parole del Vero Linguaggio che aveva appreso dal mago che era stato suo maestro. E dai maghi della pioggia e dai giocolieri ambulanti che andavano da un centro all�altro della valle del Nord e della foresta Orientale, Duny aveva imparato vari trucchi e piacevolezze, incantesimi d�illusione. Fu con uno di questi incantesimi leggeri che dimostr� per la prima volta il grande potere che era in lui.</p><p>A quei tempi, l�impero di Kargad era forte. � formato da quattro grandi terre che stanno fra gli stretti del Nord e dell�Est: Karego-At, Atuan, Hur-at-Hur, Atnini. La lingua che si parla l� non somiglia a quelle dell�arcipelago o degli altri stretti, e gli abitanti sono selvaggi dalla pelle bianca e dai capelli gialli, e molto feroci: amano la vista del sangue e l�odore delle citt� incendiate. L�anno precedente avevano attaccato le Torikles e l�isola fortificata di Torheven, compiendo scorrerie in gran forza con le loro flotte di navi dalle vele rosse. Notizie degli eventi erano giunte a nord, fino a Gont, ma i signori di Gont erano troppo impegnati nelle loro imprese di pirateria e facevano poco caso alle sofferenze di altre terre. Poi Spevy venne espugnata dai karg, e fu devastata e saccheggiata; i suoi abitanti furono condotti in schiavit�, tanto che ancora oggi � un�isola di rovine. Presi dalla frenesia della conquista, � karg si spinsero quindi verso Gont, e vennero con trenta lunghe navi a Porto Orientale. Combatterono casa per casa in quella citt�, la presero, la bruciarono; lasciando le navi, sotto sorveglianza, alla foce del fiume Ar, risalirono la valle devastando e saccheggiando, e massacrando uomini e bestie. Mentre procedevano si divisero in bande, e ogni banda andava a far bottino dove preferiva. I profughi ne portarono notizia al villaggio sulle alture. Ben presto gli abitanti di Dieci Ontani videro il fumo oscurare il cielo orientale, e quella notte coloro che salirono allo Strapiombo Alto guardarono gi� e scorsero la valle offuscata e striata di rosso dagli incendi, dove i campi pronti per la mietitura erano stati dati alle fiamme, e i frutteti bruciavano, con i frutti che arrostivano sui rami ardenti, e i granai e le fattorie cadevano carbonizzati.</p><p>Alcuni abitanti del villaggio fuggirono tra i burroni e si nascosero nella foresta, e alcuni si prepararono a combattere per la loro vita, e alcuni non fecero altro che lamentarsi. La strega fu tra coloro che fuggirono, nascondendosi tutta sola in una grotta della scarpata di Kapperding e sigillando l�imboccatura della caverna con incantesimi. Il padre di Duny, il fabbro, fu tra quelli che rimasero, perch� non voleva lasciare la fornace e la forgia dove lavorava da cinquant�anni. Per tutta quella notte si adoper� a battere tutto il bronzo che aveva pronto per preparare punte di lancia, mentre altri lavoravano con lui legandole ai manici di zappe e rastrelli, poich� non c�era tempo di preparare le ghiere e di sistemarle a regola d�arte. Nel villaggio non c�erano altre armi che archi da caccia e corti coltelli, perch� i montanari di Gont non sono bellicosi: non hanno fama di guerrieri, ma di ladri di capre, di pirati e di maghi.</p><p>Allo spuntar del sole si lev� una fitta nebbia bianca, come avviene in molte mattine d�autunno sulle alture dell�isola. Tra le capanne e le case che fiancheggiavano la strada di Dieci Ontani, gli abitanti stavano in attesa con gli archi da caccia e le lance appena forgiate, senza sapere se i karg erano lontani o vicinissimi: tutti stavano in silenzio, scrutando nella nebbia che nascondeva ai loro occhi forme e distanze e pericoli.</p><p>Con loro c�era Duny. Aveva lavorato per tutta la notte al mantice della forgia, spingendo e tirando le due lunghe maniche di pelle di capra che alimentavano il fuoco con un soffio d�aria. Adesso le braccia gli dolevano e tremavano per la fatica al punto che non riusciva a reggere la lancia che aveva scelto. Non sapeva come poteva combattere o rendersi utile a se stesso o agli abitanti del villaggio. Gli straziava il cuore l�idea di dover morire, infilzato su una lancia karg, quando era ancora un ragazzo: di dover discendere nella terra tenebrosa senza aver mai saputo il suo nome, il suo vero nome da uomo. Abbass� lo sguardo sulle braccia magre, madide della fredda rugiada della nebbia, e s�infuri� della propria debolezza, poich� conosceva la sua forza. C�era potere in lui, se avesse saputo usarlo; e cerc� tra tutti gli incantesimi che conosceva qualcosa che potesse assicurare un vantaggio o almeno una possibilit� a lui e ai suoi compagni. Ma la necessit� non � sufficiente a liberare il potere: ci dev�essere anche la conoscenza.</p><p>La nebbia, ormai, si stava diradando sotto il calore del sole che brillava nudo sopra la vetta, nel cielo luminoso. Quando i vapori si separarono e si dispersero in grandi spire fumose, gli abitanti del villaggio videro una banda di guerrieri che saliva sulla montagna. Erano protetti da elmi di bronzo e gambali e corazze di cuoio pesante e scudi di legno e bronzo, e armati di spade e di lunghe lance karg. Salivano lungo il ripido argine dell�Ar, tortuosamente, in una fila sferragliante e piumata e irregolare, gi� abbastanza vicini perch� si potessero vedere le loro facce bianche e si potessero udire le parole del loro dialetto mentre si scambiavano richiami. La banda, staccatasi dall�orda degli invasori, era formata da un centinaio di uomini, che non sono molti: ma nel villaggio erano soltanto in diciotto, tra uomini e ragazzi.</p><p>Ora la necessit� evoc� la conoscenza: Duny, vedendo la nebbia sparire diradandosi attraverso il sentiero, davanti ai karg, pens� a un incantesimo che poteva essergli utile. Un vecchio mago della pioggia, nella speranza di convincerlo a diventare suo apprendista, gli aveva insegnato parecchi sortilegi. Uno veniva chiamato �tessitura della nebbia�, un incantesimo legante che per qualche tempo raccoglie i vapori in un luogo e col quale un esperto d�illusioni pu� modellare la nebbia in parvenze spettrali che durano un poco e poi svaniscono. Il ragazzo non possedeva tale abilit�, ma aveva un intento diverso e anche la forza di volgere l�incantesimo al servizio dei suoi fini. Rapidamente, a voce alta, nomin� i luoghi e i confini del villaggio, e poi pronunci� l�incantesimo della tessitura della nebbia, ma tra quelle parole intrecci� le parole di un incantesimo d�occultamento, e per ultima grid� la parola che mise in moto la magia.</p><p>Mentre cos� faceva, suo padre gli venne alle spalle e lo colp� forte alla testa, stendendolo a terra.�� Sta� zitto, sciocco! Tieni chiusa quella bocca e va� a nasconderti, se non sai combattere!</p><p>Duny si rialz� in piedi. Ormai poteva udire i karg, in fondo al villaggio, vicini al grande tasso che stava accanto alla conceria. Le loro voci erano chiare, e cos� pure il tintinnio e il cigolio delle armi e delle armature, ma loro erano invisibili. La nebbia s�era chiusa, addensandosi su tutto il villaggio, ingrigendo la luce, sfocando il mondo, cos� che un uomo faticava a vedere le proprie mani protese.</p><p>���Ho nascosto tutti noi�� disse Duny, imbronciato perch� la testa gli doleva per il colpo di suo padre e compiere il duplice incantesimo aveva esaurito le sue forze.�� Manterr� la nebbia finch� potr�. Di� agli altri di condurre i karg allo Strapiombo Alto.</p><p>Il fabbro fiss� il figlio, che in quella strana nebbia umida sembrava un fantasma. Impieg� un minuto per comprendere il significato delle parole di Duny; ma quando cap� corse via (senza far rumore, poich� conosceva ogni staccionata e ogni angolo del villaggio) a cercare gli altri e dir loro ci� che dovevano fare. Adesso tra la nebbia grigia fioriva una chiazza rosseggiante, perch� i karg avevano incendiato il tetto di paglia di una casa. Tuttavia non si addentrarono nel villaggio, ma attesero all�estremit� inferiore che la nebbia si alzasse scoprendo il loro bottino e le loro prede.</p><p>Il conciatore, cui avevano incendiato la casa, mand� un paio di ragazzini a saltellare proprio sotto il naso dei karg, a gridare e a beffarli per scomparire di nuovo come fumo nel fumo. Intanto gli uomini pi� vecchi, strisciando dietro le staccionate e correndo di casa in casa, si avvicinarono dalla parte opposta e scagliarono una pioggia di frecce e di lance sui guerrieri, che stavano tutti riuniti. Un karg cadde contorcendosi, trafitto da una lancia ancora calda delle fiamme della fucina. Altri furono colpiti da frecce, e tutti si infuriarono. Avanzarono alla carica per abbattere i loro miseri assalitori, ma trovarono solo la nebbia piena di voci. Seguirono le voci, sferrando colpi davanti a s� nella nebbia con le grandi lance piumate e macchiate di sangue. Percorsero la strada gridando, e non s� accorsero neppure di aver attraversato il villaggio, poich� le capanne e le case abbandonate apparivano e scomparivano nelle spire frementi della grigia nebbia. Gli abitanti del villaggio si dispersero: molti si tennero a buona distanza perch� conoscevano il territorio; ma alcuni, ragazzi e vecchi, erano troppo lenti. I karg, quando s�imbattevano in loro, li trapassavano con le lance o li smembravano con le spade, lanciando il loro grido di guerra, i nomi dei bianchi d�i-fratelli di Atuan:</p><p>���Wuluah! Atwah!</p><p>Alcuni guerrieri si fermarono quando sentirono il terreno diventare accidentato sotto i loro piedi; ma altri proseguirono, cercando il villaggio fantasma e seguendo vaghe forme ondeggianti che sfuggivano appena giungevano alla loro portata. Tutta la nebbia si era animata di quelle forme che si dileguavano, svanivano, sbiadivano da ogni parte. Un gruppo di karg insegu� quei fantasmi fino allo Strapiombo Alto, il ciglio del precipizio sopra le sorgenti dell�Ar, e le forme inseguite corsero nell�aria e scomparvero nel diradarsi della nebbia, mentre gli inseguitori precipitavano urlando tra i vapori e l�inattesa luce del sole in uno strapiombo di cento piedi, gi� fino alle pozze poco profonde, tra le rocce. E quelli che venivano dietro di loro e non caddero si fermarono sull�orlo dell�abisso, in ascolto.</p><p>La paura s�impadron� dei cuori dei karg, che cominciarono a cercarsi a vicenda in quella strana nebbia. Si radunarono sul pendio, eppure c�erano sempre tra loro fantasmi e forme spettrali e altre figure che correvano e li trafiggevano alle spalle con lance e coltelli prima di dileguarsi di nuovo. I karg presero a correre tutti insieme gi� per il pendio, incespicando in silenzio, fino a quando uscirono all�improvviso dalla nebbia cieca e grigia e videro il fiume e i burroni sotto il villaggio, nudi e nitidi nel sole mattutino. Allora si fermarono, si radunarono e si voltarono a guardare. Una grigia muraglia ondeggiante tagliava il percorso, nascondendo tutto ci� che stava oltre. Ne uscirono di corsa due o tre ritardatari, inciampando e spiccando balzi, con le lunghe lance che oscillavano sulle spalle. Nessuno dei karg si volt� indietro a guardare pi� di una volta. Scesero tutti in fretta, per allontanarsi da quel luogo stregato.</p><p>Pi� gi�, nella valle del Nord, quei guerrieri ebbero modo di combattere quanto volevano. I centri della foresta Orientale, da Ovark alla costa, avevano radunato i loro uomini e li avevano mandati contro gli invasori di Gont. Scesero a gruppi dalle colline, e per tutto quel giorno e il giorno seguente i karg vennero ricacciati verso le spiagge sopra Porto Orientale, dove trovarono le loro navi bruciate; e perci� si batterono con le spalle al mare fino a quando furono uccisi fino all�ultimo, e le sabbie della foce dell�Ar rimasero arrossate dal sangue finch� venne la marea.</p><p>Ma quel mattino, nel villaggio di Dieci Ontani e su allo Strapiombo Alto, l�umida nebbia grigia era perdurata per un po� e poi all�improvviso si era dispersa e disciolta. Qua e l�, gli uomini si alzarono nel chiarore ventoso del mattino e si guardarono intorno stupiti. Qui giaceva un karg morto, con i lunghi capelli gialli sciolti e insanguinati; e l� giaceva il conciatore del villaggio, ucciso in battaglia come un re.</p><p>Gi� al villaggio, la casa cui era stato appiccato il fuoco bruciava ancora. Accorsero per spegnere le fiamme, poich� avevano vinto la loro battaglia. Sulla via, presso il grande tasso, trovarono Duny, il figlio del fabbro: solo, illeso, ma ammutolito e istupidito. Si resero conto di ci� che aveva fatto: perci� lo condussero in casa di suo padre e andarono a chiamare la strega perch� scendesse dalla sua grotta e guarisse il ragazzo che aveva salvato la vita e gli averi di tutti, eccettuati i due che erano stati uccisi dai karg e l�unica casa che era stata bruciata.</p><p>Nessuna arma aveva ferito il ragazzo, ma lui non parlava, non mangiava e non dormiva: sembrava che non udisse ci� che gli veniva detto e che non vedesse coloro che accorrevano a contemplarlo. In quella zona non c�era nessuno che fosse abbastanza mago da guarire il male che l�affliggeva. Sua zia disse:�� Ha consumato troppo il suo potere.�� Ma lei non sapeva come aiutarlo.</p><p>Mentre giaceva cos�, muto e cupo, la storia del ragazzo che aveva intessuto la nebbia e spaventato i guerrieri karg con le ombre si diffuse per tutta la valle del Nord, e nella foresta Orientale, e in alto sulla montagna e oltre la montagna, fino al Gran Porto di Gont. Avvenne cos� che il quinto giorno dopo il massacro alla foce dell�Ar arriv� al villaggio di Dieci Ontani un forestiero, un uomo n� giovane n� vecchio, ammantato e a testa scoperta, che reggeva senza fatica un gran bastone di quercia alto quanto lui. Non venne risalendo il corso dell�Ar, come facevano quasi tutti, ma scendendo dalle foreste delle pi� alte pendici della montagna. Le donne capirono subito che era un mago, e quando lui disse di essere un guaritore lo condussero subito alla casa del fabbro. Dopo aver mandato via tutti, tranne il padre e la zia, il forestiero si chin� sulla branda dove Duny giaceva con gli occhi aperti e fissi nel buio, e si limit� a posare la mano sulla fronte del ragazzo e a sfiorargli le labbra.</p><p>Duny si sollev� lentamente a sedere e si guard� intorno. Dopo un po� parl�, e gli ritornarono la forza e la fame. Gli diedero qualcosa da bere e da mangiare e lui torn� a sdraiarsi, continuando a scrutare lo sconosciuto con occhi cupi e stupiti.</p><p>Il fabbro disse al forestiero:�� Tu non sei un uomo comune.</p><p>���Neppure questo ragazzo diventer� un uomo comune�� replic� l�altro.�� La storia delle sue gesta con la nebbia � giunta a Re Albi, che � la mia patria. Sono venuto qui per dargli il suo nome, se � vero (come dicono) che non ha ancora compiuto il passaggio all�et� adulta.</p><p>La strega bisbigli� al fabbro:�� Fratello, questo dev�essere sicuramente il mago di Re Albi, Ogion il Taciturno, colui che dom� il terremoto�</p><p>���Signore�� disse il fabbro, che non era disposto a lasciarsi intimorire da un nome famoso,�� mio figlio compir� i tredici anni il mese prossimo, ma pensavamo di tenere il suo rito del passaggio alla festa del solstizio quest�inverno.</p><p>���Fate che abbia il nome al pi� presto possibile�� replic� il mago,�� perch� ha bisogno del suo nome. Io ho altre cose da fare, ora, ma torner� qui per il giorno che avrai scelto. Se lo riterrai opportuno, quando me ne andr� lo condurr� con me. E se si dimostrer� idoneo lo terr� come apprendista, o far� s� che venga istruito in modo confacente ai suoi doni. Perch� � pericoloso tenere nell�oscurit� la mente di un mago nato.</p><p>Ogion parlava con molta gentilezza ma in tono sicuro, e perfino l�ostinato fabbro assent� a tutto ci� che diceva.</p><p>Il giorno in cui il ragazzo comp� i tredici anni, un giorno nel primo splendore dell�autunno, quando tutte le foglie coloratissime sono ancora sugli alberi, Ogion ritorn� al villaggio dai suoi vagabondaggi oltre la montagna di Gont, e si tenne la cerimonia del passaggio. La strega tolse al ragazzo il nome di Duny, il nome che sua madre gli aveva dato alla nascita. Senza nome e nudo, Duny s�immerse nelle fredde fonti dell�Ar, che scaturisce tra le rocce, sotto gli alti strapiombi. Quando entr� in acqua, alcune nubi passarono davanti al sole e grandi ombre scivolarono mescolandosi sull�acqua della polla. Il ragazzo l�attravers� fino all�altra sponda, rabbrividendo di freddo ma camminando lento ed eretto come doveva in quell�acqua gelida e viva. E quando giunse a riva, Ogion, che l�attendeva, tese la mano e stringendo il braccio del ragazzo gli bisbigli� il suo vero nome: Ged.</p><p>Cos� Ged ricevette il suo nome da un grande esperto nell�uso del potere.</p><p>La festa non era finita, e tutti gli abitanti del villaggio si stavano sollazzando tra l�abbondanza di cibi e di birra, e un cantore venuto dal fondo della valle cantava <emphasis>Le gesta dei signori dei draghi</emphasis>, quando il mago disse sottovoce a Ged:�� Vieni, ragazzo. Di� addio alla tua gente e lasciala al suo banchetto.</p><p>Ged prese tutto quello che poteva portare con s�, il coltello di ottimo bronzo che gli aveva forgiato suo padre, e una giubba di pelle che la vedova del conciatore aveva tagliato su misura per lui, e un bastone d�ontano che sua zia aveva incantato per lui: questo era tutto ci� che possedeva, oltre alla camicia e alle brache. Disse addio a tutti, tutti coloro che conosceva al mondo, e si volt� a guardare il villaggio annidato sotto gli strapiombi, sopra le sorgenti del fiume. Poi si avvi� con il suo nuovo maestro tra le foreste scoscese del fianco della montagna, tra le foglie e le ombre dell�autunno luminoso.</p></section><section><title><p>L�OMBRA</p></title><p>Ged aveva pensato che l�apprendista di un grande mago dovesse avere subito accesso ai misteri e al dominio del potere. Avrebbe compreso il linguaggio degli animali e quello delle foglie della foresta, pensava, e avrebbe deviato i venti con la sua parola, e avrebbe imparato a mutarsi nelle forme che preferiva. Forse lui e il suo maestro avrebbero corso come cervi, o sarebbero volati a Re Albi oltre la montagna su ali d�aquila.</p><p>Ma non fu cos�. Vagarono, dapprima gi� nella valle e poi a poco a poco verso sudovest, girando intorno alla montagna, facendosi ospitare nei piccoli villaggi o passando le notti all�aperto, come poveri incantatori itineranti, o stagnini, o mendicanti. Non penetrarono in regni misteriosi. Non accadde nulla. Il bastone di quercia del mago, che Ged aveva adocchiato all�inizio con ansia timorosa, non era altro che un robusto bastone da viandante. Passarono tre giorni, e poi quattro, e Ogion non aveva ancora pronunciato un solo incantesimo e non gli aveva insegnato un solo nome, una sola formula magica, un solo sortilegio.</p><p>Sebbene taciturno, era un uomo cos� mite e calmo che ben presto Ged non ebbe pi� paura di lui; e dopo un altro paio di giorni si fece abbastanza ardito da chiedergli:�� Quando incomincer� il mio apprendistato, signore?</p><p>���� gi� cominciato�� rispose Ogion.</p><p>Ci fu un silenzio, come se Ged si trattenesse dal dire qualcosa. Poi lo disse:�� Ma non ho imparato nulla.</p><p>���Perch� non hai scoperto ci� che sto insegnando�� replic� il mago, proseguendo con quel suo passo lungo e regolare per la loro strada, che era l�alto passo tra Ovark e Wiss. Era un uomo dalla carnagione scura, come quasi tutti quelli di Gont, una carnagione di rame scuro; grigio di capelli, scarno e solido come un cane da caccia, instancabile. Parlava di rado, mangiava poco, e dormiva anche meno. Aveva occhi e orecchi acutissimi, e spesso aveva l�espressione di chi sta in ascolto.</p><p>Ged non replic�. Non � sempre facile replicare a un mago.</p><p>���Tu vuoi operare incantesimi�� disse dopo un po� Ogion, continuando a camminare.�� Hai attinto troppa acqua da quel pozzo. Aspetta. Essere uomini � pazienza. La maestria � pazienza nove volte. Cos�� quell�erba accanto al sentiero?</p><p>���Fiordipaglia.</p><p>���E quella?</p><p>���Non lo so.</p><p>���Quadrifoglio, la chiamano.�� Ogion s�era fermato, col puntale di rame del bastone accanto all�erba; e Ged osserv� attentamente la pianta, e ne stacc� un baccello secco, e finalmente chiese, poich� Ogion non aveva aggiunto altro:�� A cosa serve, maestro?</p><p>���A niente, per quello che ne so io.</p><p>Ged conserv� il baccello per un tratto di strada, quando proseguirono, e poi lo gett� via.</p><p>���Quando conoscerai il quadrifoglio in tutte le sue stagioni, radici e foglie e fiori e semi, alla vista e all�odore, allora potrai imparare il suo vero nome, conoscendo il suo essere: e questo � pi� del suo uso. Dopotutto, che utilit� hai tu? O io stesso? La montagna di Gont � utile? O il mare aperto?�� Ogion prosegu� per circa mezzo miglio, poi disse:�� Per udire, bisogna tacere.</p><p>Il ragazzo aggrott� la fronte. Non gli piaceva fare la figura dello sciocco. Domin� il risentimento e l�impazienza e tent� di essere ubbidiente, in modo che Ogion acconsentisse finalmente a insegnargli qualcosa. Perch� lui smaniava dalla voglia d�imparare, di acquisire poteri. Ma cominciava ad avere l�impressione che avrebbe potuto imparare di pi� andando in giro in compagnia di un qualunque raccoglitore d�erbe o incantatore di villaggio; e mentre aggiravano la montagna verso occidente, addentrandosi nelle solitarie foreste oltre Wiss, si chiese sempre pi� spesso dove fossero la grandezza e la magia di quel gran mago Ogion. Quando pioveva, Ogion non pronunciava neppure l�incantesimo che tutti i maghi della pioggia conoscono, per scacciare il temporale. In una terra dove gli incantatori sono numerosi, come Gont o le Enlades, potete vedere una nube gonfia di pioggia che procede lentamente da una parte all�altra, da un luogo all�altro, quando un incantesimo la scaccia verso un altro incantesimo fino a quando viene scagliata sul mare, dove pu� piovere in pace. Ma Ogion lasciava che la pioggia cadesse dove voleva. Trovava un grosso abete e si sdraiava sotto i suoi rami. Ged si rannicchiava tra gli arbusti sgocciolanti, bagnato e incupito, e si domandava a cosa servisse avere il potere se si era troppo saggi per usarlo, e si rammaricava di non essere diventato apprendista di quel vecchio mago della pioggia, perch� allora, almeno, avrebbe dormito all�asciutto. Non esprimeva a voce alta i suoi pensieri. Non diceva una parola. Il suo maestro sorrideva, e si addormentava sotto la pioggia.</p><p>Verso il solstizio d�inverno, quando le prime nevicate pesanti cominciarono a cadere sulle vette di Gont, giunsero a Re Albi, la patria di Ogion. � una citt� sul ciglio delle alte rocce dell�Ultramonte, e il suo nome significa Nido del Falco. Da lass� si possono vedere la rada profonda e le torri del porto di Gont, e le navi che entrano ed escono dalla porta della baia, tra gli scogli Corazzati, e lontano, a occidente, oltre il mare, si possono scorgere le azzurre colline di Oran�a, le pi� orientali delle isole Interne.</p><p>La casa del mago, sebbene grande e costruita di legname solido, con camino e comignolo al posto del focolare a fossa, somigliava alle capanne del villaggio di Dieci Ontani: una stanza sola, con una baracca per le capre costruita da un lato. Nella parete ovest della stanza c�era una specie di alcova, dove dormiva Ged. Sopra il suo pagliericcio c�era una finestra che dava sul mare, ma molto spesso le imposte erano chiuse per i grandi venti che durante tutto l�inverno spiravano da occidente e da settentrione. Nella calda oscurit� di quella casa, Ged trascorse l�inverno, ascoltando gli scrosci della pioggia e del vento o i silenzi delle nevicate, imparando a scrivere e a leggere le Seicento Rune in hardese. Era ben lieto d�impararle, perch� senza questa conoscenza un uomo non pu� acquisire un vero potere, se si limita ad apprendere a memoria sortilegi e incantesimi. La lingua hardese dell�arcipelago, sebbene non abbia pi� poteri magici di qualunque altro linguaggio degli uomini, ha radici nella Vecchia Favella, la lingua in cui le cose sono chiamate con i loro veri nomi: e la strada per arrivare a comprendere quella favella parte dalle rune che furono scritte quando le isole del mondo emersero dal mare.</p><p>E ancora non si producevano meraviglie n� incantesimi. Per tutto l�inverno ci furono soltanto le pesanti pagine del Libro delle Rune, e la pioggia e la neve; e Ogion rientrava dai suoi vagabondaggi nelle foreste gelate, o dopo aver accudito alle capre, e batteva i piedi per far cadere la neve dagli stivali e si sedeva in silenzio accanto al fuoco. E i lunghi silenzi del mago riempivano la stanza e la mente di Ged, fino a che, qualche volta, gli sembrava di aver dimenticato quale suono avessero le parole; e quando finalmente Ogion parlava era come se in quel momento, per la prima volta, avesse inventato il linguaggio. Eppure le parole che pronunciava non erano grandiose, ma riguardavano cose semplici: pane e acqua e il clima e il sonno.</p><p>Quando venne la primavera, rapida e vivida, Ogion mand� spesso Ged a cogliere erbe nei prati sopra Re Albi, dicendogli d�impiegare pure tutto il tempo che voleva e lasciandolo libero di passare tutto il giorno a vagare fra i torrenti gonfiati dalle piogge e nei boschi e sui prati verdi e umidi nel sole. Ogni volta Ged era ben lieto di andare, e stava via fino a notte; ma non dimenticava completamente le erbe. Stava sempre attento, mentre si arrampicava e vagabondava e guardava ed esplorava, e ne portava sempre a casa un po�. Una volta arriv� in un prato fra due corsi d�acqua, dove crescevano fitti i fiori chiamati bianchisanti; e poich� sono rari e molto apprezzati dai guaritori, il giorno dopo vi ritorn�. Qualcun altro era arrivato prima di lui, una ragazza che conosceva di vista, la figlia del vecchio signore di Re Albi. Lui non le avrebbe mai rivolto la parola, ma fu lei ad avvicinarsi e a salutarlo gentilmente.�� Io ti conosco: sei lo Sparviero, il discepolo del nostro mago. Vorrei tanto che mi parlassi di magia!</p><p>Ged abbass� gli occhi sui bianchi fiori che le sfioravano la gonna candida, e dapprima si sent� intimidito e impacciato e quasi non rispose. Ma lei continu� a parlare con un fare aperto e disinvolto che a poco a poco lo fece sentire a suo agio. Era una ragazza alta, pi� o meno della sua stessa et�, con la carnagione quasi bianca; sua madre, dicevano al villaggio, era di Osskil o di qualche altra terra straniera. Aveva i capelli lunghi e lisci, come una cascata di acque nere. Ged la giudic� bruttissima; ma il desiderio di compiacerla, di conquistare la sua ammirazione, divenne sempre pi� grande via via che parlavano. Lei si fece raccontare la storia dei suoi trucchi con la nebbia che avevano sconfitto i guerrieri karg, e l�ascolt� come stupita e ammirata, ma non pronunci� parole di lode. E ben presto cambi� argomento.�� Puoi chiamare a te gli uccelli e i quadrupedi?�� gli chiese.</p><p>���S젗 disse Ged.</p><p>Lui sapeva dove c�era un nido di falco, sulle pareti a strapiombo sopra il prato, e chiam� l�uccello per nome. Quello venne, ma non volle posarsi sul suo polso, senza dubbio sconcertato dalla presenza della ragazza. Lanci� uno strido, batt� l�aria con le grandi ali e s�invol� nel vento.</p><p>���Come chiami il tipo d�incantesimo che ha fatto accorrere il falco?</p><p>���Incantesimo di chiamata.</p><p>���Puoi chiamare a te anche gli spiriti dei morti?</p><p>Ged pens� che la ragazza gli avesse rivolto quella domanda per farsi beffe di lui, perch� il falco non aveva ubbidito compiutamente alla sua chiamata. E non voleva permetterle di deriderlo.�� Potrei se volessi�� disse con voce calma.</p><p>���Non � molto difficile, molto pericoloso, evocare uno spirito?</p><p>���Difficile, s�. Pericoloso?�� Lui scroll� le spalle.</p><p>Questa volta era quasi sicuro di scorgere l�ammirazione negli occhi della ragazzetta.</p><p>���Sai fare un talismano d�amore?</p><p>���Non � una gran cosa.</p><p>���� vero�� disse lei.�� Ogni strega di villaggio sa farlo. Puoi compiere incantesimi di metamorfosi? Puoi cambiare la tua forma, come dicono che sappiano fare i maghi?</p><p>Ancora una volta Ged non fu del tutto sicuro che lei non avesse fatto quella domanda ironicamente; perci� rispose, ancora una volta:�� Potrei se volessi.</p><p>La ragazza cominci� a supplicarlo di trasformarsi in qualcosa, ci� che preferiva: un falco, un toro, un fuoco, un albero. Lui ricus� con concise parole segrete come quelle usate dal suo maestro, ma non seppe come rifiutare bruscamente quando lei cominci� a fare moine; e per giunta non sapeva se lui stesso credesse alle proprie vanterie oppure no. La lasci� dicendo che il mago suo maestro l�aspettava a casa, e il giorno dopo non torn� sul prato. Ma vi torn� il giorno successivo, dicendosi che doveva cogliere altri fiori poich� erano sbocciati. Lei c�era gi�, e insieme camminarono scalzi sull�erba umida strappando i pesanti fiori candidi. Brillava il sole primaverile, e lei parlava allegramente come una piccola capraia del suo stesso villaggio. Gli fece altre domande sulla magia, e ascolt� a occhi spalancati tutto ci� che le disse, cos� che lui ricominci� a vantarsi. Allora lei gli chiese perch� non compisse un incantesimo di metamorfosi; e quando lui ricus�, lo guard� fisso scostandosi dal volto i neri capelli e disse:�� Hai paura di farlo?</p><p>���No, non ho paura.</p><p>Lei sorrise un po� sdegnosamente e comment�:�� Forse sei troppo giovane.</p><p>Questo, Ged non poteva sopportarlo. Non disse molte cose, ma decise che le avrebbe fatto vedere. Le disse di ritornare sul prato l�indomani, se voleva; e cos� si conged�, e torn� a casa mentre il maestro era ancora assente. Si diresse subito allo scaffale e prese i due Libri delle Tradizioni, che Ogion non aveva mai aperto in sua presenza.</p><p>Cerc� un incantesimo di autometamorfosi; ma poich� era ancora lento nella lettura delle rune e capiva poco di quel che leggeva, non riusc� a trovarlo. I libri erano antichissimi; Ogion li aveva avuti dal suo maestro Heleth il Lungimirante, e Heleth dal proprio maestro, il mago di Perregal, e cos� via fino a risalire ai tempi del mito. La scrittura era minuta e strana, fittissima e interlineata da molte mani diverse, e ormai tutte quelle mani erano polvere. Eppure qua e l� Ged comprendeva qualcosa di ci� che tentava di leggere, e, assillato dalle domande e dall�ironia della ragazzetta, si ferm� a una pagina contenente un incantesimo per evocare gli spiriti dei morti.</p><p>Mentre lo leggeva, decifrando a uno a uno i simboli e le rune, fu preso da un senso di orrore. I suoi occhi erano fissi, e non riusc� a distoglierli fino a quando ebbe terminato di leggere tutto l�incantesimo.</p><p>Poi alz� la testa e vide che in casa era buio. Aveva letto senza lampade, nell�oscurit�. E adesso non riusciva a distinguere le rune, guardando il libro. Eppure l�orrore ingigant� dentro di lui, e parve incatenarlo alla sedia. Aveva freddo. Girando la testa, vide che qualcosa stava acquattato accanto alla porta chiusa, un grumo d�ombra informe pi� scura dell�oscurit�. Pareva protendersi verso di lui, e bisbigliare, e chiamarlo con quel bisbiglio; ma lui non riusciva a comprendere le parole.</p><p>La porta si spalanc�. Entr� un uomo, reggendo davanti a s� una bianca luce sfavillante: una grande figura radiosa che parl� a voce alta, bruscamente. L�oscurit� e il bisbiglio si dispersero.</p><p>L�orrore abbandon� Ged, ma lui era ancora mortalmente impaurito: perch� era Ogion il mago quello che stava sulla soglia, circondato dal chiarore, e il bastone di quercia che teneva in mano ardeva di uno splendore bianco.</p><p>Senza pronunciare parola, il mago pass� davanti a Ged, accese la lampada, e rimise i libri sullo scaffale. Poi si rivolse al ragazzo e disse:�� Non puoi operare quell�incantesimo senza porre in pericolo il tuo potere e la tua vita. � per quell�incantesimo, che hai aperto i libri?</p><p>���No, maestro�� mormor� il ragazzo, e, pieno di vergogna, disse a Ogion cos�aveva cercato e perch�.</p><p>���Non ricordi ci� che ti ho detto? Che la madre di quella ragazza, la moglie del signore, � un�incantatrice?</p><p>In verit� Ogion l�aveva detto, una volta, ma Ged non gli aveva prestato molta attenzione bench� ormai sapesse che Ogion non gli diceva mai nulla se non aveva buone ragioni per farlo.</p><p>���E la ragazza � gi� una mezza strega. Forse � stata la madre, a mandarla a parlare con te. Forse � stata lei, ad aprire il libro alla pagina che hai letto. Le potenze che lei serve non sono le potenze che servo io: non so cosa voglia, ma so che non mi vuole bene. Ged, ora ascoltami. Hai mai pensato che il pericolo circonda il potere, come l�ombra circonda la luce? Questa magia non � un gioco che giochiamo per nostro piacere o per ottenere elogi. Pensa a questo: ogni parola, ogni atto della nostra arte � per il bene o per il male. Prima di pronunciare una parola, prima di compiere un gesto, devi conoscere il prezzo che c�� da pagare!</p><p>Mosso dalla vergogna, Ged esclam�:�� Come posso sapere queste cose, se tu non m�insegni nulla? Da quando sono venuto a vivere con te non ho fatto nulla, non ho visto nulla�</p><p>���Ora hai visto qualcosa�� disse il mago.�� Accanto alla porta, nell�oscurit�, quando sono entrato.</p><p>Ged tacque.</p><p>Ogion s�inginocchi� e prepar� il fuoco nel camino e l�accese, perch�!a casa era fredda. Poi, ancora inginocchiato, disse con quella sua voce sommessa:�� Ged, mio giovane falco, tu non sei vincolato a me o al mio servizio. Non sei stato tu, a cercarmi: sono stato io a cercare te. Sei molto giovane per compiere questa scelta, ma non posso farlo io al posto tuo. Se lo desideri ti mander� all�isola di Roke, dove s�insegnano tutte le arti supreme. Imparerai ogni disciplina che deciderai di apprendere, perch� il tuo potere � grande. Forse � ancora pi� grande del tuo orgoglio, mi auguro. Io vorrei tenerti qui con me, perch� io ho ci� che ti manca: ma non ti tratterr� contro la tua volont�. Ora scegli tra Re Albi e Roke.</p><p>Ged rest� ammutolito, frastornato. Si era affezionato a Ogion, che l�aveva guarito col tocco della mano e che non s�incolleriva mai; gli voleva bene, e non se ne era mai accorto prima di quel momento. Guard� il bastone di quercia appoggiato all�angolo del camino, ricordando il fulgore con cui aveva scacciato il male dall�oscurit�; e prov� il desiderio di restare con Ogion, di aggirarsi con lui nelle foreste, a lungo, lontano, imparando a tacere. Eppure in lui c�erano altri desideri che non volevano acquietarsi: l�aspirazione alla gloria, la volont� di agire. La strada di Ogion gli sembrava molto lunga, un lento percorso, quando lui avrebbe potuto veleggiare nei venti del mare, direttamente al mare Interno, fino all�isola dei Saggi, dove l�aria rifulgeva d�incantamenti e l�arcimago camminava tra i prodigi.</p><p>���Maestro�� disse,�� andr� a Roke.</p><p>Perci� qualche giorno dopo, in un�assolata mattina di primavera, Ogion s�incammin� al suo fianco per la ripida strada dell�Ultramonte, e percorse le quindici miglia per giungere al Gran Porto di Gont. L�, alla porta dell�entroterra, fra i draghi scolpiti, le guardie della Citt� di Gont, vedendo il mago, s�inginocchiarono con le spade sguainate per dargli il benvenuto. Lo conoscevano e gli rendevano onore per ordine del principe e di loro spontanea volont�, perch� dieci anni prima Ogion aveva salvato la citt� dal terremoto che avrebbe raso al suolo le torri dei ricchi e avrebbe chiuso con le frane il canale degli scogli Corazzati. Ogion aveva parlato alla montagna di Gont, placandola, e aveva arrestato le rocce tremanti dell�Ultramonte come se calmasse una bestia spaventata. Ged ne aveva sentito parlare; e adesso, mentre si meravigliava nel vedere le guardie armate inginocchiarsi davanti al suo maestro taciturno, lo ricord�. Alz� lo sguardo, quasi impaurito, verso l�uomo che aveva fermato un terremoto; ma il volto di Ogion era sereno come sempre.</p><p>Scesero ai moli, dove il mastro del porto accorse a ricevere Ogion e a chiedergli in cosa poteva essergli utile. Il mago glielo disse, e subito quello parl� di una nave diretta al mare Interno, che poteva prendere a bordo Ged come passeggero.�� Oppure lo prenderanno come apportatore di vento�� aggiunse.�� Se possiede tale capacit�. Non hanno maghi del tempo, a bordo.</p><p>���Ha una certa abilit� con nebbia e vapori, ma non ha esperienza dei venti marini�� disse il mago, posando leggermente la mano sulla spalla di Ged.�� Non tentare di far nulla col mare e i venti del mare, Sparviero: sei ancora un terricolo. Mastro, come si chiama la nave?</p><p>���<emphasis>Ombra</emphasis>: viene dalle Andrades, ed � diretta alla Citt� di Hort con un carico di pelli e di avori. Una buona nave, maestro Ogion.</p><p>Il mago si oscur� in volto nell�udire il nome della nave, ma disse:�� Cos� sia. Consegna questo scritto al direttore della scuola di Roke, Sparviero. Che il buon vento t�accompagni. Addio!</p><p>Questo fu il suo commiato. Si volt� e si avvi� a grandi passi lungo la strada, allontanandosi dal molo. Ged, desolato, segu� con lo sguardo il suo maestro.</p><p>���Vieni, ragazzo�� disse il mastro del porto, e lo condusse al molo dove l�<emphasis>Ombra </emphasis>si preparava alla partenza.</p><p>Potrebbe sembrare strano che su un�isola larga cinquanta miglia, in un villaggio che sorge sotto strapiombi affacciati sul mare, un ragazzo possa crescere senza essere mai salito su una barca e senza aver mai immerso un dito nell�acqua salmastra: ma � cos�. Contadino, capraio, mandriano, cacciatore o artigiano, il terricolo vede l�oceano come un regno salato e incostante che non ha nulla da spartire con lui. Un villaggio che sorge a due giornate di cammino dal suo villaggio � una terra straniera, e l�isola a un giorno di navigazione dalla sua � soltanto una diceria: colline nebbiose intraviste oltre l�acqua, non terra solida come quella su cui cammina.</p><p>Quindi, per Ged che non era mai sceso dalle pendici della montagna, il porto di Gont era un luogo imponente e meraviglioso, con le grandi case e le torri di pietra squadrate e la darsena con i moli e i pontili e i bacini e gli attracchi, dove una cinquantina di grosse barche e di galee si dondolavano accanto alle banchine, oppure giacevano, tirate in secco e rovesciate, in attesa di riparazioni, o stavano ancorate alla fonda, con le vele ammainate e le cubie dei remi chiuse, e i marinai che gridavano in dialetti stranieri, e gli scaricatori che passavano carichi tra barili e casse e rotoli di gomene e cataste di remi, e i mercanti barbuti e impellicciati che conversavano a bassa voce, camminando sulle pietre viscide, e i pescatori che scaricavano le ceste, i bottai che martellavano e i venditori d�ostriche che cantavano e i comandanti delle navi che urlavano, e poi, pi� oltre, la lucente baia silenziosa. Con gli occhi e gli orecchi e la mente pieni di quello spettacolo, Ged segu� il mastro del porto all�ampio molo dov�era amarrata l�<emphasis>Ombra</emphasis>, e il mastro del porto lo condusse dal comandante della nave.</p><p>Con poche parole, il comandante accett� di portare Ged a Roke, poich� era stato un mago a chiederlo; e il mastro del porto lasci� con lui il ragazzo. Il comandante dell�<emphasis>Ombra </emphasis>era un uomo alto e grasso, avvolto in un mantello rosso foderato di pelli di pellawi, come usano i mercanti delle Andrades. Non guard� Ged ma gli chiese, con voce potente:�� Puoi cambiare il tempo, ragazzo?</p><p>���S�.</p><p>���Puoi portare il vento?</p><p>Ged dovette dire che non sapeva farlo, e allora il capitano gli disse di trovarsi un posticino e di non stare tra i piedi.</p><p>I rematori stavano salendo a bordo, perch� la nave doveva uscire dal porto prima che scendesse la notte e veleggiare col riflusso verso l�alba. Non c�erano posti dove potesse stare fuori dai piedi, ma Ged si arrampic� pi� in alto che pot� sul carico legato e coperto di pelli a poppa della nave, e standosene l� aggrappato osserv� tutto ci� che avveniva. I rematori balzarono a bordo, uomini robusti dalle grandi braccia, mentre gli scaricatori facevano rotolare rumorosamente i barili d�acqua e li stivavano sotto i banchi. La nave, ben costruita, era bassa sul pelo dell�acqua, tanto era carica: eppure si dondolava un poco sulle onde lambenti della riva, pronta a partire. Poi il timoniere prese il suo posto a destra del dritto di poppa, rivolgendo lo sguardo al comandante che stava in piedi su un tavolato alla congiunzione tra la chiglia e il dritto di prua, scolpito in forma dell�Antico Serpente di Andrad. Il comandante rugg� gli ordini con voce sonante, e l�<emphasis>Ombra </emphasis>fu disormeggiata e rimorchiata lontano dai moli da due scialuppe a remi. Poi il comandante rugg� �Aprite le cubie!� e i grossi remi uscirono rumorosamente, quindici per parte. I rematori piegarono le schiene robuste, mentre un ragazzo, lass� a fianco del comandante, batteva il ritmo su un tamburo. Ora la nave prese a procedere agile come un gabbiano spinto dalle ali, e il frastuono della citt� si perse all�improvviso dietro di loro. Uscirono nel silenzio delle acque della baia, e sopra di loro giganteggiava il picco bianco della montagna, che sembrava aleggiare sul mare. In una foce poco profonda, al riparo dello scoglio Corazzato meridionale, fu gettata l�ancora: e l� passarono la notte.</p><p>Dei settanta uomini dell�equipaggio alcuni erano giovanissimi come Ged, sebbene tutti avessero celebrato il passaggio alla condizione di uomo. I ragazzi l�invitarono a dividere con loro cibi e bevande, e furono piuttosto amichevoli sebbene rudi e pronti agli scherzi e alle canzonature. Lo chiamavano Capraio, naturalmente, perch� era di Gont: ma non si spingevano oltre. Lui era alto e forte come un quindicenne, e pronto a ricambiare una parola gentile o un sarcasmo; perci� si affiat� con loro e fin da quella prima notte cominci� a vivere come uno di loro e a imparare il loro mestiere. La cosa piacque agli ufficiali della nave, perch� a bordo non c�era posto per i passeggeri oziosi.</p><p>Non c�era molto spazio per l�equipaggio, e non c�erano comodit� in una galea senza ponti, affollata di uomini, di materiale e di carico; ma cosa importava, a Ged, delle comodit�? Quella notte si sdrai� fra i rotoli di pelli provenienti dalle isole settentrionali e guard� le stelle della primavera che brillavano sulle acque del porto e le minuscole luci gialle della citt�, a poppa; e si addorment�, e si risvegli� contento. Prima dell�alba la marea cambi�. Levarono l�ancora e passarono remando tra gli scogli Corazzati. Quando il sole arross� la montagna di Gont alle loro spalle, alzarono la vela e volarono verso sudovest, sul mare di Gont.</p><p>Tra Barnisk e Torheven veleggiarono spinti da un vento leggero, e il secondo giorno giunsero in vista di Havnor, l�isola Grande, cuore e focolare dell�arcipelago. Per tre giorni procedettero in vista delle verdi colline di Havnor, seguendone la costa orientale, ma non scesero a terra. Solo molti anni dopo Ged pos� piede su quella terra e vide le bianche torri del Gran Porto di Havnor, al centro del mondo.</p><p>Si fermarono una notte a Foce del Kember, il porto settentrionale dell�isola di Way, e la notte seguente in una cittadina all�imboccatura della baia di Felkway; e il giorno dopo doppiarono il capo settentrionale di O ed entrarono nello stretto di Ebavnor. L� ammainarono la vela e remarono, sempre in vista della terra da entrambe le parti e sempre a portata di voce da altre navi, grandi e piccole: mercantili giunti dagli stretti Esterni con strani carichi, dopo un viaggio di molti anni, e altri che saltellavano come passerotti da un�isola all�altra del mare Interno. Deviando verso sud, uscirono dall�affollato stretto e si lasciarono a poppa Havnor, navigando tra le due belle isole di Ark e Ilien, ricche di citt� dalle molte torri e dalle molte terrazze, e poi procedettero tra la pioggia e i venti attraverso il mare Interno per dirigersi all�isola di Roke.</p><p>Nella notte, quando il vento rinforz� e divenne tempestoso, abbassarono la vela e staccarono l�albero, e l�indomani procedettero a remi per tutto il giorno. La lunga nave stava salda sulle onde e avanzava coraggiosamente, ma il timoniere al lungo remo di poppa guardava la pioggia che batteva il mare e non riusciva a vedere altro. Si dirigevano verso sudovest affidandosi alla bussola: sapevano come andavano, ma non sapevano bene attraverso quali acque. Ged sent� gli uomini parlare degli scogli a nord di Roke, e delle Rocce di Borilous all�est; altri sostenevano che forse ormai erano fuori rotta, nelle acque deserte a sud di Kamery. Il vento rinforz� ancora, lacerando le creste delle grandi onde in brandelli volanti di spuma; e loro continuavano a remare verso sudovest, col vento alle spalle. I turni ai remi furono ridotti, perch� la fatica era grande; i ragazzi pi� giovani vennero assegnati due per remo, e Ged fece i suoi turni come gli altri, come aveva sempre fatto da quando erano partiti da Gont. Quando non remavano, sgottavano, perch� le onde irrompevano pesanti a bordo. Cos� faticavano tra le onde che correvano come montagne gigantesche sospinte dal vento, mentre la pioggia batteva fredda e violenta sulle loro schiene e il tamburo rullava cadenzato nel frastuono della tempesta come il battito di un cuore.</p><p>Un uomo venne a sostituire Ged al remo, e lo mand� dal comandante, a prua. L�acqua piovana sgocciolava dall�orlo del mantello del comandante, che stava saldo come una botte. Abbassando lo sguardo su Ged, chiese:�� Puoi placare il vento, ragazzo?</p><p>���No, signore.</p><p>���Conosci l�arte del ferro?</p><p>Intendeva chiedere a Ged se poteva fare in modo che l�ago della bussola indicasse la direzione di Roke invece di segnare il nord. Quell�arte era un segreto dei maestri del mare, e ancora una volta Ged dovette rispondere di no.</p><p>���Bene�� grid� il comandante nel vento e nella pioggia,�� allora dovrai trovare una nave che ti porti a Roke da Citt� di Hort. Roke dev�essere ormai a occidente, rispetto a noi, e solo la magia potrebbe portarci l� con questo mare. Dobbiamo continuare a dirigere verso sud.</p><p>A Ged quella prospettiva non piaceva, perch� aveva sentito i marinai parlare di Citt� di Hort: era un luogo senza legge, pieno di traffici illeciti, dove spesso gli uomini venivano catturati e venduti schiavi nello stretto Meridionale. Ritorn� al remo e riprese il lavoro insieme al suo compagno, un robusto ragazzo andradeano, e ud� il tamburo battere il ritmo e vide la lanterna appesa a poppa oscillare e guizzare, sbatacchiata dal vento, come un tormentato punto di luce nell�oscurit� sferzata dalla pioggia. Continu� a guardare verso occidente pi� che poteva, nel pesante ritmo della remata. E quando la nave si sollev� sulla cresta di un�onda altissima, vide per un momento, oltre l�acqua scura e fumante, una luce tra le nubi, che poteva essere l�ultimo bagliore del tramonto: ma quella era una luce chiara, non rossa.</p><p>Il suo compagno non l�aveva vista, ma lui grid� per annunciarla. Il timoniere stette attento, cercandola ogni volta che la nave veniva sollevata dalle grandi onde, e la vide proprio mentre Ged la rivedeva; ma grid� di rimando che era soltanto il sole calante. Allora Ged chiam� uno dei ragazzi che sgottavano, facendosi sostituire al remo per un momento; si avvi� di nuovo verso prua, lungo la corsia ingombra tra i banchi, e afferrandosi al tagliamare scolpito per non farsi rovesciare in mare grid� al comandante:�� Signore! Quella luce a occidente � l�isola di Roke!</p><p>���Io non ho visto nessuna luce!�� rugg� il comandante, ma mentre parlava, Ged protese il braccio, indicando, e tutti videro la luce brillare nitida a occidente, sopra la schiuma e il tumulto delle onde.</p><p>Non per favorire il suo passeggero, ma per salvare la nave dal pericolo della tempesta, il comandante grid� subito al timoniere di dirigersi verso occidente, verso la luce. Ma disse a Ged:�� Ragazzo, tu parli come un maestro del mare, ma ti assicuro che se sbagli a guidarci in questo tempaccio ti getter� in mare e lascer� che tu raggiunga Roke a nuoto!</p><p>Ora, invece di precedere la tempesta, dovettero remare trasversalmente rispetto al vento, e fu un�impresa dura: le onde investivano la nave di fianco e la spingevano sempre a sud della nuova rotta, e la facevano rollare, e i rematori dovevano stare in guardia perch� il movimento non sollevasse i remi dall�acqua mentre li tiravano, facendoli cadere tra i banchi. Era quasi buio, sotto le nubi temporalesche; ma di tanto in tanto si scorgeva ancora la luce a occidente, quanto bastava per regolare la rotta, e perci� continuarono cos�. Finalmente il vento si attenu� un poco, e la luce ingrand� davanti a loro. Continuarono a remare, e fu come se a un certo punto superassero una cortina: da un colpo di remo all�altro uscirono dalla tempesta nell�aria limpida, dove la luce del crepuscolo splendeva nel cielo e sul mare. Oltre le onde crestate di spuma videro, non molto lontano, un�alta collina verde e tondeggiante, e ai suoi piedi una citt� costruita su una piccola baia, dove stavano all�ancora diverse imbarcazioni e tutto era pace.</p><p>Il timoniere, appoggiandosi sul lungo remo, gir� la testa e grid�:�� Signore! � una terra vera o una stregoneria?</p><p>���Continua cos�, stupida testa di legno! Remate, smidollati figli di schiavi! Quelle sono la baia di Thwil e la collina di Roke, e qualunque idiota lo capirebbe! Remate!</p><p>E cos�, al rullo del tamburo, entrarono nella baia, remando stancamente. C�era silenzio, e udirono le voci della gente in citt� e i rintocchi di una campana, e soltanto in lontananza il sibilo e il ruggito della tempesta. Le nubi incombevano scure a nord e a est e a sud a un miglio di distanza dall�isola. Ma sopra Roke le stelle stavano spuntando, a una a una, in un cielo limpido e sereno.</p></section><section><title><p>LA SCUOLA DEI MAGHI</p></title><p>Quella notte Ged dorm� a bordo dell�<emphasis>Ombra</emphasis>, e al mattino dopo, di buon�ora, si accomiat� da quei suoi primi compagni, che gli gridavano allegramente parole augurali mentre lui si avviava lungo i moli. La citt� di Thwil non � grande, e le sue alte case stanno raccolte intorno a poche vie strette e ripide. A Ged, per�, sembrava una grande citt�, e poich� non sapeva dove andare chiese al primo che incontr� dove poteva trovare il rettore della scuola di Roke. L�uomo lo guard� di sottecchi per qualche istante e disse:�� Il saggio non deve chiedere, lo sciocco chiede invano.�� E si allontan�. Ged continu� a salire finch� giunse in una piazza, cinta su tre lati dalle case con i tetti spioventi d�ardesia e sul quarto lato dal muro di un grande edificio, le cui finestrelle erano pi� alte dei comignoli delle case: sembrava una fortezza o un castello, costruito con possenti blocchi di pietra grigia. Nella piazza c�erano i chioschi del mercato, e la gente andava e veniva. Ged ripet� la domanda a una vecchia con un cesto di mitili, e quella rispose:�� Puoi sempre trovare il rettore dov��, ma qualche volta lo troverai dove non �.�� E riprese a gridare per magnificare i suoi mitili.</p><p>Nel grande edificio, vicino all�angolo, c�era una porticina di legno. Ged la raggiunse e buss� forte. Al vecchio che venne ad aprirgli disse:�� Ho una lettera del mago Ogion di Gont per il rettore della scuola di quest�isola. Voglio trovare il rettore, ma non voglio udire altri indovinelli e altre beffe!</p><p>���La scuola � questa�� disse placido il vecchio.�� Io sono il portinaio. Entra, se puoi.</p><p>Ged fece un passo avanti. Gli parve di aver varcato la soglia, eppure era ancora fuori sul selciato.</p><p>Avanz� di nuovo, e di nuovo rest� fuori dalla porta. Il custode, all�interno, l�osservava con aria mite.</p><p>Ged era pi� incollerito che sconcertato, perch� quella gli sembrava un�altra beffa. Con la voce e con la mano esegu� l�incantesimo dell�apertura, che sua zia gli aveva insegnato tanto tempo prima: era il pi� prezioso fra tutti i sortilegi che lei conosceva. Ma era soltanto un incantesimo da strega, e il potere che custodiva quella soglia non ne fu minimamente scosso.</p><p>Ged rest� l� a lungo. Infine guard� il vecchio, che continuava ad attendere.�� Non posso entrare�� ammise controvoglia,�� se tu non mi aiuti.</p><p>Il portinaio replic�:�� Di� il tuo nome.</p><p>Ged rest� di nuovo immobile per qualche istante: un uomo non pronuncia mai il suo nome a voce alta se non quando � in gioco qualcosa di pi� della sua vita.</p><p>���Io sono Ged�� disse a voce alta. Poi avanz� e varc� la soglia. Tuttavia gli parve che, sebbene la luce fosse dietro di lui, un�ombra lo seguisse da vicino.</p><p>E quando si volt�, vide anche che la soglia che aveva varcato non era di semplice legno come aveva creduto, ma d�avorio, senza giunture o commessure: come apprese pi� tardi, era intagliata da un dente del Grande Drago. La porta che il vecchio chiuse alle sue spalle era di corno polito, e lasciava trasparire lievemente la luce del giorno, e sul pannello interno era intagliato l�albero dalle mille foglie.</p><p>���Benvenuto in questa casa, ragazzo�� disse il custode, e senza aggiungere altro lo condusse per gallerie e corridoi fino a un cortile scoperto, al centro dell�edificio. Il cortile era lastricato in parte ma non aveva tettoie, e su uno spiazzo erboso una fontana zampillava sotto alberi giovani, nella luce del sole. Ged rimase solo ad attendere, per un po�. Rest� immobile, mentre il cuore gli batteva forte perch� gli pareva di percepire presenze e poteri invisibili all�opera intorno a lui e capiva che quel luogo era fatto non soltanto di pietre ma anche di una magia pi� forte della pietra. Era nella sala pi� interna della Casa dei Saggi, che era aperta al cielo. Poi, di colpo, scorse un uomo biancovestito che l�osservava attraverso gli spruzzi d�acqua della fontana.</p><p>Quando i loro sguardi s�incontrarono, un uccello cant� tra i rami di un albero. In quel momento Ged comprese il canto dell�uccello e il linguaggio dell�acqua che cadeva nella vasca della fontana, e la forma delle nubi e l�inizio e la fine del vento che faceva stormire le foglie: gli parve di essere lui stesso una parola pronunciata dalla luce del sole.</p><p>Poi quel momento pass�, e lui e il mondo tornarono come prima, o quasi come prima. Ged si mosse e and� a inginocchiarsi davanti all�arcimago, tendendogli la lettera scritta da Ogion.</p><p>L�arcimago di Nemmerle, rettore di Roke, era vecchio: il pi� vecchio, si diceva, di tutti i viventi. La sua voce tremolava come la voce dell�uccello, quando parl� per dare cortesemente il benvenuto a Ged. I capelli, la barba e la veste erano candidi, e sembrava che tutta l�oscurit� e la pesantezza fossero state cancellate in lui dal lento uso degli anni, lasciandolo bianco e consunto come un legno gettato a riva dopo aver galleggiato sulle onde per un secolo.�� I miei occhi sono vecchi: non posso leggere ci� che ha scritto il tuo maestro�� disse, con quella voce tremula.�� Leggimi la lettera, ragazzo.</p><p>Perci� Ged lesse a voce alta il messaggio, che era in rune hardesi e diceva solo questo: <emphasis>Nobile Nemmerle! Ti mando colui che diventer� il pi� grande mago di Gont, se il vento spira come deve. </emphasis>Era firmato non gi� col vero nome di Ogion, che Ged non conosceva ancora, ma con la runa di Ogion, la Bocca Chiusa.</p><p>���Ti manda colui che incatena il terremoto, e perci� sii benvenuto due volte. Il giovane Ogion mi era caro, quando venne qui da Gont. Ora parlami dei mari e dei portenti del tuo viaggio, ragazzo.</p><p>���Una buona traversata, signore, escludendo la tempesta di ieri.</p><p>���Quale nave ti ha condotto qui?</p><p>���L�<emphasis>Ombra</emphasis>, che veniva dalle Andrades.</p><p>���Quale volont� ti ha mandato qui?</p><p>���La mia.</p><p>L�arcimago guard� Ged e poi distolse gli occhi e cominci� a parlare in una lingua che il ragazzo non comprendeva, borbottando come un vecchio la cui mente divagava tra gli anni e le isole. Eppure, tra quei mormorii c�erano parole di ci� che l�uccello aveva cantato e di ci� che l�acqua aveva detto ricadendo. Non stava formulando un incantesimo, eppure nella sua voce c�era una potenza che scosse la mente di Ged: per un momento il ragazzo, sbalordito, ebbe l�impressione di scorgere se stesso in uno strano luogo immenso e deserto, solo tra le ombre. Eppure era sempre nel cortile soleggiato, e udiva il canto della fontana.</p><p>Un grosso uccello nero, un corvo di Osskil, si avvicin� camminando sulle pietre e sull�erba. Si accost� all�orlo della veste dell�arcimago e si ferm�, tutto nero, col becco affilato come un pugnale e gli occhi simili a sassolini, fissando Ged in tralice. Becc� tre volte il bastone bianco cui si appoggiava Nemmerle, e il vecchio mago smise di borbottare e sorrise.�� Corri e gioca, ragazzo�� disse infine, come se parlasse a un bimbetto. Ged s�inginocchi� di nuovo davanti a lui. Quando si rialz�, l�arcimago non c�era pi�. C�era solo il corvo, che lo guardava col becco proteso come per beccuzzare il bastone scomparso.</p><p>Il corvo parl�, in quella che Ged immagin� che fosse la lingua di Osskil.�� Terrenon ussbuk!�� gracchi�.�� Terrenon ussbuk orrek!�� E se ne and� pavoneggiandosi com�era venuto.</p><p>Ged si gir� per lasciare il cortile, chiedendosi dove potesse andare. Sotto l�arcata fu accolto da un giovane alto che lo salut� cerimoniosamente, chinando il capo.�� Io sono Diaspro, figlio di Enwit del dominio di Eolg nell�isola di Havnor. Oggi sono al tuo servizio, per mostrarti la Grande Casa e per rispondere come posso alle tue domande. Come debbo chiamarti, signore?</p><p>Ged, un ragazzo venuto da un villaggio di montagna, che non aveva mai frequentato i figli dei ricchi mercanti e dei nobili, ebbe l�impressione che quel giovane si facesse beffe di lui, con il suo �servizio� e il suo �signore� e i suoi inchini. Rispose seccamente:�� Mi chiamano Sparviero.</p><p>L�altro attese un momento, come se si aspettasse una risposta pi� cortese: e poich� non la ricevette si raddrizz� e si gir� leggermente da una parte. Aveva due o tre anni pi� di Ged; era molto alto, e si muoveva con eleganza impettita: come un danzatore, pens� Ged. Portava un manto grigio, col cappuccio ributtato sulle spalle. Il primo posto in cui condusse Ged fu il guardaroba, dove Ged, come nuovo allievo, poteva trovarsi un mantello simile, della sua misura, e altri indumenti che potevano servirgli. Indoss� la cappa grigioscura che aveva scelto, e allora Diaspro disse:�� Ora sei uno di noi.</p><p>Diaspro aveva l�abitudine di sorridere lievemente, mentre parlava, e Ged provava la sensazione che le sue parole cortesi celassero un�ironia beffarda.�� Gli abiti fanno il mago?�� ribatt� imbronciato.</p><p>���No�� rispose il giovane.�� Anche se ho sentito dire che le buone maniere fanno l�uomo. E adesso dove andiamo?</p><p>���Dove vuoi tu. Non conosco la casa.</p><p>Diaspro lo condusse per i corridoi della Grande Casa, mostrandogli i cortili scoperti e le gallerie, la sala degli Scaffali dov�erano conservati i libri della sapienza e i tomi delle rune, ia grande sala del Focolare dove tutta la scuola si radunava nei giorni di festa; e ai piani superiori, nelle torri e sotto i tetti, le piccole celle dove dormivano gli studenti e i maestri. Quella di Ged era situata nella torre meridionale, con una finestra affacciata sui tetti spioventi di Thwil, dalla parte del mare. Come le altre celle, era spoglia: c�era soltanto un pagliericcio nell�angolo.�� Qui viviamo molto semplicemente�� disse Diaspro.�� Ma immagino che non ti dispiacer�.</p><p>���Ci sono abituato.�� Poi, cercando di mostrarsi all�altezza di quel giovane educato e sdegnoso, Ged aggiunse:�� Immagino che tu non lo fossi, quando sei arrivato.</p><p>Diaspro lo guard�, e il suo sguardo disse, senza bisogno di parole: � Cosa puoi sapere, tu, di quello cui ero abituato io, figlio del signore del dom�nio di Eolg nell�isola di Havnor?�. Ma a voce alta, Diaspro disse soltanto:�� Vieni.</p><p>Mentre si trovavano di sopra, era suonato un gong: scesero per il pasto di mezzogiorno alla lunga tavola del refettorio, insieme a un centinaio di ragazzi e di giovani. Ognuno si serviva da s�, scherzando con i cuochi attraverso gli sportelli della cucina che si aprivano sul refettorio, riempiendosi il piatto dalle grandi ciotole che fumavano sui davanzali, sedendosi alla lunga tavola dove preferiva.�� Dicono�� fece Diaspro rivolgendosi a Ged,�� che per quanto siano numerosi coloro che siedono a tavola, ci sia sempre posto per tutti.�� Senza dubbio c�era posto per molti gruppi rumorosi di giovani che chiacchieravano e mangiavano di buon appetito, e per uomini pi� anziani dal manto grigio fissato alla gola da una fibbia d�argento, che stavano seduti pi� tranquillamente, soli o a due a due, con espressioni gravi e pensose, come se avessero molte cose su cui riflettere. Diaspro condusse Ged a sedersi accanto a un individuo atticciato che si chiamava Veccia e non parlava molto ma mangiava con grande impegno. Aveva l�accento dello stretto Orientale, e la carnagione scurissima: non bruno-rossiccia come Ged e Diaspro e quasi tutti i popoli dell�arcipelago, ma nero-bruna. Era un tipo semplice, e i suoi modi non erano molto raffinati. Brontol� per criticare il pasto, quando ebbe finito; ma poi, rivolgendosi a Ged, disse:�� Almeno non � illusione, come tante cose intorno a noi: ti aiuta a tenerti bene in carne.�� Ged non sapeva cosa intendesse, ma prov� una certa simpatia per lui e fu lieto quando, dopo il pasto, Veccia rimase con loro.</p><p>Scesero in citt�, perch� Ged potesse imparare a conoscerla. Le vie di Thwil, sebbene fossero poche e corte, si snodavano curiosamente tortuose tra le case dai tetti aguzzi, ed era facile smarrirsi. Era una strana cittadina, e anche i suoi abitanti erano strani: pescatori e operai e artigiani come tutti gli altri, ma cos� abituati alla magia sempre in atto nell�isola dei Saggi da sembrare anche loro un po� maghi. Parlavano (come Ged aveva gi� scoperto) per enigmi, e nessuno di loro avrebbe battuto ciglio nel vedere un ragazzo trasformarsi in pesce o una casa involarsi nell�aria: sapendo che si trattava di uno scherzo da studenti, avrebbero continuato a risuolare scarpe o a tagliare la carne di montone senza preoccuparsi.</p><p>Dopo essere passati davanti alla porta posteriore e aver attraversato i giardini della Grande Casa, i tre ragazzi superarono le chiare acque del fiume Thwil su un ponte di legno e proseguirono verso nord, tra boschi e pascoli. Il sentiero sal�, tortuosamente. Passarono tra querceti dove le ombre erano fonde nonostante lo splendore del sole. C�era un bosco sulla sinistra, non molto lontano, che Ged non riusciva a scorgere chiaramente. Il sentiero non lo raggiungeva mai, anche se pareva sempre sul punto di arrivarci. Ged non riusciva neppure a distinguere che alberi fossero. Veccia, vedendolo intento a guardare, mormor�:�� Quello � il bosco Immanente. Non possiamo andarci, per ora�</p><p>Nei pascoli riscaldati dal sole sbocciavano fiori gialli.�� Erba-scintilla�� disse Diaspro.�� Cresce dove il vento lasci� cadere le ceneri di Ilien incendiata, quando Erreth-Akbe difese le isole Interne dal signore del fuoco.�� Soffi� su un fiore appassito, e i semi liberati si sollevarono nel vento come scintille al sole.</p><p>Il sentiero li port� intorno alla base di una grande collina verde, tondeggiante e priva d�alberi, la stessa che Ged aveva scorto dalla nave quando erano entrati nelle acque incantate dell�isola di Roke. Sulle pendici, Diaspro si ferm�.�� A casa mia, a Havnor, ho sentito parlare molto della magia di Gont, e sempre in toni d�elogio: da molto tempo, quindi, desideravo vederla all�opera. Adesso abbiamo qui uno di Gont e siamo sulle pendici della collina di Roke, che affonda le radici fino al centro della Terra. Tutti gli incantesimi sono fortissimi, qui. Facci vedere qualcosa, Sparviero. Mostraci il tuo stile.</p><p>Confuso e sconcertato, Ged non disse nulla.</p><p>���Pi� tardi, Diaspro�� disse Veccia, con quel suo fare semplice.�� Lascialo in pace per un po�.</p><p>���Possiede l�abilit� o il potere, altrimenti il custode non l�avrebbe lasciato entrare. Perch� non ce lo mostra adesso, anzich� pi� tardi? Giusto, Sparviero?</p><p>���Io possiedo abilit� e potere�� disse Ged.�� Mostrami quello che intendi.</p><p>���Illusioni, naturalmente: trucchi, giochi di apparenze. Cos�!</p><p>Tendendo il dito, Diaspro pronunci� alcune parole strane: e nel punto che lui indicava, sul fianco della collina, tra l�erba verde sgorg� un rivoletto d�acqua che crebbe, finch� l�acqua scaturita dalla sorgente prese a scorrere gi� per il declivio. Ged immerse la mano nel ruscello e la sent� bagnata; bevve, e l�acqua era fresca. Tuttavia non poteva placare la sete, perch� era soltanto un�illusione. Con un�altra parola, Diaspro arrest� l�acqua e l�erba ondeggi� asciutta nel sole.�� Ora a te, Veccia�� disse con quel suo sorriso sereno.</p><p>Veccia si gratt� la testa, con aria cupa, ma prese in mano un po� di terra e cominci� a cantare con voce stonata, modellandola e plasmandola con le dita scure, premendola, accarezzandola: e all�improvviso la terra divenne un minuscolo essere, come un calabrone o una mosca pelosa, che s�invol� ronzando sopra la collina di Roke e svan�.</p><p>Ged rest� a guardare, depresso. Lui conosceva solo la magia dei villaggi, gli incantesimi per chiamare le capre, guarire le verruche, spostare pesi o aggiustare le pentole.</p><p>���Io non faccio simili trucchi�� disse. Questo bast� a Veccia, che si mosse per proseguire; ma Diaspro ribatt�:�� Perch� no?</p><p>���La magia non � un gioco. Noi di Gont non la usiamo per il nostro piacere o per acquisire elogi�� rispose altezzosamente Ged.</p><p>���E per cosa la usate?�� chiese Diaspro.�� Per denaro?</p><p>���No�!�� Ma non gli venne in mente altro che potesse dire per mascherare la sua ignoranza e salvare il suo orgoglio. Diaspro rise, piuttosto bonariamente, e prosegu�, conducendoli intorno alla collina di Roke. E Ged lo segu�, incupito e ferito: sapeva di essersi comportato da sciocco, e ne dava la colpa a Diaspro.</p><p>Quella notte si sdrai�, avviluppato nel mantello, sul pagliericcio della cella fredda e buia, nel silenzio assoluto della Grande Casa di Roke: e la stranezza di quel luogo e il pensiero degli incantesimi e delle magie che vi venivano compiuti cominciarono a opprimerlo. L�oscurit� lo circondava, e lo invadeva il timore. Avrebbe desiderato essere dovunque tranne che a Roke. Veccia, per�, si present� alla porta, con una piccola sfera azzurrognola di luce incantata che gli oscillava sopra la testa per rischiarargli la via, e chiese se poteva entrare a parlare un po�. Chiese a Ged di Gont, e poi parl� con affetto delle proprie isole dello stretto Orientale, e raccont� che il fumo dei focolari dei villaggi veniva spinto attraverso quello stretto tranquillo, la sera, tra quelle isolette dai nomi buffi: Korp, Kopp e Holp, Venway e Vemish, Iffish, Koppish e Sneg. Quando schizz� i contorni di quelle terre sulle pietre del pavimento, per mostrarne a Ged la disposizione, le linee che tracciava con l�indice brillarono fioche, come se fossero state disegnate con un bastoncino d�argento, prima di svanire. Veccia era alla scuola da tre anni, e presto sarebbe stato proclamato incantatore: per lui, operare le arti minori della magia era come per un uccello volare. Eppure possedeva una dote innata ancora pi� grande: l�arte della bont�. Quella notte, e poi sempre dopo quell�occasione, offr� e don� a Ged la propria amicizia, un�amicizia sicura e aperta che lo Sparviero non pot� fare a meno di ricambiare.</p><p>Eppure Veccia era amichevole anche con Diaspro, che aveva fatto fare a Ged la figura dello sciocco quel primo giorno, sulla collina di Roke. Ged non l�aveva dimenticato, e a quanto pareva non l�aveva dimenticato neppure Diaspro, che gli parlava sempre in tono educato e con un sorriso beffardo. Ged non tollerava che il suo orgoglio fosse sminuito o divenisse oggetto di condiscendenza. Perch� nessuno di loro, nonostante i trucchi ingegnosi, aveva salvato un villaggio mediante la magia. Di nessuno di loro Ogion aveva scritto che sarebbe diventato il pi� grande mago di Gont.</p><p>Perci�, facendo appello all�orgoglio, impegn� tutta la forza di volont� nei compiti che gli venivano assegnati: le lezioni e le arti e le storie e le abilit� insegnate dai grigiovestiti maestri di Roke, che venivano chiamati �i nove�.</p><p>Per una parte della giornata studiava col maestro cantore, imparando le gesta degli eroi e le ballate della saggezza, incominciando dal pi� antico di tutti i canti, la <emphasis>Creazione di �a. </emphasis>Poi, insieme a una decina di altri ragazzi, si esercitava col maestro del vento nelle arti metereologiche. Trascorrevano intere giornate, in primavera e in estate, nella baia di Roke, a bordo di piccole imbarcazioni, esercitandosi a guidarle con la parola, e ad acquietare le onde, e a parlare al vento del mondo, e a suscitare il vento magico. Erano arti molto complesse, e spesso Ged veniva colpito alla testa dal boma che girava violentemente quando la barca virava, spinta da un vento che all�improvviso spirava al contrario, oppure la sua imbarcazione e un�altra si scontravano sebbene avessero a disposizione tutta la baia per muoversi, oppure tutti e tre i ragazzi nella sua barca finivano di colpo in acqua quando si levava un�ondata enorme e imprevista. Ci furono spedizioni pi� tranquille a riva, in altri giorni, col maestro erborista che insegnava le qualit� e le propriet� dei vegetali; e il maestro delle mani insegnava la prestidigitazione e i giochi d�abilit� e le arti minori della metamorfosi.</p><p>Ged riusciva bene in tutti questi studi, e dopo un mese se la cavava meglio di altri ragazzi che erano arrivati a Roke un anno prima di lui. I trucchi dell�illusione, soprattutto, gli venivano cos� facili che gli sembrava di conoscerli fin dalla nascita e di avere solo bisogno che gli venissero ricordati. Il maestro delle mani era un vecchio gentile e sereno, che trovava un divertimento inesauribile nello spirito e nella bellezza delle arti da lui insegnate. Ben presto Ged non prov� pi� soggezione davanti a lui: gli chiedeva di questo e di quell�incantesimo, e il maestro sorrideva e gli mostrava tutto ci� che gli era stato chiesto. Ma un giorno, poich� era deciso a svergognare finalmente Diaspro, Ged disse al maestro delle mani, nel cortile delle apparenze:�� Signore, tutti questi incantesimi si somigliano: quando ne conosci uno li conosci tutti. E appena cessa la tessitura dell�incantesimo, l�illusione svanisce. Ora, se io trasformo un sassolino in diamante��� (e lo fece, con una parola e un brusco movimento del polso)�� cosa devo fare perch� il diamante rimanga diamante? Come si pu� bloccare l�incantesimo della metamorfosi per farlo durare?</p><p>Il maestro delle mani guard� la gemma che scintillava sul palmo della mano di Ged, fulgida come il fior fiore del tesoro di un drago. Mormor� una parola, <emphasis>Tolk</emphasis>, e il sassolino torn� a essere un grigio e ruvido frammento di roccia. Il maestro lo prese e lo mostr� nel cavo della mano.�� Questo � un sasso: <emphasis>tolk </emphasis>nella Vera Favella�� disse, alzando lo sguardo verso Ged, con aria mite.�� Un pezzo della pietra di cui � formata l�isola di Roke, un frammento della terraferma su cui vivono gli uomini. � se stesso. � parte del mondo. Con la metamorfosi-illusione puoi farlo sembrare un diamante o un fiore o una mosca o un occhio o una fiamma��� La pietruzza pass� da una forma all�altra, via via che il maestro le nominava, e poi ritorn� sasso.�� Ma � soltanto apparenza. L�illusione inganna i sensi di chi osserva: lo induce a vedere, udire e sentire che l�oggetto � mutato. Ma non muta l�oggetto stesso. Per cambiare questo sasso in una gemma, devi mutare il suo vero nome. E far questo, figlio mio, anche a un cos� piccolo frammento di mondo, significa cambiare il mondo stesso. Si pu� fare. In verit� si pu� fare. � l�arte del maestro della metamorfosi: e tu l�imparerai, quando sarai pronto ad apprenderla. Ma non dovrai cambiare una sola cosa, un solo sassolino o un solo granello di sabbia, se non quando saprai quale bene e quale male deriveranno da quell�atto. Il mondo � in equilibrio. Il potere di trasmutare e di evocare pu� alterare l�equilibrio del mondo. � pericoloso, quel potere. Molto pericoloso. Devi seguire la conoscenza e servire la necessit�. Accendere una candela � gettare un�ombra�</p><p>Il maestro abbass� di nuovo lo sguardo sul sasso.�� E anche una pietra � una cosa buona, sai�� disse, parlando in tono meno grave.�� Se le isole di Earthsea fossero tutte fatte di diamante, la nostra vita sarebbe dura. Goditi le illusioni, ragazzo, e lascia pietre le pietre.�� Sorrise, ma Ged se ne and� insoddisfatto. Quando si insisteva con un mago perch� rivelasse i suoi segreti, quello parlava sempre, come Ogion, di equilibrio e di pericoli e di tenebra. Ma senza dubbio un mago che avesse trasceso quei trucchi puerili dell�illusione, e fosse giunto alle vere arti dell�evocazione e della metamorfosi, era abbastanza potente per fare ci� che gli piaceva ed equilibrare il mondo come gli sembrava pi� giusto e scacciare la tenebra con la propria luce.</p><p>Nel corridoio incontr� Diaspro, che, da quando i risultati di Ged avevano incominciato a suscitare elogi in tutta la scuola, gli parlava in un tono che appariva pi� amichevole ma era pi� beffardo.�� Mi sembri di malumore, Sparviero�� disse.�� I tuoi incantesimi da giocoliere vanno male?</p><p>Cercando come sempre di mettersi su un piano di parit� con Diaspro, Ged rispose alla domanda fingendo di non avvertirne il tono ironico.�� Sono stanco di fare il giocoliere�� disse,�� stanco di questi trucchi illusori, utili solo per divertire oziosi signori nei loro castelli o domimi. L�unica vera magia che finora mi hanno insegnato a Roke � di creare la luce incantata e modificare un po� le condizioni metereologiche. Il resto � soltanto un trucco.</p><p>���Anche i trucchi sono pericolosi�� disse Diaspro,�� nelle mani di uno sciocco.</p><p>A queste parole Ged si volt� come se fosse stato schiaffeggiato, e avanz� di un passo verso Diaspro; ma l�altro sorrise come se non avesse avuto nessuna intenzione di offenderlo, chin� la testa in quel suo modo rigido ed elegante, e prosegu�.</p><p>Mentre se ne stava l� con la rabbia nel cuore, seguendo Diaspro con lo sguardo, Ged giur� a se stesso di superare il rivale, e non in qualche semplice gara d�illusione ma in una dimostrazione di potere. Si sarebbe imposto, e avrebbe umiliato Diaspro. Non poteva permettere che quell�individuo continuasse a guardarlo dall�alto in basso, elegante, sdegnoso, pieno di odio.</p><p>Non stette a chiedersi per quale motivo Diaspro l�odiasse. Sapeva soltanto per quale motivo <emphasis>lui </emphasis>odiava Diaspro. Gli altri apprendisti avevano capito presto di non potersi opporre a Ged, per scherzo o seriamente, e dicevano di lui, alcuni in tono di lode e altri di disprezzo:�� � un mago nato, non si lascer� mai battere.�� Solo Diaspro non lo lodava e non lo evitava, ma lo guardava semplicemente dall�alto in basso, con un lieve sorriso. E perci� Diaspro era il suo unico rivale, ed era necessario svergognarlo.</p><p>Non comprendeva, o non voleva comprendere, che in quella rivalit� cui si aggrappava, alimentandola come parte del suo orgoglio, c�era qualcosa del pericolo, della tenebra contro cui l�aveva messo gentilmente in guardia il maestro delle mani.</p><p>Quando non era animato dalla rabbia, sapeva benissimo di non essere ancora all�altezza di Diaspro o degli altri ragazzi pi� grandi, e perci� badava al proprio lavoro e tirava avanti come al solito. Alla fine dell�estate, l�attivit� era un po� rallentata e c�era pi� tempo per gli svaghi: regate di barche incantate nel porto, esibizioni d�illusioni nei cortili della Grande Casa, e durante le lunghe serate, nei boschetti, folli giochi a nascondino in cui quelli che si nascondevano e quello che li cercava erano invisibili, e solo le voci si muovevano ridendo e chiamando tra gli alberi, seguendo e schivando le rapide e fioche luci incantate. Poi, quando venne l�autunno, l�attivit� riprese, e incominciarono a esercitarsi in nuove magie. Perci� i primi mesi a Roke passarono presto per Ged, e furono pieni di passioni e di meraviglie.</p><p>L�inverno fu diverso. Ged fu mandato con altri sette ragazzi dall�altra parte dell�isola di Roke, al promontorio pi� settentrionale e pi� lontano, dove sorge la Torre Isolata. L� viveva tutto solo il maestro dei nomi, il quale veniva chiamato con un nome che non aveva significato in nessuna lingua: Kurremkarmerruk. Intorno alla torre, per miglia e miglia, non c�erano fattorie n� abitati. Sorgeva torva sulle scogliere settentrionali, e grige erano le nubi sui mari invernali, e interminabili gli elenchi e le liste dei nomi che gli otto discepoli del maestro dovevano imparare. In mezzo a loro, nella stanza pi� alta della torre, Kurremkarmerruk sedeva su un seggio imponente, scrivendo liste di nomi che dovevano venire appresi prima che l�inchiostro svanisse a mezzanotte, lasciando nuovamente bianca la pergamena. Era freddo, l�, e c�erano sempre semioscurit� e silenzio, interrotto solo dallo scricchiolio della penna del maestro e dai sospiri di qualche studente che prima di mezzanotte doveva imparare i nomi di ogni capo, punta, baia, stretto, rada, canale, porto, secca, scogliera e roccia delle spiagge di Lossow, una minuscola isoletta del mare di Peln. Se lo studente si lagnava, il maestro magari non diceva nulla ma allungava l�elenco; oppure diceva:�� Colui che vuole diventare maestro del mare deve conoscere il vero nome di ogni goccia d�acqua che il mare racchiude.</p><p>Qualche volta Ged sospirava, ma non si lagnava mai. Capiva che in quel polveroso e interminabile dovere d�imparare il vero nome di ogni luogo e cosa e essere, il potere che lui cercava stava come una gemma sul fondo di un pozzo inaridito. Perch� la magia consiste in questo: dare il vero nome a una cosa. Kurremkarmerruk l�aveva detto loro, una volta, la prima notte dopo il loro arrivo alla torre; non l�aveva pi� ripetuto, ma Ged non aveva dimenticato le sue parole.�� Molti maghi di grande potere�� aveva detto,�� hanno trascorso tutta la vita cercando di scoprire il nome di una sola cosa� un solo nome perduto o celato. E gli elenchi non sono ancora compiuti. E non lo saranno mai, fino alla fine del mondo. Ascoltate, e comprenderete il perch�. Nel mondo sotto il sole, e in quell�altro mondo che non ha sole, ci sono molte cose che non hanno nulla in comune con gli uomini e il linguaggio degli uomini, e ci sono poteri che trascendono i nostri poteri. Ma la magia, la vera magia, � operata solo dagli esseri che parlano la lingua hardese di Earthsea, o la Vecchia Favella da cui si � evoluta.</p><p>�� la lingua che parlano i draghi, � la lingua parlata da Segoy che cre� le isole del mondo, � la lingua delle nostre ballate e dei nostri canti, incantesimi, sortilegi e invocazioni. Le sue parole permangono, mutate e nascoste tra le nostre parole in hardese. Noi chiamiamo la spuma delle onde <emphasis>sukien</emphasis>, e questa parola � formata da due termini della Vecchia Favella: <emphasis>suk</emphasis>, piuma, e <emphasis>inien</emphasis>, mare. La piuma del mare: � la spuma. Ma non potete incantare la spuma chiamandola <emphasis>sukien</emphasis>: dovete usare il suo vero nome nella Vecchia Favella, che � <emphasis>esta. </emphasis>Qualunque strega conosce alcune di queste parole nella Vecchia Favella, e un mago ne conosce molte. Ma ce ne sono assai di pi�, e alcune si sono perdute nel corso dei secoli, e alcune sono rimaste nascoste, e altre sono note soltanto ai draghi e alle Vecchie Potenze della Terra, e talune sono ignote a tutti gli esseri viventi; e nessuno potrebbe impararle tutte, perch� quel linguaggio non ha fine.</p><p>�Eccone la ragione. Il nome del mare � <emphasis>inien</emphasis>, benissimo. Ma quello che noi chiamiamo mare Interno ha un suo nome anche nella Vecchia Favella. Poich� nessuna cosa pu� avere due veri nomi, <emphasis>inien </emphasis>pu� significare solo "tutto il mare eccettuato il mare Interno". E naturalmente non significa neppure questo, perch� ci sono innumerevoli mari e baie e stretti che portano nomi esclusivi. Perci�, se qualche mago maestro del mare fosse cos� pazzo da tentare di lanciare un incantesimo di tempesta o di bonaccia su tutto l�oceano, dovrebbe enumerare non soltanto quella parola <emphasis>inien </emphasis>ma anche i nomi di ogni tratto e di ogni parte del mare in tutto l�arcipelago e in tutti gli stretti Esterni e ancora pi� oltre, fin dove i nomi cessano di esistere. Quindi, ci� che ci d� il potere di operare magie fissa i limiti di tale potere. Un mago pu� controllare solo ci� che gli � vicino, ci� che lui pu� chiamare col nome esatto e completo. Ed � bene che sia cos�. Altrimenti la malvagit� dei potenti o la follia dei saggi avrebbero cercato gi� da tempo di cambiare ci� che non pu� essere cambiato, e l�equilibrio verrebbe meno. Il mare, sbilanciato, travolgerebbe le isole su cui dimoriamo cos� pericolosamente, e nell�antico silenzio tutte le voci e tutti i nomi andrebbero perduti.</p><p>Ged riflett� a lungo su queste parole, che penetrarono profondamente nel suo intelletto. Eppure la maest� del compito non bast� a rendere meno duro e arido il lavoro di quel lungo anno nella torre; e al termine di quell�anno Kurremkarmerruk gli disse:�� Hai compiuto un buon inizio.�� E null�altro. I maghi dicono la verit�, ed era vero che tutta la padronanza dei nomi che Ged si era sforzato di acquisire quell�anno era solo l�inizio di ci� che doveva continuare ad apprendere per tutta la vita. Fu autorizzato a lasciare la Torre Isolata prima degli altri che erano arrivati con lui, perch� aveva imparato pi� in fretta: ma quella fu l�unica lode che ottenne.</p><p>S�incammin� verso sud, attraverso l�isola, solo, all�inizio dell�inverno, lungo le strade deserte e senza citt�. Al cader della notte venne la pioggia. Non recit� un incantesimo per tenere la pioggia lontana da lui, perch� il clima di Roke era nelle mani del maestro del vento e non poteva essere modificato. Si rifugi� sotto un grande albero di pendick; e quando si sdrai�, avvolgendosi nel mantello, pens� al suo vecchio maestro Ogion, che forse era ancora impegnato nei vagabondaggi autunnali sulle alture di Gont, a dormire con i rami spogli per tetto e la pioggia per muri. Quel pensiero lo fece sorridere, perch� il ricordo di Ogion gli era sempre di conforto. Si addorment� col cuore sereno, l� nell�oscurit� fredda e piena del sussurro dell�acqua. All�alba, destatosi, alz� la testa. La pioggia era cessata; vide, riparato tra le pieghe del suo mantello, un animaletto raggomitolato e addormentato che si era insinuato l� per trovare un po� di tepore. Si meravigli� nel vederlo, perch� era una bestiola strana: un otak.</p><p>Si trovano soltanto su quattro isole meridionali dell�arcipelago: Roke, Ensmer, Pody e Wathort. Sono piccoli e lucidi, col musetto largo e la pelliccia bruno-scura o screziata e grandi occhi brillanti. Hanno denti aguzzi e un carattere irritabile, e quindi nessuno cerca di addomesticarli. Non hanno voce. Ged accarezz� l�otak, e quello si svegli� e sbadigli� mostrando la linguetta bruna e i denti bianchi, ma non si spavent�.�� Otak�� disse Ged; e poi, ricordando i mille nomi d�animali che aveva imparato alla torre, lo chiam� col suo nome vero nella Vecchia Favella.�� Hoeg! Vuoi venire con me?</p><p>L�otak and� a sedersi sulla sua mano aperta, e cominci� a forbirsi la pelliccia.</p><p>Lui se lo mise sulla spalla, nelle pieghe del cappuccio, e la bestiola ci rest�. Qualche volta, durante il giorno, balzava gi� e sfrecciava nel bosco, ma poi tornava sempre da lui; una volta port� un topo della foresta che aveva catturato. Ged rise e le disse di mangiarselo, perch� lui digiunava dato che quella notte era la festa del solstizio. Arriv� cos�, nel crepuscolo umido, oltre la collina di Roke, e vide fulgide luci incantate brillare nella pioggia sopra i tetti della Grande Casa, ed entr� e venne accolto dai maestri e dai compagni nella sala rischiarata dal fuoco.</p><p>Fu come tornare a casa, per Ged che non aveva una casa cui ritornare. Fu felice di vedere tante facce che conosceva, soprattutto di vedere Veccia che gli veniva incontro con un gran sorriso sulla faccia scura. In quell�anno aveva sentito la mancanza dell�amico pi� di quanto avesse previsto. Veccia era stato proclamato incantatore quell�autunno e non era pi� apprendista, ma questo non costituiva una barriera tra loro. Si misero a parlare, e Ged ebbe l�impressione di aver detto a Veccia in quella prima ora pi� cose di quante ne avesse dette durante tutto il lungo anno trascorso alla Torre Isolata.</p><p>L�otak era ancora sulla sua spalla, annidato nella falda del cappuccio, quando si sedettero a cena intorno alle lunghe tavole sistemate nella sala del Camino in occasione della festa. Veccia si meravigli� nel vedere la bestiola e subito tese la mano per accarezzarla, ma l�otak cerc� di morderlo. Veccia rise.�� Dicono, Sparviero, che l�uomo preferito da un animale selvatico � un uomo cui i Vecchi Poteri della pietra e delle fonti parleranno con voce umana.</p><p>���Dicono che i maghi di Gont tengano spesso un familiare�� aggiunse Diaspro, che era seduto accanto a Veccia, dall�altra parte.�� Il nostro signore Nemmerle ha il corvo, e i canti dicono che il mago rosso di Ark si portava dietro un cinghiale selvatico con una catena d�oro. Ma non ho mai sentito parlare di un incantatore che tenesse un ratto nel cappuccio!</p><p>Tutti risero, e Ged rise con loro. Era una notte di festa e lui era lieto di essere l�, al caldo e tra l�allegria, a festeggiare insieme ai suoi compagni. Ma, come tutto ci� che Diaspro gli diceva, quella battuta lo esasper�.</p><p>Quella sera era ospite della scuola il signore di O, che era lui stesso un incantatore famoso. Era stato discepolo dell�arcimago, e qualche volta ritornava a Roke per la festa d�inverno o per la lunga danza, in estate. C�era con lui la sua consorte, snella e giovane, fulgida come il rame nuovo, con la chioma nera incoronata di opali. Accadeva raramente che una donna venisse invitata nelle sale della Grande Casa, e alcuni dei vecchi maestri la sbirciavano di traverso con aria di disapprovazione. Ma i giovani la guardavano con tanto d�occhi.</p><p>���Per una donna cos젗 disse Veccia a Ged,�� potrei operare incantesimi grandiosi��� Sospir�, poi rise.</p><p>���� solo una donna�� replic� Ged.</p><p>���La principessa Elfarran era solo una donna�� disse Veccia.�� Eppure per lei venne devastata tutta Enlad, e l�eroe-mago di Havnor mor�, e l�isola di Sol�a sprofond� nel mare.</p><p>���Vecchie leggende�� osserv� Ged. Ma poi cominci� a guardare anche lui la signora di O, chiedendosi se fosse veramente una bellezza mortale come quelle di cui parlavano le leggende.</p><p>Il maestro cantore aveva cantato le <emphasis>Gesta del giovane re</emphasis>, e tutti insieme avevano cantato la <emphasis>Carola dell�inverno. </emphasis>Quando ci fu una breve pausa, prima che tutti si levassero da tavola, Diaspro si alz� e si avvicin� al tavolo pi� accostato al camino, dove sedevano l�arcimago e gli ospiti e i maestri, e si rivolse alla signora di O. Diaspro non era pi� un ragazzo ma un giovane, alto e bello, col mantello stretto alla gola da una fibbia d�argento: anche lui era stato proclamato incantatore, quell�anno, e la fibbia d�argento ne era l�emblema. La dama sorrideva a ci� che lui diceva, e gli opali splendevano radiosi tra i suoi capelli neri. Poi, col benevolo consenso dei maestri, Diaspro oper� per lei un incantesimo d�illusione. Fece scaturire dal pavimento di pietra un albero bianco. I suoi rami toccavano le travi del tetto, e su ogni ramoscello di ogni ramo brillava una mela d�oro, perch� era l�Albero dell�Anno. All�improvviso, tra i rami svolazz� un uccello, tutto bianco con una coda che sembrava una cascata di neve, e le mele dorate si trasformarono in semi: ognuno era una goccia di cristallo. Caddero dall�albero con un fruscio di pioggia, e nell�aria aleggi� una dolce fragranza, mentre l�albero, ondeggiando, emetteva foglie di fuoco rosato e fiori bianchi che sembravano stelle. Poi l�illusione svan�. La signora di O lanci� un�esclamazione di piacere, e chin� la testa splendente verso il giovane incantatore per lodare la sua maestria.�� Vieni con noi, vieni a vivere con noi a Otokne� Vero che pu� venire, mio signore?�� chiese con slancio infantile all�austero consorte. Ma Diaspro disse soltanto:�� Quando avr� acquisito un�abilit� degna dei miei maestri qui presenti e delle tue lodi, mia signora, sar� lieto di venire, e ti servir� sempre con gioia.</p><p>Cos� fece piacere a tutti i presenti, eccettuato Ged. Ged si un� agli elogi con la voce, ma non col cuore.�� Io avrei saputo fare meglio�� si disse, con rabbiosa invidia; e da quel momento tutta la gioia della serata divenne amarezza.</p></section><section><title><p>L�OMBRA SCATENATA</p></title><p>Quella primavera Ged vide di rado Veccia e Diaspro, perch� adesso, essendo incantatori, studiavano col maestro degli schemi nel segreto del Bosco Immanente, dove nessuno degli apprendisti poteva metter piede. Ged rest� nella Grande Casa, lavorando con i maestri per apprendere tutte le arti esercitate dagli incantatori, che operano magie ma non portano bastone: far levare il vento, cambiare il tempo, trovare e legare, e le arti dei fucinatori d�incantesimi e degli scrittori d�incantesimi, degli indovini, dei cantori, dei guaritori e degli erboristi. La notte, solo nella sua cella, con una piccola sfera di luce incantata che ardeva sopra il libro al posto di una lampada o di una candela, studiava le Rune Avanzate e le Rune di �a, che vengono usate nei Grandi Incantesimi. Tutte quelle arti gli erano facili, e gli studenti dicevano che questo o quel maestro aveva affermato che il ragazzo di Gont era l�allievo pi� pronto che mai fosse stato a Roke; e correvano voci sul conto dell�otak: si diceva che fosse uno spirito mimetizzato e sussurrasse segreti all�orecchio di Ged. Anzi, si diceva addirittura che il corvo dell�arcimago avesse salutato Ged al suo arrivo come �futuro arcimago�. Che credessero o no a queste storie e avessero o no simpatia per Ged, quasi tutti i suoi compagni lo ammiravano, e si affrettavano a seguirlo quando�� raramente�� gli veniva voglia di scherzare e si univa a loro per guidare i loro giochi nelle serate di primavera. Ma era quasi sempre indaffarato e orgoglioso e suscettibile, e si teneva in disparte. Poich� Veccia era assente, non aveva amici e non ne sentiva la mancanza.</p><p>Aveva quindici anni, ed era molto giovane per apprendere le arti superiori dei maghi, coloro che portano il bastone; ma era cos� pronto ad apprendere tutte le arti dell�illusione che il maestro delle metamorfosi, che era giovane lui stesso, cominci� presto a insegnargli separatamente dagli altri, e a parlargli dei veri incantesimi della forma. Spieg� che se una cosa va mutata veramente in un�altra bisogna chiamarla col nuovo nome per tutta la durata dell�incantesimo, e gli chiar� che questo influisce sui nomi e sulla natura delle cose che circondano l�oggetto trasformato. Parl� dei pericoli delle metamorfosi, soprattutto quando il mago trasmuta la propria forma e cos� rischia di restare prigioniero del proprio incantesimo. A poco a poco, spinto dalla sicurezza con cui il ragazzo capiva, il giovane maestro non si limit� pi� a parlargli di questi misteri. Gli insegn� prima uno e poi un altro Grande Incantesimo della metamorfosi, e gli diede da studiare il Libro delle Forme. Lo fece all�insaputa dell�arcimago, e fu un�imprudenza: tuttavia non intendeva fare del male.</p><p>Ged, adesso, lavorava anche col maestro evocatore, ma questo era un uomo severo, vecchio e indurito dalla magia cupa e profonda che insegnava. Non si occupava d�illusioni ma solo della vera magia: l�evocazione di energie come la luce e il calore, e la forza che attira la calamita, e le forze che gli uomini percepiscono come peso, forma, colore, suono: poteri reali, tratti dalle immense e sconfinate energie dell�universo, che gli incantesimi e gli usi dell�uomo non potevano esaurire o squilibrare. Le invocazioni dei maghi della pioggia e dei maestri del mare erano arti gi� note ai suoi allievi, ma era lui a mostrare perch� il vero mago usa tali incantesimi solo in caso di necessit�, poich� evocare tali forze della terra significa cambiare la terra di cui fanno parte.�� La pioggia su Roke pu� portare la siccit� su Osskil�� diceva,�� e una bonaccia sullo stretto Orientale pu� essere tempesta e rovina in quello Occidentale, se non sapete quello che fate.</p><p>Quanto all�evocazione di cose reali e di persone viventi, e degli spiriti dei defunti, e le invocazioni degli invisibili, tali incantesimi sono il culmine dell�arte dell�evocatore e del potere del mago, e il maestro non ne parlava quasi mai. Un paio di volte Ged tent� di indurlo a parlargli un po� di quei misteri; ma il maestro tacque, guardandolo a lungo, cupamente, fino a quando Ged si sent� inquieto e non disse pi� nulla.</p><p>Talvolta era inquieto anche quando operava gli incantesimi minori che l�evocatore gli insegnava. C�erano certe rune, in certe pagine del Libro della Tradizione, che gli sembrava di conoscere sebbene non ricordasse in quale testo le avesse gi� viste. C�erano certe frasi, negli incantesimi dell�evocazione, che non gli piaceva pronunciare. Gli facevano pensare, per un istante, a ombre in una stanza buia, a una porta chiusa e a ombre che si protendevano verso di lui dall�angolo accanto alla porta. Lui si affrettava ad accantonare quei pensieri o quei ricordi e continuava. Quei momenti di paura e di oscurit�, si diceva, erano causati solo dalle ombre della sua ignoranza. E pi� imparava e meno aveva da temere, fino a quando, nel suo pieno potere di mago, non avrebbe dovuto temere nulla al mondo, assolutamente nulla.</p><p>Nel secondo mese di quell�estate, tutta la scuola si radun� di nuovo nella Grande Casa per festeggiare la notte della luna e la lunga danza, che in quell�anno cadevano insieme, in una festa di due notti, come avviene soltanto una volta ogni cinquantadue anni. Durante tutta la prima notte, la pi� corta notte di plenilunio dell�anno, i flauti suonarono nei campi, e le strette viuzze di Thwil si riempirono di tamburi e di torce, e l�eco dei canti si diffuse sulle acque della baia di Roke, rischiarate dalla luna. Quando si lev� il sole, la mattina dopo, i cantori di Roke intonarono le lunghe <emphasis>Gesta di Erreth-Akbe</emphasis>, che narrano come furono erette le bianche torri di Havnor e descrive i viaggi di Erreth-Akbe dall�isola Vecchia, �a, per tutto l�arcipelago e tutti gli stretti fino a quando nello stretto Occidentale, al limitare dell�oceano aperto, incontr� il drago Orm; e le sue ossa, tra i frammenti dell�armatura, giacciono frammiste alle ossa del drago sulla spiaggia della solitaria Selidor, ma la sua spada, posta in cima alla pi� alta torre di Havnor, fiammeggia tuttora rossa nel tramonto sopra il mare Interno. Allorch� il canto ebbe termine, incominci� la lunga danza. Cittadini e maestri e studenti e contadini, tutti insieme, uomini e donne, danzarono nella polvere calda e nel crepuscolo per tutte le strade di Roke, fino alle rive del mare, al rullo dei tamburi e al suono dei pifferi e dei flauti. Scesero danzando al mare, sotto la luna che aveva superato di notte la fase del plenilunio, e la musica si perse nel frastuono dei frangenti. Quando l�oriente si schiar�, risalirono sulle spiagge e per le strade; e i tamburi tacevano e soltanto i flauti pigolavano con note acute e sommesse. Cos� veniva fatto su ogni isola dell�arcipelago, quella notte: una sola danza e una sola musica legavano insieme le terre divise dal mare.</p><p>Dopo che la lunga danza si fu conclusa, moltissimi dormirono per tutto il giorno, e si riunirono di nuovo la sera per mangiare e bere. C�era un gruppo di giovani, apprendisti e incantatori, che avevano portato la cena dal refettorio per banchettare in un cortile della Grande Casa: c�erano Veccia, Diaspro e Ged e altri sei o sette, e alcuni ragazzi in permesso temporaneo dalla Torre Isolata, perch� la festa aveva indotto perfino Kurremkarmerruk a uscire dalla sua dimora. Stavano tutti mangiando e ridendo ed eseguendo trucchi che avrebbero suscitato meraviglia alla corte di un re. Un ragazzo aveva illuminato il cortile con cento stelle di luce incantata, colorate come gemme, che oscillavano in un lento corteo serrato tra loro e le stelle vere; e altri due ragazzi giocavano con palle di fiamma verde e birilli che spiccavano balzi e schizzavano via all�avvicinarsi della palla; e intanto Veccia stava seduto a gambe incrociate a mezz�aria, mangiando pollo arrosto. Alcuni dei ragazzi pi� giovani tentarono di trascinarlo al suolo, ma Veccia si limit� a fluttuare un po� pi� in alto, al di fuori della loro portata, e rest� seduto calmissimo nell�aria. Di tanto in tanto gettava via un osso di pollo, che si trasformava in civetta e s�involava chiurlando tra la rete delle luci-stelle. Ged lanciava frecce di mollica di pane contro le civette e le abbatteva, e quando toccavano il suolo restavano l�, ossa e mollica, e l�illusione spariva. Ged tent� anche di raggiungere Veccia a mezz�aria, ma poich� non conosceva la chiave dell�incantesimo doveva sbattere le ali per tenersi librato, e tutti ridevano dei suoi voli e dei suoi tonfi. Ged continu� con quella buffonata per divertire gli altri, ridendo con loro, perch� dopo quelle due lunghe notti di danze e di chiaro di luna e di musica e di magia era di umore un po� folle, pronto a tutto ci� che poteva capitare.</p><p>Atterr� leggermente, in piedi, accanto a Diaspro; e quello, che non rideva mai rumorosamente, si scost� dicendo:�� Lo Sparviero che non sa volare�</p><p>���Il diaspro � una pietra preziosa?�� ribatt� Ged con un sogghigno.�� Gemma degli incantatori, gemma di Havnor, scintilla per noi!</p><p>Il ragazzo che aveva messo in moto le luci danzanti ne fece scendere una a brillare intorno alla testa di Diaspro. Meno sereno del solito, aggrottando la fronte, Diaspro scacci� la luce con un gesto e la spense.�� Sono stanco dei ragazzini e del chiasso e di queste sciocchezze�� disse.</p><p>���Stai diventando vecchio, ragazzo mio�� comment� Veccia dall�alto.</p><p>���Se � il silenzio e l�oscurit� che vuoi�� s�intromise uno dei ragazzi pi� giovani,�� puoi sempre provare con la torre.</p><p>Ged gli chiese:�� Cosa vuoi, allora?</p><p>���Voglio la compagnia dei miei pari�� disse Diaspro.�� Vieni, Veccia. Lasciamo gli apprendisti ai loro giocattoli.</p><p>Ged si gir� verso di lui.�� Cos�hanno gli incantatori che gli apprendisti non abbiano?�� chiese. La sua voce era calma, ma tutti gli altri ragazzi ammutolirono di colpo perch� nel suo tono, come in quello di Diaspro, l�acrimonia che era tra loro risuonava chiara come acciaio che esce dal fodero.</p><p>���Il potere�� disse Diaspro.</p><p>���Uguaglier� il tuo potere, atto per atto.</p><p>���Mi sfidi?</p><p>���Ti sfido.</p><p>Veccia s�era lasciato cadere al suolo: si mise in mezzo a loro, cupo in volto.�� I duelli di magia ci sono vietati, e lo sapete benissimo. Finitela!</p><p>Ged e Diaspro rimasero in silenzio, perch� era vero che conoscevano la legge di Roke e sapevano anche che Veccia era spinto dall�affetto e loro dall�odio. Eppure la loro collera crebbe anzich� placarsi. Poco dopo, scostandosi come se volesse farsi udire soltanto da Veccia, Diaspro disse, col suo sorriso tranquillo:�� Credo che faresti bene a rammentare ancora al tuo amico capraio la legge che lo difende. Mi sembra imbronciato. Crede davvero che accetterei la sua sfida? Un giovane che puzza di capra, un apprendista che non conosce la prima metamorfosi?</p><p>���Diaspro�� replic� Ged,�� cosa ne sai, tu, di quello che so io?</p><p>Per un istante, senza pronunciare una parola, Ged svan� alla loro vista, e al suo posto si libr� un grande falco che apr� il rostro adunco per gridare: un istante, e Ged riapparve nella luce guizzante delle torce fissando su Diaspro lo sguardo tenebroso.</p><p>Diaspro era arretrato di un passo, sbalordito; ma poi scroll� le spalle e pronunci� una sola parola:�� Illusione.</p><p>Gli altri mormorarono. Veccia disse:�� Non era illusione, era una vera metamorfosi. E basta. Diaspro, ascolta�</p><p>���Basta per dimostrare che ha sbirciato il Libro delle Forme dietro la schiena del maestro: e allora? Continua, capraio. Mi piace la trappola che ti stai costruendo da solo. Pi� cerchi di dimostrarti mio pari, e pi� ti riveli per quello che sei.</p><p>A queste parole, Veccia volt� le spalle a Diaspro e mormor� a Ged:�� Sparviero, comportati da uomo e lascia perdere. Vieni con me�</p><p>Ged guard� l�amico e sorrise, ma disse soltanto:�� Custodiscimi un momento l�hoeg, ti dispiace?�� Mise nelle mani di Veccia il piccolo otak, che come al solito gli stava sulla spalla. La bestiola non si era mai lasciata toccare da altri che Ged, ma questa volta and� da Veccia, gli si arrampic� sul braccio e si appollai� sulla sua spalla tenendo gli occhi lucenti sempre fissi sul suo padrone.</p><p>���Ora�� disse Ged a Diaspro, senza alzare la voce,�� cosa intendi fare per dimostrarti superiore a me?</p><p>���Non ho bisogno di far nulla, capraio. Tuttavia lo far�. Ti dar� un�occasione. Una possibilit�. L�invidia ti rode come un verme rode la mela. Facciamo uscire il verme. Una volta, ai piedi della collina di Roke, ti sei vantato che i maghi di Gont non giocano. Vieni alla collina di Roke, adesso, e mostraci cosa fanno. E poi, forse ti mostrer� un po� di magia.</p><p>���S�, mi piacerebbe vederla�� replic� Ged. I ragazzi pi� giovani, abituati a vederlo scattare al minimo accenno d�insulto o di mancanza di riguardo, lo guardavano sbalorditi per la sua calma. Veccia lo fissava senza stupore ma con crescente paura. Tent� d�intervenire ancora, ma Diaspro disse:�� Non immischiarti, Veccia. Capraio, approfitterai dell�occasione che ti offro? Ci mostrerai un�illusione, una sfera di fuoco, un incantesimo per guarire le capre dalla rogna?</p><p>���Cosa vorresti che facessi, Diaspro?</p><p>L�altro scroll� le spalle.�� Evocare uno spirito dei morti, per quello che m�interessa!</p><p>���Lo far�.</p><p>���No, non lo farai.�� Diaspro lo guard� fisso, mentre la rabbia prendeva improvvisamente il sopravvento sul disprezzo.�� Non lo farai. Non ne sei capace. Ti vanti e ti vanti�</p><p>���Per il mio nome, lo far�!</p><p>Per un momento, tutti restarono immoti.</p><p>Svincolatosi da Veccia che avrebbe voluto trattenerlo con la forza, Ged usc� dal cortile senza voltarsi indietro. Le luci incantate che danzavano nell�aria discesero spegnendosi. Diaspro esit� un attimo, poi segu� Ged. E gli altri si accodarono, in silenzio, incuriositi e spaventati.</p><empty-line/><p>Le pendici della collina di Roke salivano buie nell�oscurit� della notte estiva, prima del levar della luna. La presenza di quella collina dove tanti prodigi erano stati compiuti aleggiava come un peso nell�aria intorno a loro. Quando giunsero sul pendio pensarono alla profondit� delle sue radici, pi� profonde del mare: scendevano fino ai vecchi e ciechi fuochi segreti nel cuore del mondo. Si fermarono sul pendio orientale. Le stelle brillavano sopra l�erba nera, dietro di loro, sulla cresta della collina. Non spirava alito di vento.</p><p>Ged si stacc� dagli altri di qualche passo, si volt� e disse con voce chiara:�� Diaspro! Quale spirito devo chiamare?</p><p>���Chiama chi vuoi. Nessuno ti ascolter�.�� La voce di Diaspro tremava un po�, forse per la collera. Ged domand� sommessamente, con tono beffardo:�� Hai paura?</p><p>Non ascolt� neppure la risposta di Diaspro, se pure lui rispose. Non si curava pi� di Diaspro. Ora che stavano sulla collina di Roke, l�odio e la rabbia erano svaniti, sostituiti da un�assoluta certezza. Non doveva invidiare nessuno. Sapeva che il suo potere, quella notte, su quel buio terreno incantato, era pi� grande di quanto fosse mai stato, e lo saturava al punto che lui tremava di una forza difficile da tenere a freno. Adesso sapeva che Diaspro era molto inferiore a lui, e forse era stato inviato solo per portarlo l� quella notte: non era un rivale, ma soltanto un servitore del suo destino. Sentiva sotto i piedi le radici della collina che sprofondavano nella tenebra, e sopra il capo vedeva gli aridi fuochi lontani delle stelle. E lui poteva comandare a tutte le cose: era al centro del mondo.</p><p>���Non temere�� disse sorridendo.�� Chiamer� lo spirito di una donna. Non dovrai aver paura di una donna. Evocher� Elfarran, la bella dama delle <emphasis>Gesta di Enlad.</emphasis></p><p>���� morta mille anni fa, le sue ossa giacciono lontano sotto il mare di �a, e forse non � mai esistita.</p><p>���Gli anni e le distanze contano qualcosa, per i morti? I canti mentono?�� ribatt� Ged con la stessa soave ironia. Poi, dicendo �Osserva l�aria tra le mie mani�, volt� le spalle agli altri e rest� immobile.</p><p>Quindi, con un gran gesto lento, tese le braccia nel segno di benvenuto che apre un�invocazione. Cominci� a parlare.</p><p>Aveva letto le rune di quell�incantesimo di evocazione nel libro di Ogion, pi� di due anni prima, e non le aveva pi� rilette. Le aveva lette nell�oscurit�, allora. E adesso, in quell�oscurit�, era come se le rileggesse sulla pagina aperta davanti a lui nella notte. Ma ora comprendeva ci� che leggeva, pronunciando a voce alta una parola dopo l�altra, e capiva che l�incantesimo doveva essere intessuto col suono della voce e il movimento del corpo e delle mani.</p><p>Gli altri ragazzi stavano a guardare, senza parlare e senza muoversi ma tremando un po� perch� il grande incantesimo cominciava ad attuarsi. La voce di Ged era ancora sommessa ma mutata, con una profonda risonanza cantilenante, e le parole che pronunciava erano loro ignote. Poi tacque. All�improvviso il vento si lev� ruggendo sull�erba. Ged si lasci� cadere in ginocchio e chiam� a voce alta. Poi si butt� in avanti, come per stringere la terra con le braccia protese, e quando si risollev� teneva qualcosa di oscuro tra le mani e le braccia, qualcosa di tanto pesante che lui trem� per lo sforzo di alzarsi in piedi. Il vento caldo gemeva tra l�erba nera e agitata sulla collina. Se anche le stelle brillavano, in quel momento, nessuno le vedeva.</p><p>Le parole dell�incantesimo sibilavano e mormoravano sulle labbra di Ged. Poi lui grid�, forte e chiaro:�� Elfarran!</p><p>Grid� di nuovo il nome:�� Elfarran!</p><p>E per la terza volta:�� Elfarran!</p><p>La massa informe d�oscurit� che aveva sollevato si scisse. Si schiuse, e un pallido fuso di luce brill� tra le sue braccia aperte, un ovale fioco che saliva dal suolo fino all�altezza delle sue mani levate. Nell�ovale di luce si mosse per un momento una forma umana: una donna alta che girava all�indietro la testa. Il suo volto era bellissimo, e sofferente, e pieno di paura.</p><p>Lo spirito brill� solo per un istante. Poi l�ovale tra le braccia di Ged divenne pi� fulgido. S�ingrand� e si diffuse: uno squarcio nell�oscurit� della terra e della notte, una lacerazione aperta nel tessuto del mondo, che lasciava passare un fulgore terribile. E attraverso quella breccia luminosa e deforme usc� qualcosa che sembrava un grumo d�ombra nera, rapido e orrendo, che balz� contro il volto di Ged.</p><p>Indietreggiando e barcollando sotto il peso della cosa, Ged proruppe in un breve grido rauco. Il piccolo otak che osservava dalla spalla di Veccia, l�animaletto che non aveva voce, gett� a sua volta un grido e si lanci�, come per attaccare.</p><p>Ged cadde, lottando e contorcendosi, mentre lo squarcio luminoso nella tenebra del mondo si allargava ancora. I ragazzi fuggirono e Diaspro si chin� verso terra, riparandosi gli occhi da quella luce terribile. Soltanto Veccia accorse verso l�amico. Perci� lui solo vide il grumo d�ombra che stava aggrappato a Ged, dilaniandolo. Era come una bestia nera, grossa quanto un bambino, sebbene sembrasse ingrandire e rimpicciolire; e non aveva testa n� muso, ma solo le quattro zampe unghiute con cui stringeva e lacerava. Veccia singult� per l�orrore, e tuttavia tese le mani per strappar via la cosa dal corpo di Ged. Ma prima di toccarla si sent� legato, incapace di muoversi.</p><p>Il fulgore insopportabile sbiad�, e lentamente gli orli lacerati del mondo si richiusero. Vicino a loro una voce stava parlando sommessamente come lo stormire di un albero o il canto di una fontana.</p><p>La luce delle stelle riprese a brillare, e l�erba della collina s�imbianc� nella luce della luna che stava spuntando. La notte era risanata. L�equilibrio tra luce e tenebra era ristabilito. La bestia-ombra era scomparsa. Ged giaceva riverso, con le braccia protese come se compissero ancora l�ampio gesto di benvenuto e d�invocazione. Il suo volto era annerito dal sangue, e c�erano grandi macchie scure sulla sua camicia. Il piccolo otak stava accovacciato accanto alla sua spalla, tremante. E sopra di lui stava ritto un vecchio, avvolto in un mantello che scintillava pallido nel chiaro di luna: l�arcimago Nemmerle.</p><p>La punta del bastone di Nemmerle era librata argentea sul petto di Ged. Lo tocc� una volta sul cuore, delicatamente, e una volta sulle labbra, mentre Nemmerle mormorava. Ged si mosse e le sue labbra si schiusero ansimanti. Poi il vecchio arcimago alz� il bastone e lo pos� al suolo, appoggiandovisi pesantemente, a testa china, come se avesse a malapena la forza di reggersi.</p><p>Veccia si ritrov� libero di muoversi. Si guard� intorno e vide che altri erano gi� l�, il maestro evocatore e il maestro delle metamorfosi. Un atto di grande magia non si compie senza che tali uomini se ne accorgano, e loro accorrevano molto rapidamente quando il bisogno chiamava, sebbene nessuno fosse stato pronto come l�arcimago. Ora mandarono a chiedere aiuti, e alcuni andarono con l�arcimago mentre altri, tra cui Veccia, portavano Ged nelle stanze del maestro erborista.</p><p>Per tutta la notte l�evocatore rest� a vigilare sulla collina di Roke. Nulla si muoveva sulle pendici dov�era stata dilaniata la struttura del mondo. Nessuna ombra si mosse strisciando nel chiaro di luna per cercare lo squarcio attraverso il quale avrebbe potuto far ritorno al suo regno. Era fuggita da Nemmerle e dalle possenti muraglie d�incantesimo che circondano e proteggono l�isola di Roke, ma ormai era nel mondo. E nel mondo, chiss� dove, si nascondeva. Se Ged fosse morto quella notte, l�ombra avrebbe potuto cercare la porta da lui aperta e seguirlo nel regno della morte, o ritornare nel luogo da cui era venuta: per questo l�evocatore attendeva sulla collina di Roke. Ma Ged visse.</p><p>L�avevano adagiato sul letto nella camera delle guarigioni, e il maestro erborista gli curava le ferite al volto, alla gola e alla spalla. Erano profonde, irregolari e maligne. Il nero sangue non si coagulava, e continuava a sgorgare nonostante gli incantesimi e le foglie di perriot avvolte nelle ragnatele che venivano usate per arrestarlo. Ged giaceva cieco e muto nella febbre, come un ceppo nel fuoco lento, e non esistevano sortilegi che potessero raffreddare ci� che lo bruciava.</p><p>Non molto lontano, nel cortile scoperto dove zampillava la fontana, anche l�arcimago giaceva immoto ma freddo, freddissimo: solo i suoi occhi erano vivi, e guardavano cadere l�acqua rischiarata dalla luna e le fronde che stormivano. Coloro che gli stavano intorno non recitavano incantesimi e non operavano sortilegi per guarirlo. Parlavano tra loro sottovoce, di tanto in tanto, e poi si voltavano di nuovo a guardare il loro signore. Lui giaceva immobile, e la luce della luna dava un candore d�avorio al naso aquilino e all�alta fronte e ai capelli canuti. Per frenare l�incantesimo incontrollato e allontanare l�ombra da Ged, Nemmerle aveva esaurito tutto il proprio potere e insieme tutta la forza fisica. Stava morendo. Ma la morte di un gran mago, che per molte volte ha percorso in vita le aride e ripide pendici del regno della morte, � una cosa strana: perch� il morente non se ne va alla cieca bens� con sicurezza, conoscendo la strada. Quando Nemmerle lev� lo sguardo tra le fronde dell�albero, coloro che l�attorniavano non compresero se guardava le stelle dell�estate svanire allo spuntar del giorno o le altre stelle che non tramontano mai sulle colline che non vedono mai l�aurora.</p><p>Il corvo di Osskil che era il suo animale da compagnia da trent�anni era sparito. Nessuno aveva visto dove fosse andato.�� Lo precede in volo�� disse il maestro degli schemi mentre stavano vegliando.</p><p>Venne il giorno, caldo e limpido. Sulla Grande Casa e le vie di Thwil era calato un grande silenzio. Nessuno alz� la voce fino a quando, verso mezzogiorno, campane di ferro parlarono nella torre del Cantore, rintoccando aspramente.</p><p>Il giorno dopo i nove maestri di Roke si radunarono in un certo punto sotto gli scuri alberi del Bosco Immanente. Si circondarono di nove muri di silenzio, perch� nessuna persona o nessun potere parlasse loro o li ascoltasse mentre sceglievano tra tutti i maghi di Earthsea colui che sarebbe diventato il nuovo arcimago. Fu prescelto Gensher di Way. Subito una nave venne inviata attraverso il mare Interno all�isola di Way, per portare l�arcimago a Roke. Il maestro del vento stava a poppa, suscitando il vento magico che riemp� la vela; e la nave part� rapidamente e scomparve.</p><p>Ged non sapeva niente di tutto questo. Per quattro settimane di quell�estate afosa giacque cieco e sordo e muto, sebbene talvolta gemesse e gridasse come un animale. Infine, quando le pazienti arti del maestro erborista operarono la loro funzione, le ferite cominciarono a rimarginarsi e la febbre l�abbandon�. A poco a poco sembr� che riacquistasse l�udito, anche se non parlava mai. Un sereno giorno d�autunno il maestro erborista apr� le imposte della stanza in cui giaceva Ged. Dopo la tenebra di quella notte sulla collina di Roke, Ged aveva conosciuto soltanto l�oscurit�: ora rivide la luce del giorno e il sole che splendeva. Si nascose la faccia sfregiata tra le mani e pianse.</p><p>Tuttavia, quando venne l�inverno, riusciva a parlare solo balbettando, e il maestro erborista lo tenne nelle stanze della guarigione, cercando di condurre gradualmente il suo corpo e la sua mente al recupero delle forze. Era l�inizio della primavera quando finalmente il maestro lo lasci� andare, inviandolo per prima cosa a promettere devozione all�arcimago Gensher. Ged non aveva potuto compiere tale dovere insieme a tutti gli altri della scuola, quando Gensher era giunto a Roke.</p><p>Nessuno dei suoi compagni era stato autorizzato a fargli visita durante i primi mesi della malattia; e ora, mentre passava, alcuni si chiedevano:�� Chi �, quello?�� Un tempo era agile e leggero e forte: e adesso, claudicante per la sofferenza, procedeva esitante e non alzava il volto, che nella met� sinistra era bianco di cicatrici. Evit� coloro che lo conoscevano e coloro che non lo conoscevano, e si avvi� direttamente al cortile della fontana. L� dove una volta aveva atteso Nemmerle, Gensher lo stava aspettando.</p><p>Come il vecchio arcimago, anche il nuovo era ammantato di bianco; ma come quasi tutti gli abitanti di Way e dello stretto Orientale, Gensher aveva la pelle nera, e i suoi occhi erano neri sotto le folte sopracciglia.</p><p>Ged s�inginocchi� e gli promise devozione e ubbidienza. Gensher rimase in silenzio per qualche istante.</p><p>���So ci� che hai fatto�� disse infine,�� ma non ci� che sei. Non posso accettare la tua devozione.</p><p>Ged si alz�, e si appoggi� con una mano al tronco del giovane albero accanto alla fontana per sostenersi. Faticava ancora moltissimo a trovare le parole.�� Devo lasciare Roke, mio signore?</p><p>���Vuoi lasciare Roke?</p><p>���No.</p><p>���Cosa vuoi?</p><p>���Restare. Imparare. Annullare� il male�</p><p>���Neppure Nemmerle ha potuto farlo� No, non ti lascerei andar via da Roke. Nulla ti protegge, qui, tranne il potere dei maestri e le difese poste su quest�isola che tengono lontane le creature del male. Se tu te ne andassi ora, la cosa che hai scatenato ti troverebbe subito ed entrerebbe in te e s�impossesserebbe di te. Non saresti pi� un uomo ma un <emphasis>gebbeth</emphasis>, una marionetta che compirebbe la volont� dell�ombra maligna da te chiamata alla luce del sole. Devi restare qui fino a quando acquisterai forza e saggezza sufficienti per difendertene� se mai ci riuscirai. Anche ora ti attende. Ti attende certamente. L�hai rivista, dopo quella notte?</p><p>���Nei sogni, mio signore.�� Dopo un po�, Ged prosegu�, parlando con fatica e vergogna:�� Nobile Gensher, io non so cosa fosse� ci� che � uscito dall�incantesimo e mi ha assalito�</p><p>���Neppure io lo so. Non ha nome. Tu hai un grande potere innato, e l�hai usato malamente, per operare un incantesimo che non potevi dominare, non sapendo come quell�incantesimo influisca sull�equilibrio della luce e della tenebra, della vita e della morte, del bene e del male. E ti sei lasciato indurre a questo dall�orgoglio e dall�odio. Ti stupisci che il risultato sia stato la rovina? Tu hai evocato uno spirito dei morti, ma con lui � venuto uno dei Poteri della non-vita. � venuto, senza che tu lo chiamassi, da un luogo dove non ci sono nomi. � maligno, e vuole compiere il male per tuo tramite. Il potere con cui l�hai chiamato gli d� potere su di te: siete collegati. � l�ombra della tua arroganza, l�ombra della tua ignoranza, l�ombra che tu getti. Un�ombra ha un nome?</p><p>Ged si sentiva in preda alle vertigini. Infine disse:�� Sarebbe stato meglio che fossi morto.</p><p>���Chi sei tu per giudicarlo, tu, l�uomo per cui Nemmerle ha dato la vita?� Qui sei al sicuro. Vivrai qui, e continuerai la tua preparazione. Mi dicono che sei intelligente. Continua il tuo lavoro. Fallo bene. � tutto ci� che puoi fare.</p><p>Cos� concluse Gensher; e all�improvviso spar�, com�� consuetudine dei maghi. La fontana zampillava nel sole, e per un po� Ged la guard� e ne ascolt� la voce, pensando a Nemmerle. Una volta, in quel cortile, aveva avuto la sensazione di essere lui stesso una parola pronunciata dalla luce del sole. Adesso aveva parlato anche la tenebra: una parola che non poteva essere richiamata.</p><p>Lasci� il cortile e torn� nella sua vecchia stanza nella torre meridionale, che avevano lasciato vuota per lui. Rimase l�, solo. Quando il gong chiam� a cena, and�; ma non parl� quasi con gli altri ragazzi alla lunga tavola, e non alz� la faccia verso di loro, neppure verso quelli che lo salutavano con maggior gentilezza. Perci�, dopo un giorno o due, tutti lo lasciarono in pace. Essere lasciato in pace era ci� che voleva, perch� temeva il male che poteva fare o dire involontariamente.</p><p>Non c�erano n� Veccia n� Diaspro, e Ged non chiese di loro. Adesso i ragazzi che lui aveva guidato e sui quali aveva signoreggiato erano tutti pi� avanti di lui, a causa dei mesi che aveva perso; e durante la primavera e l�estate studi� insieme a ragazzi pi� giovani di lui. E non brillava in mezzo a loro, perch� le parole di qualunque incantesimo, perfino il pi� semplice sortilegio d�illusione, gli uscivano a fatica dalle labbra, e le sue mani esitavano in ogni compito.</p><p>In autunno doveva ritornare alla Torre Isolata per studiare col maestro dei nomi. Il compito che un tempo aveva temuto, ora lo allettava, perch� desiderava il silenzio e l�apprendimento in cui non si operavano incantesimi e in cui il potere che lui sapeva ancora di possedere non sarebbe stato chiamato ad agire.</p><p>La notte prima della sua partenza per la torre, un visitatore entr� nella sua stanza: indossava un mantello da viaggio marrone e portava un bastone di quercia col puntale di ferro. Ged si alz�, vedendo il bastone da mago.</p><p>���Sparviero�</p><p>Al suono della voce, Ged lev� gli occhi: era Veccia, solido e squadrato come sempre; la faccia nera e camusa era pi� vecchia, ma il sorriso era immutato. Sulla sua spalla stava rannicchiata una bestiola screziata, con gli occhi vivaci.</p><p>���� rimasto con me durante la tua malattia, e adesso mi duole separarmene. E ancor pi� mi dispiace separarmi da te. Ma sto per tornare a casa. Qui, hoeg! Va� dal tuo vero padrone!�� Veccia accarezz� l�otak e lo pos� sul pavimento. La bestiola and� a sedersi sul pagliericcio di Ged e cominci� a forbirsi il pelo con la linguetta bruna e secca simile a una fogliolina. Veccia rise, ma Ged non riusc� neppure a sorridere. Si chin� per nascondere la faccia, accarezzando l�otak.</p><p>���Credevo che non saresti venuto, da me�� disse.</p><p>Non aveva pronunciato queste parole come un rimprovero, ma Veccia replic�:�� Non ho potuto venire. Me l�aveva proibito il maestro erborista; e dall�inverno sono stato con lui nel bosco, isolato anch�io. Non ero libero, fino a quando mi sono guadagnato il bastone. Ascolta: quando anche tu sarai libero, vieni allo stretto Orientale. Ti aspetter�. L� ci sono piccole cittadine gaie, e i maghi sono accolti bene.</p><p>���Libero��� mormor� Ged, e si sforz� un poco, cercando di sorridere.</p><p>Veccia lo guard�, non proprio come aveva fatto un tempo: con lo stesso affetto, ma forse con pi� magia. Disse gentilmente:�� Non resterai legato per sempre a Roke.</p><p>���Ecco� Ho pensato che forse potr� andare a lavorare col maestro nella torre, diventare uno di coloro che cercano i nomi perduti nei libri e nelle stelle, e cos� cos� non far� altro male, anche se non far� molto bene�</p><p>���Forse�� disse Veccia.�� Non sono un veggente, ma vedo davanti a te non gi� istanze e libri bens� mari lontani, e il fuoco dei draghi, e le torri delle citt�, e tutte le cose che vede un falco quando vola alto e lontano.</p><p>���E dietro di me� Cosa vedi, dietro di me?�� chiese Ged, e mentre parlava si alz�, cos� che la luce incantata accesa sopra di loro mand� la sua ombra contro la parete e il pavimento. Poi gir� la faccia e disse balbettando:�� Ma dimmi dove andrai, cosa farai.</p><p>���Andr� a casa, a rivedere i miei fratelli e la sorella di cui mi hai sentito parlare. L�ho lasciata bambina, e presto ricever� il nome: � strano, pensarci! E cos� mi trover� un lavoro come mago, tra le piccole isole. Oh, vorrei restare a parlare con te, ma non posso: la mia nave parte stanotte e la marea sta gi� cambiando. Sparviero, se mai la tua strada ti porter� a Oriente, vieni da me. E se mai avrai bisogno di me, mandami a chiamare, chiamami col mio nome: Estarriol.</p><p>A quelle parole Ged alz� la faccia sfigurata e incontr� gli occhi dell�amico.</p><p>���Estarriol�� disse,�� il mio nome � Ged.</p><p>Poi si dissero addio in silenzio, e Veccia si gir� e si avvi� per il corridoio di pietra, e lasci� Roke.</p><p>Ged rest� immobile per lunghi istanti, come chi ha ricevuto una grande notizia e deve schiudere lo spirito ad accoglierla. Era un gran dono, quello che gli aveva fatto Veccia: la conoscenza del suo vero nome.</p><p>Nessuno conosce il vero nome di un uomo, tranne lui stesso e colui che gliel�ha dato. Alla fine pu� decidere di rivelarlo al fratello, o alla moglie, o a un amico: eppure neanche costoro l�useranno mai quando una terza persona potrebbe udirlo. Di fronte agli altri, come tutti, lo chiameranno col suo nome d�uso, il suo nomignolo: come Sparviero, e Veccia, e Ogion che significa �pigna d�abete�. Se gli uomini comuni nascondono il loro vero nome a tutti, eccettuati quei pochi che amano e di cui si fidano assolutamente, tanto pi� devono farlo i maghi, poich� sono pi� pericolosi ed esposti a maggiori pericoli. Chi conosce il nome di un uomo ha in custodia la sua vita. Perci�, a Ged che aveva perso la fede in se stesso, Veccia aveva fatto il dono che solo un amico pu� fare, la prova della fiducia pi� incrollabile.</p><p>Ged si sedette sul pagliericcio e lasci� spegnere il globo di luce incantata, che si dissolse irradiando una lieve zaffata di gas di palude. Accarezz� l�otak, che si sdrai� comodamente e si addorment� sul suo ginocchio come se non avesse mai fatto altro. La Grande Casa era immersa nel silenzio. Ged pens� che era la vigilia dell�anniversario del suo passaggio, il giorno in cui Ogion gli aveva dato il nome. Erano trascorsi quattro anni. Ricord� il freddo della sorgente montana che aveva attraversato nudo e senza nome. Cominci� a pensare ad altre polle luminose del fiume Ar, dove un tempo aveva l�abitudine di andare a nuotare; e al villaggio di Dieci Ontani sotto le grandi foreste della montagna; alle ombre del mattino sulla via polverosa del villaggio, al fuoco che balzava sotto gli sbuffi del mantice nella fucina in un pomeriggio d�inverno, alla capanna buia e fragrante della strega, dove l�aria era appesantita dai fumi e dai sortilegi. Da molto tempo non pensava a queste cose. Ora tornavano a lui, nella notte del suo diciassettesimo compleanno. Tutti gli anni e i luoghi della sua vita breve e infranta gli tornarono alla mente e si ricomposero. Finalmente seppe di nuovo, dopo quel lungo e amaro tempo perduto, chi era e dov�era.</p><p>Ma dove sarebbe andato negli anni a venire, questo non lo vedeva; e aveva paura di vederlo.</p><p>La mattina dopo part� per attraversare l�isola, con l�otak sulla spalla come un tempo. Questa volta impieg� tre giorni, non due, per giungere alla Torre Isolata, ed era stanco morto quando arriv� in vista della torre sopra i mari schiumanti e sibilanti del promontorio settentrionale. All�interno c�era buio e freddo, come ricordava, e Kurremkarmerruk sedeva sul suo alto seggio, scrivendo elenchi di nomi. Diede un�occhiata a Ged e gli disse, senza porgergli il benvenuto:�� Va� a letto: chi � stanco � stupido. Domani potrai aprire il Libro delle Imprese dei Creatori e impararne i nomi.</p><p>Al termine dell�inverno, Ged torn� alla Grande Casa. Venne proclamato incantatore, e questa volta l�arcimago Gensher accett� la sua promessa di devozione. Poi studi� le arti superiori e gli incantamenti, passando dalle arti dell�illusione alle opere della vera magia e imparando ci� che doveva sapere per guadagnarsi il bastone di mago. La difficolt� nel pronunciare gli incantesimi si attenu� col passare dei mesi, e l�abilit� ritorn� nelle sue mani; eppure non fu pi� rapido nell�apprendere com�era stato un tempo, poich� la paura gli aveva insegnato una dura lezione. Tuttavia non ci furono portenti nefasti o incontri maligni, neppure quando operava i Grandi Incantesimi della creazione e della forma, che sono pericolosissimi. Talvolta si chiedeva se l�ombra da lui scatenata si era indebolita, o se era fuggita dal mondo, perch� non appariva pi� nei suoi sogni. Ma in cuor suo sapeva che quella speranza era una follia.</p><p>Dai maestri e dagli antichi libri apprese tutto ci� che poteva sugli esseri simili all�ombra da lui scatenata; ma c�era poco da imparare. Quelle creature non venivano descritte, e non se ne parlava direttamente. C�erano solo accenni, qua e l� nei vecchi libri, a cose che potevano essere come la bestia-ombra. Non era lo spettro di un umano, e non era una creatura delle Vecchie Potenze della Terra, eppure sembrava che avesse con loro qualche legame. Nel <emphasis>Libro dei Draghi</emphasis>, che Ged lesse molto attentamente, c�era la storia di un antico signore dei draghi che era finito in bal�a di una delle Vecchie Potenze, una pietra parlante che stava in una lontana terra settentrionale. �<emphasis>Al comando della pietra</emphasis>�, diceva il libro, �<emphasis>il signore parl� per evocare lo spirito di un morto dal regno dei morti; ma la sua magia fu deviata dalla volont� della pietra, e con lo spirito del morto venne anche una cosa che non era stata chiamata e che lo divor� all�interno e con la sua forma si aggir� annientando gli uomini</emphasis>�. Ma il libro non diceva cosa fosse quella �cosa�, e non narrava la conclusione della vicenda. E i maestri non sapevano da dove poteva essere venuta quell�ombra; dalla nonvita, aveva detto l�arcimago; dalla parte sbagliata del mondo, diceva il maestro delle metamorfosi; e il maestro evocatore diceva �Non so�. L�evocatore era venuto spesso a sedersi accanto al letto di Ged, durante la sua infermit�. Era cupo e grave come sempre, ma adesso Ged conosceva la sua piet� e gli voleva bene.�� Non so. Della <emphasis>cosa </emphasis>so soltanto questo: solo un grande potere ha potuto evocarla, e forse un solo potere. Solo una voce: la <emphasis>tua </emphasis>voce. Ma ci� che significa, non lo so. Lo scoprirai tu. Dovrai scoprirlo, o morirai, o avrai un fato peggiore della morte��� Parlava sommessamente, e i suoi occhi erano tristi mentre guardava Ged.�� Come tutti i ragazzi, tu pensavi che un mago potesse fare qualunque cosa. Un tempo lo pensavo anch�io. Lo pensavamo tutti. E la verit� � che quando il vero potere di un uomo cresce e la sua conoscenza si amplia, la via che pu� percorrere diventa sempre pi� stretta: finch� lui non sceglie pi� nulla ma fa solo ed esclusivamente ci� che <emphasis>deve fare�</emphasis></p><p>L�arcimago, dopo il diciottesimo compleanno di Ged, lo mand� a lavorare col maestro degli schemi. Di ci� che s�impara nel Bosco Immanente non si parla altrove. Si dice che l� non si operino incantesimi, eppure quel luogo � un incantamento. Talvolta gli alberi del bosco si vedono e talvolta non si vedono, e non sono sempre nello stesso luogo dell�isola di Roke. Si dice che gli stessi alberi del bosco siano saggi. Si dice che il maestro degli schemi apprenda la sua suprema magia l� nel bosco, e che se mai gli alberi morissero anche la sua saggezza morirebbe e in quel giorno le acque salirebbero e sommergerebbero le isole di Earthsea, che Segoy trasse dalle profondit� degli abissi nel tempo anteriore al mito, tutte le terre dove dimorano uomini e draghi.</p><p>Ma sono tutte cose che si sentono dire: i maghi non ne parlano.</p><p>I mesi trascorsero, e finalmente, un giorno di primavera, Ged ritorn� alla Grande Casa: non sapeva cosa gli avrebbero chiesto ancora. Alla porta che d� sul sentiero attraverso i campi, verso la collina di Roke, incontr� un vecchio che l�attendeva sulla soglia. In un primo momento non lo riconobbe; poi, riflettendo, ricord� che era colui che l�aveva fatto entrare nella scuola il giorno del suo arrivo, cinque anni prima.</p><p>Il vecchio sorrise, lo chiam� per nome e chiese:�� Sai chi sono?</p><p>Ged aveva riflettuto varie volte che si parlava sempre dei nove maestri di Roke ma che lui ne conosceva otto soltanto: del vento, delle mani, erborista, cantore, delle metamorfosi, evocatore, dei nomi, degli schemi. Sembrava che la gente parlasse dell�arcimago come se fosse il nono. Eppure, quando c�era da scegliere un nuovo arcimago, nove maestri si riunivano per eleggerlo.</p><p>���Credo che tu sia il maestro custode della porta�� disse Ged.</p><p>���Lo sono. Ged, tu sei entrato a Roke dicendo il tuo nome. Ora puoi ottenere la libert� dicendo il mio.�� Cos� disse il vecchio sorridendo, e attese. Ged rest� ammutolito.</p><p>Conosceva mille modi e arti e mezzi per scoprire i nomi delle cose e degli uomini: quell�arte faceva parte di tutto ci� che aveva imparato a Roke, perch� senza quella sarebbe stato possibile operare ben poche magie utili. Ma scoprire il nome di un mago e maestro � ben diverso. Il nome di un mago � nascosto meglio di un�aringa nel mare, � meglio difeso della tana di un drago. Un incantesimo rivelatore viene sempre parato da un incantesimo pi� forte, le sottigliezze sono inutili, le domande subdole ricevono subdole risposte, e la forza ricade rovinosamente su chi la usa.</p><p>���Tu custodisci una porta stretta, maestro�� disse infine Ged.�� Dovr� sedere qui fuori nei campi, credo, e digiunare fino a quando sar� abbastanza magro da poter passare.</p><p>���Come vuoi�� replic� sorridendo il custode della porta.</p><p>Perci� Ged si allontan� un poco e si sedette sotto un ontano sulle rive del torrente Thwil, lasciando che il suo otak corresse gi� a giocare nelle acque e a cercare granchiolini sulle rive fangose. Il sole tramont�, luminoso e a ora tarda, poich� ormai era primavera avanzata. Le lanterne e le luci incantate brillavano alle finestre della Grande Casa, e ai piedi della collina le vie della cittadina di Thwil si riempirono di oscurit�. Le civette chiurlavano sui tetti e i pipistrelli svolazzavano nell�aria del crepuscolo sopra il torrente, e Ged era ancora l� a chiedersi come poteva apprendere�� con la forza, l�astuzia o la magia�� il nome del custode. Pi� rifletteva e meno riusciva a trovare, tra tutte le arti magiche che aveva imparato in quei cinque anni a Roke, una che servisse a strappare un simile segreto a un mago.</p><p>Si sdrai� sul prato e dorm� sotto le stelle, con l�otak raggomitolato in tasca. Dopo il levar del sole si avvi�, ancora digiuno, alla porta della Casa, e buss�. Il custode apr�.</p><p>���Maestro�� disse Ged,�� non posso strapparti il tuo nome poich� non sono abbastanza forte, e non posso estorcertelo con l�astuzia poich� non sono abbastanza saggio. Perci� mi accontenter� di restare qui, e d�imparare o servire, come vorrai: a meno che per caso tu voglia rispondere a una mia domanda.</p><p>���Chiedi.</p><p>���Qual � il tuo nome?</p><p>Il custode sorrise e disse il proprio nome; e Ged, ripetutolo, entr� per l�ultima volta nella Casa.</p><p>Quando la lasci� di nuovo portava un pesante mantello azzurro-cupo, dono della cittadinanza di Torning Bassa, dov�era diretto, perch� l� attendevano un mago. Portava anche un bastone alto come lui, intagliato nel legno di tasso e col puntale di bronzo. Il custode gli disse addio aprendogli la porta posteriore della Grande Casa, la porta di corno e d�avorio, e lui scese per le vie di Thwil, verso la nave che l�attendeva sulle acque luminose del mattino.</p></section><section><title><p>IL DRAGO DI PENDOR</p></title><p>A occidente di Roke, affollate tra le due grandi terre di Hosk e di Ensmer, stanno le Novanta Isole. La pi� vicina a Roke � Serd, e la pi� lontana � Seppish, che si trova quasi nel mare di Peln; e che siano veramente novanta in tutto � una questione che non � mai stata risolta, perch� se contate solo le isole che hanno sorgenti d�acqua dolce sono appena settanta, mentre se contate tutte le rocce potete arrivare a pi� di cento senza aver terminato e poi la marea cambierebbe. I canali tra le isolette sono angusti, e le miti maree del mare Interno, irritate e sconvolte, salgono e scendono, cos� che dove all�alta marea ci sono magari tre isole, con la bassa marea pu� darsi che ce ne sia una soltanto. Eppure, nonostante i pericoli delle maree, ogni bambino capace di camminare sa anche remare, e ha la sua barchetta; le massaie attraversano a remi i canali per prendere una tazza di t� di canna con le vicine; i venditori ambulanti magnificano le loro mercanzie gridando al ritmo cadenzato dei loro remi. Tutte le strade, l�, sono d�acqua salata, ostruite soltanto dalle reti tese da una casa all�altra per catturare i pesciolini chiamati <emphasis>turby</emphasis>, il cui olio � la ricchezza delle Novanta Isole. Ci sono pochi ponti, e non ci sono grandi citt�. Ogni isoletta � coperta da fattorie e case di pescatori, e dieci o venti isole formano una municipalit�. Una di queste era Torning Bassa, la pi� occidentale, che non guardava sul mare Interno bens� verso l�oceano vuoto, quell�angolo solitario dell�arcipelago dove sta soltanto Pendor, l�isola devastata dai draghi, e pi� oltre ci sono le acque desolate dello stretto Occidentale.</p><p>C�era una casa pronta per il nuovo mago della municipalit�. Stava su una collina, tra i verdi campi d�orzo, riparata dal vento occidentale grazie a un boschetto d�alberi di pendick che adesso rosseggiavano di fiori. Affacciandosi sulla porta si vedevano altri tetti di paglia e boschetti e giardini, e altre isole con i tetti e i campi e le colline, separate dai numerosi e lucenti canali tortuosi del mare. Era una casa povera, senza finestre, col pavimento di terra battuta, eppure era migliore di quella in cui era nato Ged. Gli isolani di Torning Bassa, pieni di soggezione al cospetto del mago venuto da Roke, si scusarono per la sua modestia.�� Non abbiamo pietre da costruzione�� disse uno.�� Nessuno di noi � ricco, sebbene qui nessuno muoia di fame�� disse un altro; e un terzo:�� Almeno sar� asciutta, perch� io stesso ho provveduto a sistemare la paglia del tetto, signore.�� A Ged sembrava un palazzo. Ringrazi� sinceramente i maggiorenti della municipalit�, e diciotto di loro tornarono a casa, ognuno con la propria barca a remi e alla propria isola, ad annunciare ai pescatori e alle massaie che il nuovo mago era un giovane strano e tetro che parlava poco ma bene e senza orgoglio.</p><p>Forse c�erano ben pochi motivi d�orgoglio, in quel primo incarico di Ged. I maghi addestrati a Roke andavano solitamente nelle citt� e nei castelli, al servizio di grandi signori che li tenevano nel massimo onore. I pescatori di Torning Bassa, normalmente, avrebbero avuto tra loro soltanto una strega o un semplice incantatore, per affatturare le reti da pesca e cantare sortilegi augurali sulle barche nuove e guarire bestie e uomini dalle loro infermit�. Ma negli ultimi anni il vecchio drago di Pendor aveva messo al mondo prole: adesso nove draghi, si diceva, si annidavano fra le torri diroccate dei signori del mare di Pendor, trascinando il ventre scaglioso su e gi� per le scale marmoree e oltre le soglie devastate. Poich� in quell�isola morta mancava il cibo, un anno o l�altro, quando fossero cresciuti e li avesse spinti la fame, se ne sarebbero allontanati. Gi� ne erano stati visti quattro in volo sopra le spiagge sud/occidentali di Hosk: non erano atterrati, ma spiavano gli ovili, le stalle e i villaggi. La fame di un drago si desta lentamente, ma � insaziabile. Perci� gli isolani di Torning Bassa avevano inviato a Roke una supplica, chiedendo un mago che li proteggesse dal pericolo che incombeva all�orizzonte occidentale, e l�arcimago aveva giudicato fondati i loro timori.</p><p>���In quel luogo non ci sono comoditࠗ aveva detto a Ged il giorno in cui l�aveva proclamato mago.�� N� fama n� ricchezza, forse neppure rischi. Andrai?</p><p>���Andr� aveva risposto Ged, e non solo per ubbidienza. Dopo la notte sulla collina di Roke non desiderava pi� la fama e l�ostentazione, com�era avvenuto un tempo. Adesso dubitava sempre della sua forza e temeva di mettere alla prova il suo potere. Eppure, sentir parlare dei draghi aveva suscitato in lui una grande curiosit�. Su Gont non c�erano pi� draghi da molti secoli; e nessun drago volerebbe mai nei pressi di Roke, e perci� anche l� sono soltanto oggetto di favole e di canti, cose descritte e mai vedute. Ged aveva imparato alla scuola tutto ci� che poteva sui draghi, ma una cosa � leggere dei draghi e un�altra � incontrarli. L�occasione gli stava davanti, e perci� aveva risposto di slancio:�� Andr�.</p><p>L�arcimago Gensher aveva annuito, ma il suo sguardo era triste.�� Dimmi�� aveva chiesto infine,�� hai paura di lasciare Roke? Oppure sei ansioso di andare?</p><p>���L�una cosa e l�altra, mio signore.</p><p>Gensher aveva annuito di nuovo.�� Non so se faccio bene a mandarti lontano da questo rifugio sicuro�� aveva detto a voce bassa.�� Non riesco a vedere la tua via: � tutta nell�oscurit�. E c�� un potere al nord, qualcosa che vorrebbe distruggerti; ma non so dire cosa sia e dove, e se appartiene al tuo passato o al tuo futuro: � tutto in ombra. Quando gli uomini di Torning Bassa sono venuti qui ho pensato subito a te, perch� mi sembrava un luogo sicuro e fuorimano dove avresti potuto avere il tempo di raccogliere le tue forze. Ma non so se esiste un luogo sicuro per te, o dove si diriga la tua strada. Non voglio mandarti via cos� all�oscuro�</p><p>All�inizio, quella casa sotto gli alberi in fiore sembr� a Ged un luogo piuttosto luminoso. Viveva l�, e spesso guardava il cielo occidentale e tendeva l�orecchio per captare il suono delle ali scagliose. Ma non appariva nessun drago. Ged pescava dal suo pontile e curava il suo orticello. Trascorreva intere giornate riflettendo su una pagina o una riga o una parola dei Libri della Tradizione che aveva portato da Roke, seduto nell�aria estiva sotto gli alberi di pendick, mentre l�otak dormiva accanto a lui o andava a caccia di topi nelle distese d�erba e di margherite. E serviva gli abitanti di Torning Bassa come guaritore e mago del tempo, quando glielo chiedevano. Non pensava affatto che un mago dovesse vergognarsi di svolgere mansioni cos� semplici, perch� era stato un ragazzino-stregone tra gente ancora pi� povera. Comunque gli chiedevano poco, poich� avevano una grande soggezione di lui: un po� perch� era un mago venuto dall�isola dei Saggi, un po� per i suoi silenzi e il suo volto sfregiato. Sebbene fosse cos� giovane, c�era in lui qualcosa che incuteva disagio.</p><p>Tuttavia trov� un amico, un fabbricante di barche che abitava sull�isoletta pi� vicina, verso oriente. Il suo nome era Pechvarry. Si erano incontrati per la prima volta sul pontile, dove Ged si era fermato a guardare mentre quello montava l�albero di una barchetta. Pechvarry alz� la testa verso il mago con un gran sorriso e disse:�� Ecco, un mese di lavoro quasi finito. Immagino che tu avresti potuto farlo in un minuto con una parola, eh, signore?</p><p>���Forse�� rispose Ged,�� ma probabilmente affonderebbe dopo un altro minuto, a meno che continuassi con gli incantesimi. Ma se vuoi��� S�interruppe.</p><p>���Ebbene, signore?</p><p>���Ebbene, � una bellissima imbarcazione. Non ha bisogno di nulla. Ma se vuoi posso gettarvi sopra un incantesimo legante, perch� resti in buona efficienza; o un incantesimo del ritrovamento, perch� possa tornare facilmente dal mare.</p><p>Parlava con esitazione, poich� non voleva offendere l�artigiano, ma Pechvarry era raggiante.�� La barchetta � per mio figlio, signore, e se tu volessi gettarvi gli incantesimi che hai detto sarebbe una gran bont� e un atto di vera amicizia.�� Poi sal� sul pontile per stringere la mano a Ged e ringraziarlo.</p><p>Dopo quel giorno, spesso lavorarono insieme: Ged intesseva i suoi incantesimi nel lavoro di Pechvarry, sulle barche che quello fabbricava e riparava, e in cambio imparava come si costruisce un�imbarcazione e come la si governa senza l�aiuto della magia: perch� tale arte della navigazione normale non era molto fiorente a Roke. Spesso Ged, Pechvarry e il figlioletto di questo, Ioeth, si aggiravano per i canali e le lagune, veleggiando o remando su una barca o sull�altra, fino a quando Ged divenne un discreto marinaio: e l�amicizia tra lui e Pechvarry si fece salda.</p><p>Nell�autunno inoltrato, il figlio del fabbricante di barche si ammal�. La madre mand� a chiamare la strega dell�isola di Tesk, che era abile nel guarire, e tutto parve andar bene per un giorno o due. Poi, nel cuore di una notte tempestosa, Pechvarry venne a bussare alla porta di Ged, implorandolo di salvare il bambino. Ged scese di corsa alla barca con lui, e insieme remarono in tutta fretta nel buio e nella pioggia fino alla casa dell�artigiano. L�, Ged vide il bambino sul pagliericcio, e la madre accovacciata in silenzio accanto a lui, e la strega che faceva una fumigazione di radici di corly e cantava il Canto di Nagian: era il miglior incantesimo risanatore che conoscesse. Ma bisbigli� a Ged:�� Nobile mago, temo che questa febbre sia la febbre rossa e che il piccino ne morir� stanotte.</p><p>Quando Ged s�inginocchi� e pos� le mani sul bambino, pens� la stessa cosa, e si ritrasse per un momento. Durante gli ultimi mesi della sua lunga malattia il maestro erborista gli aveva insegnato molte cose dell�arte dei guaritori, e la prima e l�ultima lezione era questa: guarisci la ferita e cura la malattia, ma lascia andare lo spirito morente.</p><p>La madre vide il suo gesto e comprese, e grid� disperata. Pechvarry si pieg� su di lei dicendo:�� Il nobile Sparviero lo salver�, moglie. Non piangere. Ora c�� lui. Ci riuscir�.</p><p>Udendo il grido della madre e vedendo la fiducia che Pechvarry riponeva in lui, Ged comprese che non poteva deluderli. Diffidava del proprio giudizio, e pensava che forse il piccolo poteva salvarsi se si fosse riusciti ad abbassare la febbre. Disse:�� Far� del mio meglio, Pechvarry.</p><p>Cominci� a bagnare il bambino con la fredda acqua piovana appena caduta che gli altri gli portavano, e prese a recitare uno degli incantesimi per arrestare la febbre. Il sortilegio non fece presa, e all�improvviso Ged pens� che il piccino gli stava morendo tra le braccia.</p><p>Chiamando a raccolta tutto il suo potere, senza pensare a se stesso, mand� il suo spirito all�inseguimento dello spirito del bimbo, per ricondurlo indietro. Chiam� il nome del piccolo:�� Ioeth!�� Quando ebbe l�impressione di ricevere una fievole risposta col suo udito interiore, insistette, chiamando ancora. Poi vide il bambino che correva svelto, lontano, molto pi� avanti, scendendo le pendici buie di un�immensa collina. Non c�erano suoni. Le stelle sopra la collina non erano quelle che i suoi occhi avevano conosciuto. Eppure conosceva per nome le costellazioni: il Covone, la Porta, l�Uomo che si volta, l�Albero. Erano le stelle che non tramontano, che non impallidiscono allo spuntar del giorno. Aveva seguito troppo lontano il bambino morente.</p><p>Si ritrov� solo sul pendio buio. Era difficile tornare indietro, molto difficile.</p><p>Si volt�, lentamente. Lentamente tese in avanti un piede per risalire il pendio, poi l�altro. And�, passo passo, e ogni passo era uno sforzo di volont�, era sempre pi� faticoso del precedente.</p><p>Le stelle non si muovevano. Non c�era vento, su quel terreno arido e scosceso. In tutto l�immenso regno della tenebra lui solo si muoveva, salendo lentamente. Giunse in cima alla collina e vide il basso muro di pietre. Ma oltre il muro, di fronte a lui, c�era un�ombra.</p><p>L�ombra non aveva la forma di un uomo o di una bestia. Era amorfa, quasi invisibile, ma gli parlava sottovoce, sebbene non ci fossero parole nel suo mormorio, e si protendeva verso di lui. Stava dalla parte dei vivi, e lui stava dalla parte dei morti.</p><p>Doveva scendere la collina per addentrarsi nelle terre deserte e nelle buie citt� dei morti, oppure doveva scavalcare il muro per tornare alla vita, dove l�attendeva la cosa informe e maligna?</p><p>Aveva in mano il bastone, e lo lev� alto. A quel movimento, la forza riafflu� in lui. Quando si accinse a scavalcare il basso muro di pietre per balzare contro l�ombra, il bastone sfolgor� all�improvviso, bianchissimo, una luce abbacinante in quel luogo buio. Balz�, si sent� cadere, e non vide altro.</p><p>Ora, ci� che videro Pechvarry e sua moglie e la strega fu questo: il giovane mago s�era interrotto a met� dell�incantesimo, e per un poco aveva tenuto stretto a s� il piccino, restando immobile. Poi aveva deposto delicatamente Ioeth sul pagliericcio e si era alzato, restando in silenzio col bastone in mano. All�improvviso lev� alto il bastone, che sfolgor� di una luce bianca come se il mago tenesse in pugno il fulmine, e tutti gli oggetti nella capanna spiccarono stranamente vividi in quel fuoco momentaneo. Quando i loro occhi non furono pi� abbagliati, videro il giovane raggomitolato sul pavimento di terra battuta, accanto al pagliericcio dove giaceva morto il bimbo.</p><p>Pechvarry credette che anche il mago fosse morto. Sua moglie piangeva, e lui era completamente sconvolto. Ma la strega aveva una certa conoscenza della magia e delle vie che un vero mago pu� percorrere, e comprese che Ged, sebbene giacesse freddo ed esanime, non doveva essere trattato come un morto ma come un uomo malato o in trance. Ged fu portato a casa e venne lasciata con lui una vecchia, perch� vedesse se dormiva per destarsi o dormiva per sempre.</p><p>Il piccolo otak era nascosto fra le travi del tetto, come faceva sempre quando entrava qualche estraneo. Rimase l� mentre la pioggia batteva sulle pareti e il fuoco si smorzava e la notte�� passando lentamente�� lasciava la vecchia intenta a sonnecchiare accanto al focolare. Poi l�otak scese cautamente e si avvicin� a Ged che giaceva rigido e immobile sul letto. Cominci� a leccargli le mani e i polsi, a lungo, pazientemente, con la linguetta secca e bruna come una foglia. Accovacciandoglisi accanto alla testa gli lecc� la tempia, la guancia sfregiata, e, delicatamente, gli occhi chiusi. E adagio adagio, sotto quel tocco lieve, Ged si svegli�. Si svegli� senza sapere dov�era stato e dov�era, e cos�era la fioca luce grigia nell�aria intorno a lui, che era la luce dell�alba ritornata al mondo. Poi l�otak si acciambell� come al solito accanto alla sua spalla e si addorment�.</p><p>Pi� tardi, quando Ged ripens� a quella notte, comprese che se nessuno l�avesse toccato mentre giaceva perduto nel mondo degli spiriti, se nessuno l�avesse richiamato in un modo o nell�altro, forse sarebbe stato perduto davvero. Era solo la saggezza istintiva della bestia che lambisce il compagno sofferente per confortarlo, eppure in quella saggezza Ged vide qualcosa di affine al suo potere, qualcosa che era profondo quanto la magia. Da quel momento si convinse che saggio � l�uomo che non si isola mai dalle altre creature viventi, sappiano parlare o no, e negli anni seguenti si sforz� a lungo di scoprire ci� che si pu� imparare in silenzio dagli occhi degli animali, dal volo degli uccelli, dai grandi gesti lenti degli alberi.</p><p>Aveva compiuto indenne, per la prima volta, il passaggio e il ritorno che solo un mago pu� compiere a occhi aperti e che neppure il pi� grande dei maghi pu� realizzare senza rischio. Ma era tornato alla paura e all�angoscia. L�angoscia era per il suo amico Pechvarry, la paura era per se stesso. Ora sapeva perch� l�arcimago aveva temuto di mandarlo lontano, sapeva cos�aveva oscurato e obnubilato la visione del suo futuro. Perch� era la tenebra stessa ci� che l�aveva atteso, la cosa senza nome, l�essere che non apparteneva al mondo, l�ombra che lui aveva scatenato o creato. In spirito, al muro di confine tra la morte e la vita, l�aveva atteso per quei lunghi anni. L�aveva trovato l�, finalmente. Adesso si sarebbe messa sulle sue tracce, cercando di avvicinarsi a lui, di prendere per s� la sua forza, di risucchiare la sua vita e di ammantarsi della sua carne.</p><p>Poco dopo sogn� la cosa, come un orso senza testa n� muso. Gli parve che si aggirasse a tentoni intorno alle pareti della casa, cercando la porta. Non aveva pi� fatto un simile sogno dopo essere stato guarito dalle ferite infertegli dall�ombra. Quando si svegli� era debolissimo e intirizzito, e le cicatrici sul volto e sulla spalla dolevano e tiravano.</p><p>Incominci� un triste periodo. Quando sognava l�ombra o anche solo vi pensava, provava sempre quella fredda paura: la ragione e il potere defluivano da lui, lasciandolo intontito e smarrito. S�infuriava per la propria vigliaccheria, ma era inutile. Cerc� qualche protezione, ma non c�era: la cosa non era di carne, non era viva e non era spirito, non aveva nome, non aveva altro essere che quello datole da lui stesso: un potere terribile al di fuori delle leggi del mondo illuminato dal sole. Sapeva soltanto che era attratta verso di lui e che avrebbe cercato di compiere il proprio volere per suo mezzo, essendo una sua creatura. Ma non sapeva in quale forma poteva venire, poich� non aveva ancora una sua forma, n� come sarebbe venuta n� quando.</p><p>Eresse tutte le barriere magiche che conosceva intorno alla sua casa e intorno all�isola su cui viveva. Quei muri d�incantesimo dovevano venire sempre rinnovati, e ben presto si accorse che se avesse speso tutta la sua forza in quelle difese non sarebbe stato pi� utile agli isolani. Cos�avrebbe potuto fare, preso fra due nemici, se fosse giunto un drago da Pendor?</p><p>Sogn� ancora: ma questa volta, nel sogno, l�ombra era in casa, accanto alla porta, e cercava di afferrarlo nell�oscurit�, e bisbigliava parole che lui non comprendeva. Si svegli� atterrito, e fece fiammeggiare nell�aria la luce incantata, rischiarando ogni angolo della casetta fino a quando non vide pi� ombre. Poi aggiunse legna sulle braci del focolare, e si sedette nella luce del fuoco ad ascoltare il vento dell�autunno che frusciava sul tetto di paglia e gemeva tra i grandi alberi spogli; e riflett� a lungo. Un�antica collera s�era destata nel suo cuore. Non avrebbe sopportato quell�attesa impotente, standosene prigioniero su un�isoletta a mormorare inutili incantesimi di chiusura e di protezione. Eppure non poteva fuggire dalla trappola: avrebbe tradito la fiducia degli isolani e li avrebbe abbandonati indifesi al drago. C�era una sola cosa da fare.</p><p>Il mattino seguente scese tra i pescatori all�ancoraggio principale di Torning Bassa; cerc� il capo degli isolani e gli disse:�� Devo andarmene. Sono in pericolo, e metto in pericolo anche voi. Devo andare. Perci� ti chiedo il permesso di recarmi a finire i draghi di Pendor, in modo da svolgere la mia missione presso di voi per poter partire liberamente. Se fallir�, fallirei comunque quando venissero qui, ed � meglio saperlo prima che dopo.</p><p>L�isolano lo guard� a bocca aperta.�� Nobile Sparviero�� disse,�� l� ci sono nove draghi!</p><p>���Otto sono ancora giovani, dicono.</p><p>���Ma il vecchio�</p><p>���Te l�ho detto, devo andarmene da qui. Ti chiedo il permesso di liberarvi prima del pericolo dei draghi, se mi sar� possibile.</p><p>���Come vuoi tu, signore�� disse cupamente il capo isolano. Tutti coloro che ascoltavano pensavano che il loro giovane mago fosse pazzo o temerario, e scuri in volto lo videro partire, prevedendo di non avere mai pi� sue notizie. Alcuni insinuarono che intendeva semplicemente ritornare al mare Interno passando per Hosk, lasciandoli nei guai; altri, tra cui Pechvarry, sostennero che era impazzito e che cercava la morte.</p><p>Da quattro generazioni, tutte le navi regolavano la rotta in modo da tenersi lontane dalle spiagge dell�isola di Pendor. Nessun mago era mai andato l� a combattere il drago, perch� l�isola non era su una rotta di traffico e i suoi signori erano stati pirati, razziatori di schiavi e guerrafondai, odiati da tutti gli abitanti delle parti sudoccidentali di Earthsea. Perci� nessuno aveva cercato di vendicare il signore di Pendor dopo che il drago era comparso all�improvviso da occidente, piombando su di lui e sui suoi uomini che banchettavano nella torre, soffocandoli con le fiamme che gli uscivano dalla bocca e cacciando in mare tutta l�urlante popolazione della citt�. Invendicata, Pendor era stata lasciata al drago, con tutte le sue ossa e le sue torri e i gioielli rubati a principi morti da molto tempo sulle coste di Peln e di Hosk.</p><p>Ged sapeva benissimo tutto questo, e anche di pi�, perch� da quando era giunto a Torning Bassa aveva pensato e ripensato a tutto ci� che aveva imparato sul conto dei draghi. Mentre guidava la piccola imbarcazione verso occidente�� senza remare e senza usare le arti marinaresche che gli aveva insegnato Pechvarry, ma navigando con il vento magico nella vela e con un incantesimo posto sulla prua e nella chiglia perch� non deviassero�� attendeva di vedere l�isola morta levarsi dall�orlo del mare. Voleva procedere velocemente e perci� usava il vento magico, perch� temeva ci� che stava dietro di lui pi� di quanto gli stava davanti. Ma col passare delle ore la sua impazienza colorata di paura si trasmut� in una specie di gioia rabbiosa. Finalmente cercava il pericolo di sua volont�; e pi� gli si avvicinava, pi� si sentiva sicuro che, almeno questa volta, in quell�ora che forse precedeva la sua morte, era libero. L�ombra non osava seguirlo nelle fauci di un drago. Le onde correvano crestate di bianco sul mare grigio, e le nubi grige volavano sopra di lui spinte dal vento del nord. Si diresse rapidamente a ovest, con la vela gonfiata dal vento magico, e giunse in vista delle rocce di Pendor, delle silenziose vie della citt�, delle torri sventrate e cadenti.</p><p>All�entrata del porto, una baia a mezzaluna poco profonda, lasci� cadere il vento incantato e ferm� la barca, che si arrest� dondolando sulle onde. Poi chiam� il drago:�� Usurpatore di Pendor, vieni a difendere il tuo tesoro!</p><p>La sua voce non giunse lontana, nel frastuono dei frangenti che battevano sulla spiaggia cinerea; ma i draghi hanno l�udito fine. Poco dopo, uno sal� svolazzando da una rovina scoperchiata della citt�, come un immenso pipistrello nero, con le ali sottili e il dorso crestato, e volteggiando nel vento del nord venne verso Ged. Il cuore di Ged si gonfi� alla vista dell�essere che per la sua gente era un mito, e lui rise e grid�:�� Va� a dire al Vecchio di venire, verme del vento!</p><p>Perch� quello era uno dei giovani draghi, messi al mondo l� anni addietro da un drago femmina venuto dallo stretto Occidentale, che aveva deposto la sua covata di grandi uova coriacee (come dicono che facciano i draghi femmina) in qualche stanza soleggiata e sventrata della torre ed era volato via di nuovo, lasciando il Vecchio Drago di Pendor a vegliare sui piccoli usciti dal guscio come lucertole terribili.</p><p>Il giovane drago non replic�. Non era molto grosso, forse era lungo come una nave a quaranta remi, ed era sottile come un verme nonostante l�ampiezza delle nere ali membranose. Non aveva ancora raggiunto le dimensioni di un drago adulto, e non ne aveva n� la voce n� l�astuzia. Si avvent� verso Ged sulla piccola barca ondeggiante, aprendo le lunghe fauci dentate mentre scendeva in picchiata dall�aria come una freccia: perci� a Ged bast� legargli le ali e le membra con un secco incantesimo per farlo piombare in mare come una pietra. E il grigio mare si chiuse su di lui.</p><p>Due draghi simili al primo si levarono dalla base della torre pi� alta. Come il primo, si avventarono contro Ged: lui li cattur� entrambi, li scagli� in mare e li affog�; e non aveva ancora alzato il suo bastone di mago.</p><p>Poi, dopo un po�, dall�isola ne vennero altri tre. Uno era molto pi� grosso, e lanciava spire di fuoco dalle fauci. Due si avventarono al volo verso di lui, sbattendo rumorosamente le ali, ma quello grande volteggi� e gli venne alle spalle, rapidissimo, per bruciare lui e la barca con l�alito di fuoco. Nessun incantesimo legante poteva prenderli tutti e tre, poich� due venivano da nord e uno da sud. Nell�istante in cui se ne accorse, Ged oper� un incantesimo di metamorfosi, e tra un respiro e l�altro s�innalz� in volo dall�imbarcazione, in forma di drago.</p><p>Spiegando le immense ali e protendendo gli artigli, incontr� i due lanciati a capofitto, carbonizzandoli col fuoco, e poi si volt� verso il terzo, che era pi� grande di lui, e ugualmente armato di fiamme. Nel vento, sopra le grige onde, volteggiarono, sbatterono le mascelle, si tuffarono, risalirono, fino a quando il fumo ondeggi� intorno a loro, illuminato di rosso dal bagliore delle bocche ardenti. All�improvviso Ged vol� verso l�alto, e l�avversario lo insegu�. A met� volo Ged-drago sollev� le ali, si arrest�, e scese in picchiata come un falco, con gli artigli protesi verso il basso, colpendo l�altro e urtandolo al collo e al fianco. Le nere ali sbatterono freneticamente e il nero sangue di drago piovve in gocce dense nel mare. Il drago di Pendor si liber� e s�invol� a bassa quota, incerto, verso l�isola, dove si nascose strisciando in un pozzo o in una caverna tra le macerie della citt�.</p><p>Subito Ged riprese il suo aspetto e il suo posto sulla barca, poich� era pericoloso conservare quella forma di drago pi� a lungo del necessario. Le sue mani erano annerite dall�ardente sangue del rettile, e aveva la testa ustionata: ma ora questo non aveva importanza. Attese di aver ripreso fiato e poi grid�:�� Sei ne ho visti, cinque ne ho uccisi, dicono che sono nove: venite fuori, vermi!</p><p>Per lungo tempo nulla si mosse, nessuna voce risuon� sull�isola: c�era solo il rumore delle onde che battevano sulla riva. Poi Ged si accorse che la torre pi� alta cambiava lentamente forma, gonfiandosi da un lato come se estroflettesse un braccio. Temeva la magia dei draghi, perch� i vecchi draghi sono molto potenti e astuti e usano una magia che � uguale e diversa da quella degli uomini; ma dopo un momento comprese che non era un trucco del drago ma solo uno scherzo della sua vista. Ci� che aveva creduto una parte della torre era la spalla del drago di Pendor, che si snodava e si alzava lentamente.</p><p>Quando fu eretto, la sua testa scagliosa, crestata di aculei e munita di una lingua trifida, si lev� pi� alta della torre diroccata, e le zampe anteriori poggiavano sulle macerie della citt� sottostante. Le scaglie erano nero-grigiastre, e riflettevano la luce del giorno come pietre spezzate. Era scarno come un segugio e immenso come una collina. Ged lo guard� sgomento. Nessun canto, nessuna leggenda poteva preparare la mente a quella vista. Per poco non fiss� negli occhi il drago: sarebbe stato perduto, se l�avesse fatto, perch� nessuno pu� guardare un drago negli occhi. Distolse lo sguardo dai verdi occhi oleosi che lo scrutavano, e tenne davanti a s� il bastone che adesso gli sembrava un fuscello.</p><p>���Avevo otto figli, piccolo mago�� disse la gran voce asciutta del drago di Pendor.�� Cinque sono morti, uno � morente: basta. Non conquisterai il mio tesoro uccidendoli.</p><p>���Non voglio il tuo tesoro.</p><p>Fumo giallo usc� sibilando dalle narici del drago: era la sua risata.</p><p>���Non ti piacerebbe venire a riva a vederlo, piccolo mago? Vale la pena di ammirarlo.</p><p>���No, drago.�� I draghi sono imparentati col vento e il fuoco, e non combattono volentieri sul mare. Finora quello era stato il vantaggio di Ged, e lui voleva conservarlo; ma la fascia d�acqua tra lui e i grandi artigli grigi non gli sembrava pi� di grande utilit�.</p><p>Era difficile non guardare quegli occhi verdi e penetranti.</p><p>���Sei un mago molto giovane�� disse il drago.�� Non sapevo che gli uomini pervenissero tanto giovani al potere.�� Parlava, come Ged, nella Vecchia Favella, che � tuttora la lingua dei draghi. Sebbene l�uso della Vecchia Favella vincoli un uomo alla verit�, per i draghi non � cos�. � la loro lingua, e possono usarla per mentire, distorcendo le parole vere per falsi fini, irretendo l�ascoltatore incauto in un labirinto di parole-specchio, ognuna delle quali riflette la verit� e nessuna delle quali conduce a qualcosa. Ged ne era stato avvertito spesso; e quando il drago parl�, lui ascolt� con diffidenza, armato di dubbi. Ma le parole sembravano semplici e chiare:�� � per chiedere il mio aiuto che sei venuto qui, piccolo mago?</p><p>���No, drago.</p><p>���Eppure io potrei aiutarti. Presto avrai bisogno d�aiuto, contro ci� che ti d� la caccia nell�oscurit�.</p><p>Ged rest� muto.</p><p>���Cos�� che ti d� la caccia? Dimmi il suo nome.</p><p>���Se potessi dargli un nome��� Ged s�interruppe.</p><p>Il fumo giallo si attorse sopra la lunga testa del drago, scaturendo dalle narici che erano due rotondi pozzi di fuoco.</p><p>���Se tu potessi dargli un nome forse potresti dominarlo, piccolo mago. Forse io potrei dirti il suo nome, se lo vedessi da vicino. E verr� vicino, se tu attenderai nei pressi della mia isola. Verr� dovunque tu vada. Se non vuoi che ti si avvicini dovrai fuggire e fuggire e continuare a fuggire. Eppure ti seguir�. Ti piacerebbe conoscere il suo nome?</p><p>Ged rimase di nuovo in silenzio. Non sapeva immaginare come il drago sapesse dell�ombra che lui aveva scatenato, n� come potesse conoscere il nome dell�ombra. L�arcimago aveva detto che l�ombra non aveva nome. Eppure i draghi hanno la loro sapienza: appartengono a una razza pi� antica dell�uomo. Pochi uomini possono intuire ci� che un drago sa e come lo sa, e quei pochi sono i signori dei draghi. Per Ged, una cosa sola era vera: anche se poteva darsi che il drago dicesse la verit�, anche se poteva darsi che fosse in grado di rivelargli la natura e il nome dell�ombra, cos� conferendogli il potere su di lei� anche se diceva la verit�, lo faceva esclusivamente per i propri fini.</p><p>���Accade molto di rado�� disse infine il giovane,�� che i draghi chiedano di fare favori agli uomini.</p><p>���Ma accade molto spesso�� replic� il drago,�� che i gatti giochino col topo prima di ucciderlo.</p><p>���Ma non sono venuto qui per giocare, n� perch� tu giochi con me. Sono venuto per concludere con te un patto.</p><p>Affilata come una spada, ma cinque volte pi� lunga di una spada, la punta della coda del drago s�inarc�, come quella di uno scorpione, sul dorso corazzato, al di sopra della torre. Seccamente, il drago disse:�� Io non concludo patti. Io prendo. Cos�hai da offrirmi che io non possa prenderti quando voglio?</p><p>���La salvezza. La tua salvezza. Giura che non volerai mai a est di Pendor, e io giurer� di non farti del male.</p><p>Dalla gola del drago usc� un suono stridente come lo scroscio di una frana lontana, di pietre che precipitano tra le montagne. Il fuoco danz� lungo la lingua trifida. Il drago si sollev� pi� in alto, giganteggiando sulle rovine.�� Tu mi offri la salvezza! Tu mi minacci! Con che cosa?</p><p>���Col tuo nome, Yevaud.</p><p>La voce di Ged tremava mentre pronunciava il nome, ma lo pronunci� forte e chiaro. A quel suono il vecchio drago rest� immobile, assolutamente immobile. Trascorse un minuto, e poi un altro; e poi Ged, in piedi sulla barchetta ondeggiante, sorrise. Aveva puntato l�esito dell�impresa e la propria vita su un�intuizione tratta dalle vecchie storie dei draghi apprese a Roke, l�intuizione che il drago di Pendor fosse lo stesso che aveva devastato la parte occidentale di Osskil ai tempi di Elfarran e di Morred ed era stato cacciato da Osskil a opera di un mago, Elt, esperto nei nomi. L�intuizione si era rivelata esatta.</p><p>���Siamo pari, Yevaud. Tu hai la tua forza: io ho il tuo nome. Sei disposto a concludere il patto?</p><p>Il drago non rispose.</p><p>Da molti anni viveva sull�isola, dove corazze d�oro e smeraldi giacevano sparsi tra la polvere e i mattoni e le ossa; aveva visto i suoi figli, simili a enormi lucertole nere, giocare tra le case diroccate e provare le ali lanciandosi dagli strapiombi; aveva dormito a lungo al sole, senza mai essere destato da una voce o da una vela. Adesso era difficile muoversi, fronteggiare quel ragazzo-mago, quel nemico fragile, alla vista del cui bastone Yevaud, il vecchio drago, rabbrividiva.</p><p>���Puoi scegliere nove gemme dal mio tesoro�� disse infine, con la voce che gli usciva sibilante e affannosa dalle lunghe fauci.�� Le migliori: scegli quelle che vuoi. Poi va�!</p><p>���Non voglio le tue gemme, Yevaud.</p><p>���Dov�� finita l�avidit� degli uomini? Ai vecchi tempi, nel nord, gli uomini amavano le gemme luccicanti. Io so cosa vuoi, mago. Anch�io posso offrirti la salvezza, perch� so cosa pu� salvarti. Io conosco la sola cosa che pu� salvarti. C�� un orrore che ti segue. Ti dir� il suo nome.</p><p>Ged si sent� balzare il cuore nel petto e strinse forte il bastone, restando immobile come il drago. Lott� per un istante contro l�improvvisa e sconvolgente speranza.</p><p>Non era venuto a trattare per la propria vita. Poteva avere sul drago una vittoria, e una soltanto. Accanton� la speranza e fece ci� che doveva.</p><p>���Non � questo che chiedo, Yevaud.</p><p>Quando pronunci� il nome del drago fu come se tenesse l�essere enorme per un guinzaglio esilissimo, stringendolo alla gola. Sentiva l�antica malignit� ed esperienza degli uomini nello sguardo posato su di lui; vedeva gli artigli d�acciaio, ognuno dei quali era lungo come l�avambraccio di un uomo, e la pelle dura come la pietra, e il fuoco che covava nella gola del drago; eppure il guinzaglio si stringeva, si stringeva.</p><p>Ged parl� di nuovo:�� Yevaud! Giura per il tuo nome che tu e i tuoi figli non verrete mai nell�arcipelago!</p><p>Le fiamme eruppero all�improvviso fulgide e rumorose dalle fauci del drago, che disse:�� Lo giuro per il mio nome!</p><p>Poi sull�isola scese il silenzio, e Yevaud abbass� l�enorme testa.</p><p>Quando la rialz� e guard�, il mago se n�era andato e la vela dell�imbarcazione era un puntolino bianco sulle onde, verso occidente, diretto alle ricche isole ingemmate dei mari interni. In preda alla rabbia, il vecchio drago di Pendor s�innalz�, schiantando la torre con le contorsioni del suo corpo e sbattendo le ali che erano ampie quanto la citt� in rovina. Ma il suo giuramento lo tratteneva: e non vol�, n� allora n� mai, verso l�arcipelago.</p></section><section><title><p>BRACCATO</p></title><p>Appena Pandor spar� oltre l�orlo del mare dietro di lui, Ged, guardando verso oriente, si sent� tornare nel cuore la paura dell�ombra, e gli fu difficile passare dal nitido pericolo dei draghi a quell�orrore informe e irrimediabile. Lasci� cadere il vento magico e veleggi� col vento del mondo, perch� adesso non aveva desiderio di affrettarsi. Non aveva neppure un�idea chiara di ci� che doveva fare. Doveva fuggire, come aveva detto il drago: ma dove? A Roke, pens�, poich� l� almeno era protetto e poteva chiedere consiglio ai saggi.</p><p>Prima, per�, doveva ritornare a Torning Bassa e riferire agli isolani. Quando giunse notizia del suo ritorno, cinque giorni dopo la partenza, i maggiorenti e met� della popolazione della municipalit� vennero, remando e correndo, a raccogliersi intorno a lui, a guardarlo sbalorditi e ad ascoltare. Ged fece il suo racconto e un uomo chiese:�� Ma chi ha visto questo prodigio, draghi uccisi e draghi domati? E se�</p><p>���Taci!�� disse bruscamente il capo, perch� sapeva, come sapevano quasi tutti, che un mago pu� avere modi sottili di dire la verit� e pu� tenere la verit� per s�: ma se dice una cosa, � veramente cos�. Perch� questo � il suo potere. Perci� si stupirono, e poi cominciarono a sentire che non avevano pi� motivo di temere, e si rallegrarono. Si strinsero intorno al loro giovane mago e gli chiesero di ripetere il suo racconto. Arrivarono altri isolani e chiesero di udirlo anche loro. Prima del cader della notte, non fu pi� necessario che Ged lo ripetesse. Potevano farlo gli altri per lui, e anche meglio. Gi� i cantori del villaggio l�avevano adattato a una vecchia melodia, e intonavano il <emphasis>Canto dello Sparviero. </emphasis>I fal� ardevano non solo sull�isola di Torning Bassa ma nelle municipalit� al sud e all�est. I pescatori gridavano la notizia da barca a barca, da isola a isola: il male � scongiurato, i draghi non verranno mai da Pendor!</p><p>Quella notte, quell�unica notte, fu felice per Ged. Nessuna ombra poteva avvicinarsi a lui nel fulgore di quei fuochi di ringraziamento che ardevano su ogni collina e su ogni spiaggia, tra i cerchi di danzatori ridenti che lo circondavano cantando le sue lodi e agitando le torce nella ventosa notte d�autunno cos� che le scintille volavano fitte e lucenti e brevi nel vento.</p><p>Il giorno seguente s�incontr� con Pechvarry, che disse:�� Non sapevo che tu fossi tanto potente, mio signore.�� C�era paura nelle sue parole perch� aveva osato trattare Ged come un amico, ma c�era anche un rimprovero. Ged non aveva salvato il suo figlioletto, sebbene avesse ucciso i draghi. Ged prov� allora, rinnovata, l�inquietudine impaziente che l�aveva spinto a Pendor e che adesso l�allontanava da Torning Bassa. Il giorno seguente, anche se gli isolani sarebbero stati felici di tenerlo con loro per tutto il resto della sua vita, per lodarlo e vantarsi di lui, lasci� la casa sulla collina, senza altro bagaglio che i suoi libri, il suo bastone, e l�otak appollaiato sulla spalla.</p><p>Sal� su una barca con due giovani pescatori di Torning Bassa, che volevano l�onore di essere i suoi rematori. Dovunque passassero, tra le imbarcazioni che affollavano i canali orientali delle Novanta Isole, sotto le finestre e i balconi delle case affacciate sull�acqua, davanti ai moli di Nesh, ai pascoli piovosi di Dromgan, alle maleodoranti capanne di Geath dove si produce l�olio, erano stati preceduti dalla fama della sua impresa. Tutti fischiettavano il <emphasis>Canto dello Sparviero </emphasis>al suo passaggio, e facevano a gara nell�invitarlo a passare la notte con loro perch� raccontasse la storia del drago. Quando finalmente giunse a Serd, il comandante della nave cui chiese un passaggio fino a Roke s�inchin� e disse:�� � un privilegio per me, nobile mago, e un onore per la mia nave!</p><p>Cos� Ged volt� le spalle alle Novanta Isole; ma mentre la nave si allontanava dal porto interno di Serd e alzava la vela, da oriente un vento fortissimo si lev� per contrastarla. Era strano, perch� il cielo invernale era sereno e quel mattino il tempo sembrava buono. C�erano soltanto trenta miglia da Serd a Roke, e proseguirono: e quando il vento rinforz�, continuarono a proseguire. La piccola nave, come quasi tutti i mercantili del mare Interno, aveva l�alta vela che si pu� girare per prendere il vento, e il suo comandante era un marinaio esperto, fiero della propria abilit�. E cos�, bordeggiando ora a nord e ora a sud, avanzarono verso oriente. Il vento port� nubi e pioggia, e spirava cos� forte e capriccioso da mettere in pericolo la nave.�� Nobile Sparviero�� disse il capitano al giovane, che teneva accanto a s� al posto d�onore a poppa, sebbene fosse possibile conservare ben poca dignit� sotto quel vento e quella pioggia che infradiciavano i loro mantelli,�� nobile Sparviero, potresti dire una parola a questo vento?</p><p>���Siamo vicini a Roke?</p><p>���Abbiamo superato met� percorso. Ma nell�ultima ora non siamo andati pi� avanti, signore.</p><p>Ged parl� al vento. Il vento spir� meno forte, e per un po� procedettero abbastanza bene. Poi, all�improvviso, grandi raffiche sibilanti vennero dal sud e li respinsero di nuovo verso occidente. Le nubi si squarciarono e ribollirono nel cielo, e il comandante della nave url� rabbioso:�� Questo maledetto vento spira contemporaneamente da tutte le parti! Solo un vento magico potr� portarcene fuori, signore.</p><p>Ged s�incup�; ma la nave e i suoi uomini erano in pericolo per lui, perci� suscit� nella vela il vento magico. Subito la nave cominci� a fendere le onde verso est, e il comandante si rianim�. Ma a poco a poco, sebbene Ged mantenesse l�incantesimo, il vento magico si attenu�, s�indebol�, fino a quando la nave parve arrestarsi sulle onde per un minuto, con la vela afflosciata, in quel tumulto di bufera e di pioggia. Poi, con uno scroscio tonante, il boma ruot� violentemente, e la nave vir� e balz� verso nord come un gatto impaurito.</p><p>Ged si aggrapp� a un sostegno, perch� la nave era inclinata sul fianco, e url�:�� Torna a Serd, comandante!</p><p>Il comandante imprec� e grid� che non l�avrebbe fatto.�� Ho a bordo un mago, e io sono il miglior marinaio della corporazione, e questa � la nave pi� maneggevole che abbia mai comandato� Tornare indietro?</p><p>Poi, mentre la nave roteava di nuovo come se un gorgo l�avesse afferrata, si aggrapp� a sua volta al dritto di poppa per non cadere in acqua; e Ged gli disse:�� Lasciami a Serd e dirigiti dove vuoi. Non � contro questa nave che spira il vento, ma contro di me.</p><p>���Contro di te? Un mago di Roke?</p><p>���S�, � il vento che tiene lontane le potenze maligne dall�isola dei Saggi.</p><p>���Ma cosa c�entra con te, che sei un domatore di draghi?</p><p>���Questo � tra me e la mia ombra�� rispose laconicamente Ged, come � usanza dei maghi; e non disse altro mentre procedevano veloci in direzione di Serd, con un vento costante e sotto il cielo che si schiariva.</p><p>C�era un peso spaventoso nel suo cuore, quando Ged sal� dai moli di Serd. I giorni si stavano accorciando poich� si avvicinava l�inverno, e il crepuscolo venne presto. Al crepuscolo l�inquietudine di Ged cresceva sempre, e adesso ogni angolo di strada sembrava minacciarlo, e doveva farsi forza per non continuare a voltarsi indietro a spiare ci� che poteva seguirlo. And� alla Casa del Mare di Serd, dove viaggiatori e mercanti mangiavano insieme i buoni cibi forniti dalla municipalit� e potevano dormire nella lunga sala dal soffitto a travi: tale � l�ospitalit� delle prospere isole del mare Interno.</p><p>Ged avanz� un pezzetto di carne dalla sua cena, e dopo, accanto al fuoco, indusse l�otak a uscire dalla piega del cappuccio dov�era rimasto rannicchiato tutto il giorno e cerc� di convincerlo a mangiare, accarezzandolo e sussurrandogli:�� Hoeg, hoeg, piccolino, silenzioso��� Ma la bestiola non volle mangiare a and� a nascondersi nella sua tasca. Ormai, dalla sua cupa incertezza e dall�aspetto dell�oscurit� negli angoli della grande stanza, Ged comprese che l�ombra non era molto lontana da lui.</p><p>L� nessuno lo conosceva: erano viaggiatori provenienti da altre isole, che non avevano udito il <emphasis>Canto dello Sparviero. </emphasis>Nessuno gli rivolse la parola. Alla fine scelse un pagliericcio e si sdrai�, ma per tutta la notte rest� a occhi aperti, in mezzo a quegli sconosciuti addormentati. Per tutta la notte tent� di scegliere una strada, di decidere dove andare e cosa fare: ma ogni scelta, ogni piano, erano bloccati da una premonizione di sventura. Su ognuna delle strade che poteva percorrere stava in agguato l�ombra. Solo Roke ne era immune, e a Roke non poteva andare. Glielo vietavano gli antichi e potenti incantesimi che tenevano al sicuro quell�isola pericolosa. Il fatto che il vento di Roke si fosse levato contro di lui era la prova che la cosa che l�inseguiva doveva essergli ormai vicinissima.</p><p>Quella cosa era incorporea, cieca alla luce del sole, una creatura di un regno senza luce e senza luogo e senza tempo. Doveva seguirlo brancolando attraverso i giorni e i mari del mondo illuminato dal sole, e poteva assumere forma visibile solo nei sogni e nell�oscurit�. Non aveva ancora sostanza o essenza su cui potesse brillare la luce solare, eppure le <emphasis>Gesta di Hode </emphasis>cantavano: �L�alba crea tutta la terra e il mare, dall�ombra trae la forma, ricacciando il sogno nel regno tenebroso�. Ma se l�ombra avesse raggiunto Ged, avrebbe potuto trarre potere da lui e prendere il peso e il calore e la vita del suo corpo e la volont� che l�animava.</p><p>Quello era l�orrore che Ged vedeva in agguato davanti a s� su ogni strada. E sapeva che poteva essere spinto con l�inganno verso la catastrofe: perch� l�ombra, diventando pi� forte tanto pi� era vicina a lui, poteva avere gi� forza sufficiente per sfruttare poteri maligni o uomini malvagi� mostrandogli falsi portenti, o parlando con la voce di uno sconosciuto. A quanto ne sapeva, in uno degli uomini che dormivano in questo o in quell�angolo dello stanzone della Casa del Mare, quella notte, stava in agguato la cosa tenebrosa, trovando un appiglio in un�anima buia e attendendo e spiandolo, nutrendosi della sua incertezza, della sua paura.</p><p>Era insopportabile. Doveva affidarsi al caso, e fuggire dovunque lo portasse il caso. Al primo freddo accenno dell�alba si alz�, e sotto le stelle che sbiadivano scese ai moli di Serd, deciso a salire sulla prima nave in partenza disposta a prenderlo a bordo. Una galea stava caricando olio di turby: avrebbe fatto vela al levar del sole, diretta al Grande Porto di Havnor. Ged chiese un passaggio al comandante. Un bastone da mago � un passaporto e un pagamento per quasi tutte le navi. L�accettarono volentieri, ed entro un�ora la galea salp�. Lo spirito di Ged si risollev� al primo alzarsi dei quaranta lunghi remi, e il rullo del tamburo che segnava il ritmo era per lui una musica marziale.</p><p>Eppure non sapeva cos�avrebbe fatto a Havnor e dove sarebbe andato poi. Poteva andare verso nord. Lui era settentrionale: forse avrebbe trovato qualche nave che l�avrebbe portato a Gont da Havnor, e avrebbe potuto rivedere Ogion. Oppure poteva trovarne una che si spingeva negli stretti, cos� lontano che l�ombra avrebbe perso le sue tracce e rinunciato all�inseguimento. Oltre a quelle vaghe idee, non aveva in mente un piano e non vedeva quale via doveva seguire. Doveva fuggire e basta�</p><p>I quaranta remi portarono la nave per centocinquanta miglia di mare ventoso prima del tramonto del secondo giorno dopo la partenza da Serd. Entrarono nel porto a Orrimy, sulla costa orientale della grande terra di Hosk, perch� le galee mercantili del mare Interno non si allontanano dalle coste e appena possono si fermano in un porto per passare la notte. Ged scese a terra, perch� era ancora giorno, e vag� per le ripide vie della citt� portuale, cupo e senza meta.</p><p>Orrimy � una citt� vecchia, costruita massicciamente di pietra e mattoni, cinta da mura per difendersi dai signorotti fuorilegge dell�entroterra dell�isola di Hosk; i magazzini sui moli sono come fortini, e le case dei mercanti hanno torri e bastioni. Eppure a Ged, che si aggirava per le vie, quelle dimore ponderose sembravano veli dietro i quali stava un�oscurit� vuota; e coloro che incontrava, intenti alle loro faccende, non gli sembravano uomini veri ma mute ombre di uomini. Quando tramont� il sole ritorn� ai moli, e anche l�, nella gran luce rossa e nel vento della fine della giornata, mare e terra gli parvero indistinti e silenziosi.</p><p>���Dove sei diretto, nobile mago?</p><p>Cos� gli disse una voce alle sue spalle, all�improvviso. Ged si volt� e vide un uomo vestito di grigio: portava un pesante bastone di legno che non era il bastone di un mago. La faccia dello sconosciuto era nascosta dal cappuccio, ma Ged sent� quegli occhi invisibili cercare i suoi. Arretrando, lev� il suo bastone di tasso tra s� e lo sconosciuto.</p><p>L�uomo chiese, in tono blando:�� Cosa temi?</p><p>���Ci� che mi segue.</p><p>���Davvero? Ma io non sono la tua ombra.</p><p>Ged tacque. Comprendeva che in verit� quell�uomo, qualunque cosa fosse, non era ci� che lui temeva: non era un�ombra n� uno spettro n� un <emphasis>gebbeth. </emphasis>Nel silenzio e nella semioscurit� che erano scesi sul mondo, aveva una voce e una certa solidit�. Ributt� indietro il cappuccio. Aveva la testa calva, stranamente grinzosa, e un volto tutto rughe. Sebbene la voce non l�avesse indicato, sembrava vecchio.</p><p>���Io non ti conosco�� disse.�� Tuttavia credo che forse non ci siamo incontrati per caso. Una volta ho sentito parlare di un giovane sfregiato, che conquist� tramite la tenebra un grande dominio, giungendo fino a un trono di re. Non so se � la tua storia. Ma ti dir� questo: va� alla corte del Terrenon, se hai bisogno di una spada per combattere le ombre. Un bastone di legno di tasso non ti servir�.</p><p>La speranza e la diffidenza lottavano nella mente di Ged. Un mago impara presto che ben pochi dei suoi incontri sono casuali, per il bene o per il male che siano.�� In quale terra � la corte del Terrenon?</p><p>���A Osskil.</p><p>Al suono di quel nome Ged vide per un istante, nel ricordo, un corvo nero sull�erba verde, che lo guardava di sottecchi con un occhio simile a una pietra levigata, e parlava: ma aveva dimenticato quelle parole.</p><p>���Quella terra ha una fama piuttosto tenebrosa�� disse, guardando sempre l�uomo in grigio e cercando di giudicarlo. Aveva qualcosa che faceva pensare a un incantatore, addirittura a un mago: eppure, sebbene gli parlasse arditamente, aveva una strana aria depressa, quasi fosse un malato o un prigioniero o uno schiavo.</p><p>���Tu vieni da Roke�� replic� quello.�� I maghi di Roke attribuiscono una fama tenebrosa a tutte le magie che non sono le loro.</p><p>���Che uomo sei?</p><p>���Un viaggiatore, un agente commerciale di Osskil: sono qui per affari�� disse l�uomo in grigio. Poich� Ged non gli chiese altro, gli augur� la buonanotte e prosegu� per la stretta viuzza a gradini che portava lontano dai moli.</p><p>Ged si volt�, indeciso se tener conto o no di quel segno, e guard� a nord. Il chiarore rosso stava svanendo rapidamente dalle colline e dal ventoso mare. Venne il grigio crepuscolo, e subito dopo la notte.</p><p>Ged, con improvvisa decisione, si diresse lungo la banchina, verso un pescatore che stava ripiegando le reti, e gli chiese:�� Sai se in porto c�� una nave diretta a nord� a Semel o alle Enlades?</p><p>���Quella lunga nave laggi� � di Osskil: forse si fermer� alle Enlades.</p><p>Sempre in fretta, Ged prosegu� verso la nave indicata dal pescatore, una lunga nave di sessanta remi, sottile come un serpente, con l�alta prora ricurva e scolpita e intarsiata con dischi di guscio di loto, i portelli delle cubie dei remi dipinti di rosso, e la runa Sifl tracciata in nero su ciascuno. Aveva l�aria cupa ma sembrava veloce, ed era in perfetto ordine, con l�equipaggio a bordo. Ged cerc� il comandante e gli chiese di portarlo a Osskil.</p><p>���Puoi pagare?</p><p>���Ho qualche abilit� con i venti.</p><p>���So farlo anch�io. Non hai niente da darmi? Denaro?</p><p>A Torning Bassa i maggiorenti avevano pagato Ged come potevano, con i pezzi d�avorio usati dai mercanti nell�arcipelago: lui aveva accettato solo dieci pezzi, sebbene gli isolani volessero dargliene di pi�. Li offr� all�osskiliano, ma quello scosse il capo.�� Noi non usiamo questi gingilli. Se non hai niente per pagare, io non ho posto per te a bordo.</p><p>���Hai bisogno di braccia? Io ho remato su una galea.</p><p>���S�, ci mancano due uomini. Cercati il banco�� disse il comandante, e non bad� pi� a lui.</p><p>E cos�, dopo aver riposto il bastone e il sacco di libri sotto il banco dei rematori, Ged divenne, per dieci freddi giorni d�inverno, rematore di quella nave nordica. Lasciarono Orrimy allo spuntar dell�alba, e quel giorno Ged pens� che non ce l�avrebbe fatta. Il suo braccio sinistro era menomato dalle vecchie ferite alla spalla, e tutto il remare nei canali intorno a Torning Bassa non l�aveva preparato all�implacabile ritmo del lungo remo della galea, scandito dal rullo del tamburo. Ogni turno ai remi durava due o tre ore, e poi altri uomini davano il cambio; ma il tempo del riposo sembrava sufficiente solo a far s� che i muscoli di Ged s�irrigidissero, e poi doveva tornare ai remi. E il secondo giorno fu anche peggio; ma poi si abitu�, e se la cav� discretamente.</p><p>Tra gli uomini dell�equipaggio non c�era il cameratismo che Ged aveva trovato a bordo dell�<emphasis>Ombra </emphasis>la prima volta che si era recato a Roke. I marinai delle navi di Andrad e di Gont sono soci e lavorano insieme per il profitto comune, mentre i mercanti di Osskil usano schiavi e servi oppure ingaggiano rematori, pagandoli con piccole monete d�oro. L�oro � molto importante, a Osskil. Ma non � fonte di buona amicizia su quell�isola, come non lo � fra i draghi, che a loro volta lo tengono in gran conto. Poich� la met� dell�equipaggio era composta da servi costretti a lavorare, gli ufficiali della nave si comportavano da schiavisti. Non frustavano mai un rematore che lavorava per la paga o per il passaggio, ma non � possibile che ci sia molta amicizia in un equipaggio dove alcuni vengono frustati e altri no. I compagni di Ged parlavano poco tra loro, e con lui parlavano ancor meno. Erano quasi tutti di Osskil e non usavano la lingua hardese dell�arcipelago ma un loro dialetto, ed erano uomini cupi, pallidi, con neri baffi spioventi e capelli lisci. <emphasis>Kelub</emphasis>, il rosso: cos� chiamavano Ged. Sebbene sapessero che era un mago, non gli mostravano il minimo riguardo ma piuttosto una specie di guardingo disprezzo. E lui non aveva voglia di cercare di farseli amici. Anche l�, sul banco, preso dal poderoso ritmo delle remate, in mezzo ad altri rematori di una nave che correva sui grigi mari vuoti, si sentiva esposto, indifeso. Quando entravano in porti sconosciuti, al cader della notte, e lui si avviluppava nel mantello per dormire, sebbene fosse stanchissimo sognava, si svegliava e riprendeva a sognare: sogni terribili, che al risveglio non riusciva a ricordare bench� sembrassero aleggiare intorno alla nave e agli uomini della nave; e perci� diffidava di tutti.</p><p>Gli osskiliani liberi portavano tutti un lungo coltello al fianco; e un giorno, mentre gli uomini del suo turno consumavano il pasto del meriggio, uno domand� a Ged:�� Sei uno schiavo o un violatore di giuramenti, Kelub?</p><p>���N� l�uno n� l�altro.</p><p>���Perch� non porti il coltello, allora? Hai paura di batterti?�� chiese beffardo l�uomo, che si chiamava Skiorh.</p><p>���No.</p><p>���� il tuo cagnolino, a battersi per te?</p><p>���Otak�� disse un altro che stava ascoltando.�� Non � un cane, � un otak.�� E disse qualcosa in osskiliano che indusse Skiorh a voltarsi dall�altra parte con una smorfia. Mentre si girava, Ged scorse un mutamento nel suo volto, uno sfocarsi dei lineamenti, come se per un attimo qualcosa l�avesse mutato usandolo per guardare Ged in tralice con i suoi occhi. Tuttavia dopo un momento Ged lo vide in faccia, e gli parve il solito: perci� si disse che ci� che aveva visto era la sua paura, il suo terrore riflesso negli occhi dell�altro. Ma quella notte, mentre erano in porto a Esen, sogn�, e sogn� Skiorh. Dopo quella notte cerc� di evitare quell�uomo, e sembrava che anche Skiorh si tenesse lontano da lui. E non si parlarono pi�.</p><p>Le montagne innevate di Havnor scomparvero dietro di loro, a sud, confuse tra le nebbie del primo inverno. Superarono l�imboccatura del mare di �a, dove tanto tempo prima era annegata Elfarran, e poi passarono oltre le Enlades. Rimasero per due giorni in porto a Berila, la Citt� d�Avorio, bianca sulla sua baia, nella parte occidentale della mitica Enlad. In tutti i porti in cui giungevano, gli uomini dell�equipaggio venivano tenuti a bordo della nave e non potevano mettere piede a terra. Poi, mentre si levava il sole rosseggiante, si avventurarono nel mare di Osskil, nei venti di nord-est che spirano indisturbati dalla desolazione senza isole dello stretto Settentrionale. Portarono il loro carico attraverso quel mare agitato, e il secondo giorno dopo la partenza da Berila entrarono in porto a Neshum, la citt� commerciale della parte orientale di Osskil.</p><p>Ged vide una costa bassa sferzata dal vento piovoso, una citt� grigia accovacciata dietro i lunghi frangiflutti che formavano il porto, e dietro la citt� colline spoglie sotto un cielo gravido di neve. Si erano spinti lontano dal sole del mare Interno.</p><p>I facchini della corporazione marittima di Neshum vennero a bordo per scaricare le merci (oro, argento, gioielli, sete finissime e arazzi meridionali, le cose preziose tesaurizzate dai signori di Osskil), e gli uomini liberi dell�equipaggio furono congedati. Ged ne ferm� uno per chiedere indicazioni: fino a quel momento la diffidenza che provava per tutti loro l�aveva trattenuto dal dire dov�era diretto, ma adesso, appiedato e solo in una terra sconosciuta, doveva ben informarsi. L�uomo prosegu� spazientito, dicendo che non lo sapeva; ma Skiorh, che aveva udito, disse:�� La corte del Terrenon? Nelle brughiere di Keksment. Vado anch�io da quelle parti. Skiorh non era il compagno che Ged avrebbe scelto, ma poich� lui non conosceva n� la lingua n� la strada non poteva far altro. E non aveva molta importanza, pens�: non era stato lui a scegliere di venire l�. Era stato sospinto, e adesso veniva sospinto ancora. Si tir� il cappuccio sulla testa, prese il bastone e il sacco, e segu� l�osskiliano attraverso le vie della citt� e pi� oltre, tra le colline coperte di neve. Il piccolo otak non volle restargli sulla spalla e si nascose nella tasca della tunica di pelle di pecora, sotto il mantello, com�era sua abitudine quando faceva freddo. Le colline si stendevano a perdita d�occhio fra brughiere ondulate e squallide. Camminavano in silenzio, e il silenzio dell�inverno gravava su tutta quella terra.</p><p>���Molto lontano?�� chiese Ged dopo che ebbero percorso alcune miglia senza vedere villaggi o fattorie da nessuna parte: pensava che non avevano viveri con loro. Skiorh gir� la testa un momento, alzando il cappuccio, e disse:�� Non lontano.</p><p>Era un volto brutto, pallido, volgare e crudele; ma Ged non temeva nessun uomo, sebbene potesse temere il luogo dove quell�uomo l�avrebbe guidato. Annu�, e proseguirono. La strada era solo una cicatrice attraverso la desolazione di neve e di arbusti spogli. Di tanto in tanto, altre piste l�attraversavano o se ne diramavano. Ora che il fumo dei comignoli di Neshum era nascosto dietro le colline, nella luce sempre pi� cupa del pomeriggio, non c�era traccia della direzione in cui dovevano andare o da cui erano venuti. Solo il vento continuava a spirare sempre dall�est. E dopo che ebbero camminato per diverse ore Ged ebbe l�impressione di scorgere, lontano sulle colline a nordovest, nella direzione in cui erano avviati, una vaga scalfittura contro il cielo, bianca, simile a un dente. Ma la luce della breve giornata si andava affievolendo, e al primo rialzo della strada non riusc� a distinguere pi� chiaramente di prima quella cosa, torre o albero o cos�altro fosse.</p><p>���� l� che siamo diretti?�� chiese, tendendo il braccio.</p><p>Skiorh non rispose ma continu� a camminare, avviluppato nel rozzo mantello col cappuccio a punta foderato di pelliccia. Ged procedeva al suo fianco, a grandi passi. Si erano spinti molto lontano, e lui era insonnolito per il ritmo dell�andatura e per la lunga stanchezza dei giorni e delle notti di fatica a bordo della nave. Cominci� ad avere la sensazione di camminare da sempre e di essere destinato a camminare per sempre accanto a quell�essere silenzioso, in una terra silenziosa e sempre pi� buia. La prudenza e la determinazione si erano offuscate in lui. Camminava come in un lungo, lunghissimo sogno, senza una meta.</p><p>L�otak si mosse, nella tasca, e una vaga paura si dest� e si agit� nella mente di Ged. Si fece forza e parl�.�� Stanno venendo l�oscurit� e la neve. Dobbiamo andare ancora lontano?</p><p>Dopo un indugio, l�altro rispose senza voltarsi:�� Non lontano.</p><p>E la sua voce non sembrava la voce di un uomo ma di una bestia, rauca e senza labbra, che si sforza di parlare.</p><p>Ged si ferm�. Tutt�intorno a lui stavano le colline deserte nella tarda luce crepuscolare. Qualche fiocco di neve cadeva turbinando.�� Skiorh!�� disse, e l�altro si ferm� e si volt�. Sotto il cappuccio a punta non c�era volto.</p><p>Prima che Ged potesse pronunciare un incantesimo o evocare il potere, il <emphasis>gebbeth </emphasis>parl�, dicendo con quella voce rauca:�� Ged!</p><p>E allora il giovane non pot� operare nessuna trasformazione: rest� prigioniero nel suo vero essere, e dovette affrontare il <emphasis>gebbeth </emphasis>cos� indifeso. Non poteva invocare aiuto in quella terra sconosciuta, dove non conosceva nulla e nessuno che potesse rispondere al suo appello. Rest� solo, e tra lui e il suo nemico c�era soltanto il bastone di legno di tasso stretto nella sua destra.</p><p>La cosa che aveva divorato la mente di Skiorh e si era impossessata della sua carne fece compiere un passo avanti al corpo, verso Ged, e le braccia si tesero brancolando per afferrarlo. Invaso dalla furia e dall�orrore, Ged avvent� il bastone, in un arco sibilante, sul cappuccio che nascondeva la faccia d�ombra. Il cappuccio e il mantello si afflosciarono fin quasi al suolo, sotto quel colpo violento, come se dentro non ci fosse null�altro che vento; e poi, fremendo e svolazzando, si risollevarono. Il corpo di un <emphasis>gebbeth </emphasis>� stato svuotato della sua vera sostanza, ed � piuttosto un involucro o un vapore in forma d�uomo, una carne irreale che riveste la realt� dell�ombra. Sussultando e gonfiandosi come se fosse mossa dal vento, l�ombra spalanc� le braccia e si scagli� su Ged, cercando di abbrancarlo come aveva fatto sulla collina di Roke: e se ci fosse riuscita avrebbe abbandonato l�involucro di Skiorh e sarebbe entrata in Ged, divorandolo dall�interno e impadronendosi di lui com�era suo desiderio. Ged avvent� ancora il pesante bastone fumante, schiacciandola; ma quella ritorn�, e lui colp� di nuovo, e poi lasci� cadere il bastone che sfolgorava e fumigava scottandogli la mano. Indietreggi�, e improvvisamente gir� su se stesso e fugg�.</p><p>Corse, e il <emphasis>gebbeth </emphasis>lo insegu� a un passo di distanza, incapace di raggiungerlo ma senza lasciarsi mai distaccare. Ged non si volt� mai indietro. Corse, corse, in quell�immensa terra crepuscolare dove non c�erano nascondigli. Una volta il <emphasis>gebbeth</emphasis>, con quella rauca voce sibilante, lo chiam� ancora per nome: ma sebbene gli avesse sottratto in quel modo il suo potere di mago, non aveva dominio sull�energia del suo corpo e non poteva costringerlo a fermarsi. Ged corse.</p><p>La notte si addens� intorno al cacciatore e alla preda, e la neve vol� finissima sul sentiero che Ged non riusciva pi� a scorgere. Il sangue gli martellava negli occhi, il respiro gli bruciava la gola: non correva pi�, avanzava incespicando e vacillando; eppure l�instancabile inseguitore sembrava incapace di raggiungerlo, e gli stava sempre dietro. Aveva incominciato a sussurrare e a bisbigliare, chiamandolo, e Ged sapeva che per tutta la sua vita quel sussurro era stato presente nei suoi orecchi, appena al di sotto della soglia dell�udibilit�; ma adesso poteva udirlo, e doveva cedere, doveva arrendersi, doveva fermarsi. Tuttavia continu� a sforzarsi, salendo faticosamente un lungo pendio buio. Gli parve di vedere una luce davanti a s�, e credette di udire una voce, in alto, che chiamava:�� Vieni! Vieni!</p><p>Cerc� di rispondere, ma non aveva voce. La fievole luce divenne pi� distinta: splendeva attraverso un varco che gli stava direttamente davanti. Non riusciva a scorgere i muri, ma vedeva la porta. Si arrest�, e il <emphasis>gebbeth </emphasis>gli afferr� il mantello e si agit� brancolando, cercando di stringerlo da tergo. Con le sue ultime forze, Ged si lanci� attraverso la porta lucente. Tent� di voltarsi per chiuderla, per bloccare il <emphasis>gebbeth</emphasis>, ma le gambe non lo sorreggevano pi�. Vacill�, tendendo le braccia per aggrapparsi. Mille luci rotearono e balenarono davanti ai suoi occhi. Si sent� cadere, e si sent� afferrare mentre cadeva; ma la sua mente, interamente svuotata, scivol� nell�oscurit�.</p></section><section><title><p>IL VOLO DEL FALCO</p></title><p>Ged si svegli� e rest� desto a lungo, consapevole soltanto del piacere di svegliarsi, perch� non aveva immaginato di destarsi ancora: ed era un piacere anche vedere tutt�intorno a s� la luce, la grande e semplice luce del giorno. Aveva la sensazione di galleggiare su quella luce, o di andare alla deriva in una barca su acque calmissime. Infine si rese conto che era a letto: ma non aveva mai dormito in un letto simile. La struttura era retta da quattro alte gambe scolpite, e i materassi erano di seta, imbottiti di piumini, ed era questo che gli dava l�impressione di galleggiare; e c�era un baldacchino cremisi per escludere le correnti d�aria. Su due lati i cortinaggi erano aperti, e Ged vide una stanza dalle mura e dal pavimento di pietra. Dalle tre alte finestre scorse la brughiera, spoglia e bruna, chiazzata qua e l� di neve nel fioco sole dell�inverno. La stanza doveva trovarsi in alto, perch� si poteva vedere molto lontano.</p><p>La trapunta di raso scivol� quando Ged si sollev� a sedere: e lui vide che era abbigliato di una tunica di seta e di stoffa d�argento, come un nobile. Su una sedia accanto al letto erano pronti stivali di pelle morbidissima e un mantello foderato di pelliccia di pellawi. Rest� per un po� seduto, calmo e stordito come se fosse sotto l�effetto di un incantesimo, e poi si alz�, tendendo la mano per prendere il bastone. Ma il bastone non c�era.</p><p>La sua mano destra, sebbene fosse stata spalmata di unguento e fasciata, era ustionata sul palmo e sulle dita. Ged ne sent� il dolore, e avvert� anche l�indolenzimento che gl�intormentiva tutto il corpo.</p><p>Rest� immobile ancora per un po�. Poi mormor�, senza alzare la voce e senza speranza:�� Hoeg� hoeg��� Infatti era scomparsa anche la piccola e combattiva e fedele bestiola, la piccola anima silenziosa che l�aveva ricondotto indietro dal regno della morte. Era ancora con lui, la notte precedente, quando era fuggito? Era stata la notte prima o molte notti prima? Non lo sapeva. Era tutto oscuro e vago, nella sua mente: il <emphasis>gebbeth</emphasis>, il bastone ardente, la fuga, il bisbiglio, la porta. Non riusciva a ricordare nulla con chiarezza. Mormor� ancora una volta il nome del suo animaletto, ma senza speranza di trovare risposta, e gli occhi gli si riempirono di lacrime.</p><p>Lontano, chiss� dove, suon� un campanello. Un secondo campanello tintinn� dolcemente, appena fuori dalla stanza. Una porta si apr� dietro di lui, ed entr� una donna.�� Benvenuto, Sparviero�� disse sorridendo.</p><p>Era alta e giovane, vestita di bianco e d�argento, e una rete d�argento le incoronava la chioma, che le scendeva sulle spalle come una cascata d�acque nere.</p><p>Ged s�inchin�, rigidamente.</p><p>���Non ti ricordi di me, credo.</p><p>���Ricordarmi di te, signora?</p><p>Non aveva mai visto una bella donna abbigliata in modo confacente alla sua bellezza, con una sola eccezione: la signora di O, che era venuta con il consorte alla festa del solstizio d�inverno a Roke. Quella era come un�esile e fulgida fiamma di candela, ma questa donna era come la luna nuova.</p><p>���Lo immaginavo, che non mi avresti ricordata�� disse lei sorridendo.�� Ma anche se sei cos� portato a dimenticare, qui sei il benvenuto, come un vecchio amico.</p><p>���Che luogo � questo?�� chiese Ged, ancora irrigidito e cauto. Gli era difficile parlarle, difficile distogliere gli occhi da lei. Le vesti principesche che indossava gli erano estranee, le pietre su cui stava ritto gli erano sconosciute, la stessa aria che respirava non gli era familiare: non era se stesso, non era colui che era stato.</p><p>���Questa fortezza si chiama corte del Terrenon. Il mio signore, Benderesk, � sovrano di questa terra dal limitare delle brughiere di Keksment al nord fino alle montagne di Os, e detiene la pietra preziosa chiamata Terrenon. Quanto a me, qui a Osskil mi chiamano Serret, Argento nella loro lingua. E tu, lo so, talvolta sei chiamato Sparviero, e sei stato proclamato mago nell�isola dei Saggi.</p><p>Ged abbass� lo sguardo sulla mano ustionata e dopo qualche istante disse:�� Non lo so, cosa sono. Avevo il potere, un tempo. L�ho perduto, credo.</p><p>���No! Non l�hai perduto, o se l�hai perduto lo ritroverai decuplicato. Qui sei al sicuro da ci� che t�inseguiva, amico mio. Ci sono mura possenti intorno a questa torre, e non tutte sono costruite di pietra. Qui potrai riposare e recuperare le forze. Qui potrai anche trovare una forza diversa, e un bastone che non andr� in cenere nella tua mano. Una via malvagia pu� condurre a un buon fine, dopotutto. Ora vieni con me: lascia che ti mostri il nostro dominio.</p><p>Serret parlava con tanta dolcezza che Ged quasi non udiva le sue parole, mosso dalla promessa di quella voce. La segu�.</p><p>La stanza era veramente situata in alto nella torre che si levava davvero come un dente acuminato dalla sommit� della collina. Ged segu� Serret per le tortuose scale di marmo, attraverso ricche sale e anticamere, passando davanti ad alte finestre affacciate a nord e a ovest, e a sud e a est sulle basse colline brune, senza case e senza alberi, immutabili, che giungevano fino al cielo invernale inondato di sole. Soltanto lontano, a nord, piccole vette bianche spiccavano nitide contro l�azzurro, e verso sud si poteva intuire il luccichio del mare.</p><p>I servitori aprivano le porte e si scostavano per lasciar passare Ged e la dama; erano tutti osskiliani pallidi e cupi. Lei aveva la carnagione chiara, ma a differenza dei servitori parlava bene l�hardese: a Ged parve addirittura che avesse l�accento di Gont. Pi� tardi, quel giorno, lo condusse alla presenza del suo consorte Benderesk, signore di Terrenon. Il nobile Benderesk, che aveva tre volte gli anni della moglie ed era esile e bianco come l�avorio e aveva gli occhi annebbiati, accolse Ged con fredda cortesia, invitandolo a rimanere suo ospite per tutto il tempo che voleva. Poi parl� poco, senza chiedere a Ged dei suoi viaggi e del nemico che l�aveva inseguito fin l�; e neppure Serret gli aveva chiesto nulla in proposito.</p><p>Se ci� era strano, era soltanto parte della stranezza di quel luogo e della sua presenza l�. Sembrava che la sua mente non si schiarisse mai del tutto. Non riusciva a vedere le cose nitidamente. Era venuto a quella fortezza per caso, eppure il caso era tutto un disegno; o forse era venuto per un disegno, che tuttavia s�era realizzato solo per caso. Si era diretto verso nord; a Orrimy uno sconosciuto gli aveva detto di cercare aiuto l�; una nave osskiliana era l� ad attenderlo; Skiorh l�aveva guidato. Quanto di tutto ci� era opera dell�ombra che l�inseguiva? O forse no: che lui e il suo inseguitore fossero stati attirati l� da qualche altro potere, e lui avesse seguito l�attrazione e l�ombra avesse seguito lui, impadronendosi di Skiorh per usarlo come arma quando fosse venuto il momento? Doveva essere cos�, perch� certamente l�ombra, come aveva detto Serret, non poteva penetrare nella corte del Terrenon. Lui non sentiva il segno o la minaccia della sua presenza da quando si era risvegliato nella torre. Ma allora, cosa l�aveva portato l�? Perch� quello non era un luogo dove si capitava per caso: cominciava a rendersene conto nonostante la confusione dei suoi pensieri. Nessun altro forestiero giungeva a quelle porte. La torre era remota e altera, e voltava le spalle alla strada per Neshum, che era la citt� pi� vicina. Nessuno veniva alla fortezza, nessuno la lasciava. Le finestre erano affacciate sulla desolazione.</p><p>Ged guardava da quelle finestre, mentre stava solo nella sua stanza nella torre, giorno dopo giorno, intontito e sofferente e gelido. Nella torre c�era sempre freddo, nonostante i tappeti e gli arazzi e le ricche vesti foderate di pelliccia e i grandi camini di marmo. Era freddo che penetrava nelle ossa, nel midollo, ed era impossibile scacciarlo. E nel cuore di Ged c�era anche una gelida vergogna che non si lasciava scacciare, quando pensava come aveva affrontato il nemico ed era stato sconfitto ed era fuggito. Nella sua mente si radunavano tutti i maestri di Roke, e tra loro c�era l�arcimago Gensher che aggrottava la fronte, e c�era anche Nemmerle, e anche Ogion, e perfino la strega che gli aveva insegnato il suo primo incantesimo: tutti lo fissavano, e lui sapeva che li aveva delusi. Si difendeva dicendo:�� Se non fossi fuggito, l�ombra si sarebbe impossessata di me; aveva gi� tutta la forza di Skiorh, e parte della mia, e io non potevo combatterla: conosceva il mio nome. Ho dovuto fuggire. Un <emphasis>gebbeth</emphasis>-mago avrebbe un potere terribile per seminare male e rovine. Ho dovuto fuggire.�� Ma nessuno di coloro che ascoltavano nella sua mente gli rispondeva. E lui guardava cadere la neve, rada e incessante, sulle terre desolate, e sentiva il freddo crescere dentro di s�, fino a quando gli pareva che non restasse in lui altra sensazione che una specie di stanchezza.</p><p>Perci� rest� solo per molti giorni, chiuso nella sua infelicit�. Quando scendeva dalla sua stanza, era taciturno e rigido. La bellezza della signora della fortezza lo confondeva; e in quella strana corte, cos� ricca e ordinata, si sentiva un capraio.</p><p>Lo lasciavano solo quando voleva restare solo; e quando non sopportava pi� di pensare e di guardar cadere la neve, spesso Serret s�incontrava con lui in una delle sale curvilinee ornate di arazzi e illuminate dal fuoco, ai piani inferiori della torre; e allora parlavano. Non c�era allegria, nella signora della fortezza: non rideva mai, bench� sorridesse spesso; eppure riusciva con un sorriso a far s� che Ged si sentisse a suo agio. In sua compagnia, Ged cominci� a dimenticare la sofferenza e la vergogna. Ben presto presero l�abitudine d�incontrarsi tutti i giorni per conversare a lungo, tranquillamente, pigramente, un po� in disparte dalle ancelle che accompagnavano sempre Serret, accanto al camino o alla finestra di qualche sala della torre.</p><p>Il vecchio signore stava quasi sempre nei suoi appartamenti; ne usciva la mattina per camminare avanti e indietro nei cortili interni della fortezza, sulla neve, come un vecchio incantatore che ha elaborato incantesimi per tutta la notte. Quando raggiungeva Ged e Serret a cena, stava in silenzio, levando talvolta lo sguardo verso la giovane moglie con espressione dura e concupiscente. Allora Ged provava piet� per lei. Era come una cerva bianca ingabbiata, un uccello candido con le ali tarpate, un anello d�argento al dito di un vecchio. Era un gioiello del tesoro di Benderesk. Quando il signore della fortezza li lasciava, Ged rimaneva con lei, cercando di alleviarne la solitudine, come lei aveva alleviato la sua.</p><p>���Cos�� la gemma che d� il nome alla vostra fortezza?�� le chiese una sera, mentre si erano trattenuti a parlare davanti ai piatti d�oro vuoti e alle coppe d�oro, nell�immensa sala da pranzo rischiarata dalle candele.</p><p>���Non ne hai sentito parlare? � famosa.</p><p>���No. So soltanto che i signori di Osskil hanno famosi tesori.</p><p>���Ah, questa gemma li supera tutti. Vieni: ti piacerebbe vederla?</p><p>Serret sorrise con una sfumatura d�ironia e di sfida, come se avesse un po� paura di ci� che faceva, e condusse il giovane per gli stretti corridoi alla base della torre, gi� per le scale sotterranee, fino a una porta chiusa che Ged non aveva mai visto. L�apr� con una chiave d�argento, guardandolo con lo stesso sorriso, come se lo sfidasse ad accompagnarla. Oltre la porta c�erano un corto corridoio e una seconda porta, che Serret apr� con una chiave d�oro; e pi� oltre c�era una terza porta, che lei apr� con una delle Grandi Parole dello Scioglimento. Oltre la soglia, la candela mostr� una stanzetta simile a una segreta: il pavimento, le pareti e il soffitto erano di pietra scabra, e non c�erano mobili n� decorazioni.</p><p>���La vedi?�� chiese Serret.</p><p>Mentre Ged guardava intorno, il suo occhio di mago distinse una delle pietre del pavimento. Era ruvida e umida come le altre, una pesante e informe pietra da lastricato: eppure ne sentiva il potere come se gli parlasse ad alta voce. Il respiro gli si mozz� in gola, e per un momento lo invase un malessere. Era la prima pietra della torre. Quello era il luogo centrale, ed era freddo, molto freddo: nulla avrebbe mai potuto scaldare quella piccola stanza. Era una cosa antichissima: uno spirito vecchio e terribile era imprigionato in quel blocco di pietra. Ged non rispose a Serret, ma rest� immobile; e dopo un po�, lanciandogli una rapida occhiata, lei addit� la pietra.�� Quello � il Terrenon. Ti sorprende che teniamo una gemma tanto preziosa chiusa nella nostra cripta pi� profonda? Ged non rispose neppure questa volta: taceva, guardingo. Sembrava quasi che Serret volesse metterlo alla prova; ma lui pensava che non avesse idea della natura della pietra, se ne parlava con tanta leggerezza: non la conosceva abbastanza da averne paura.�� Parlami dei suoi poteri�� disse infine Ged.</p><p>���Fu creato prima che Segoy traesse le isole del mondo dal mare aperto. Fu creato quando fu creato il mondo, e durer� fino a che il mondo avr� fine. Il tempo non � nulla per il Terrenon. Se vi posi una mano e formuli una domanda, ti risponder�, secondo il potere che � in te. Ha una voce, se sai ascoltare. Ti parler� delle cose che furono e sono e saranno. Ha parlato della tua venuta molto tempo prima che giungessi in questa terra. Vuoi fargli una domanda, ora?</p><p>���No.</p><p>���Ti risponder�.</p><p>���Non ci sono domande che io voglia fargli.</p><p>���Potrebbe dirti�� osserv� Serret con voce sommessa,�� come sconfiggerai il tuo nemico.</p><p>Ged rest� muto.</p><p>���Hai paura della pietra?�� chiese lei, incredula; e lui rispose:�� S�.</p><p>Nel freddo mortale e nel silenzio della stanza, cinta da muri e muri d�incantesimi e di pietra, nella luce della candela, Serret lo guard� di nuovo con gli occhi lucenti.�� Sparviero�� disse,�� tu non hai paura.</p><p>���Ma non parler� con quello spirito�� replic� Ged, e guardandola apertamente le disse con gravit� e franchezza:�� Mia signora, quello spirito � sigillato in una pietra, e la pietra � imprigionata da incantesimi vincolanti e da incantesimi accecanti e da sortilegi di difesa e dai triplici muri della fortezza in una terra desolata, non perch� sia preziosa ma perch� pu� compiere grandi mali. Non so che cosa te ne abbiano detto, quando sei venuta qui. Ma tu che sei giovane e dolce non dovresti mai toccarla, e neppure guardarla. Non ti porter� bene.</p><p>���L�ho toccata. Le ho parlato e l�ho sentita parlare. Non mi fa nessun male.</p><p>Serret si volt�: uscirono superando le porte e i corridoi, fino a quando, nella luce delle torce dell�ampia scalinata, lei spense la candela. Si separarono con poche parole.</p><p>Quella notte Ged dorm� poco. Non era il pensiero dell�ombra, a tenerlo sveglio: anzi, quel pensiero era quasi scacciato dalla sua mente dall�immagine ricorrente della pietra che costituiva il fondamento della torre, e dalla visione del volto di Serret, fulgido e adombrato nella luce della candela, levato verso di lui. Sentiva ancora quegli occhi posati su di lui, e cercava di comprendere quale espressione vi era apparsa quando aveva rifiutato di toccare la pietra: era stato sdegno o dolore? Quando infine si sdrai� per dormire, le seriche lenzuola erano fredde come il ghiaccio, e lui si svegli� spesso nell�oscurit� pensando alla pietra e agli occhi di Serret.</p><p>Il giorno dopo la trov� nella sala curvilinea di marmo grigio, illuminata dal sole che declinava verso occidente, dove trascorreva spesso � pomeriggi giocando o tessendo con le sue ancelle. Le disse:�� Dama Serret, ti ho offesa. Me ne dispiace.</p><p>���No�� replic� lei, pensierosa; e poi:�� No��� Conged� le ancelle che erano con lei, e quando rimasero soli si rivolse a Ged.�� Mio ospite, amico mio�� disse,�� tu vedi molto chiaramente, ma forse non vedi tutto ci� che c�� da vedere. A Gont, a Roke, insegnano magia superiore. Ma non insegnano tutte le magie. Questa � Osskil, la Terra dei Corvi; non � una terra hardese: i maghi non la dominano, e non la conoscono molto. Qui avvengono cose ignote ai maestri della tradizione del sud, e cose che non sono nominate negli elenchi dei maestri dei nomi. E si teme ci� che non si conosce. Ma tu non hai nulla da temere, qui alla corte del Terrenon. Un uomo pi� debole avrebbe paura, certamente. Non tu. Tu sei nato col potere di dominare ci� che sta nella camera sigillata. Lo so. � per questo che sei qui, ora.</p><p>���Non capisco.</p><p>���Il mio signore, Benderesk, non � stato del tutto sincero con te. Io lo sar�. Vieni, siediti accanto a me.</p><p>Ged le si sedette accanto sui cuscini del divanetto sotto la finestra. I raggi del sole morente entravano orizzontali inondandoli di una luce priva di calore; laggi�, nella brughiera che gi� sprofondava nell�ombra, si stendeva la neve della notte precedente, come un opaco sudario bianco disteso sulla terra.</p><p>Serret parl� sommessamente.�� Benderesk � signore ed erede del Terrenon, ma non pu� usarlo, non pu� costringerlo a servire interamente la sua volont�. E non posso farlo neppure io, da sola o insieme a lui. Io e lui non ne abbiamo n� la capacit� n� il potere. Tu li possiedi entrambi.</p><p>���E come lo sai?</p><p>���Dalla stessa pietra! Ti ho detto che aveva parlato della tua venuta. Conosce il suo padrone. Ha atteso che tu arrivassi. Ti attendeva gi� prima che tu nascessi, perch� sei colui che pu� dominarla. E chi pu� costringere il Terrenon a rispondere alle sue domande e a fare ci� che vuole, ha potere sul proprio destino: la forza di schiacciare il nemico, mortale o dell�altro mondo; preveggenza, conoscenza, ricchezza, dominio, e una magia al suo comando che potrebbe umiliare lo stesso arcimago! E tutto questo sar� tuo: basta che tu lo chieda.</p><p>Ancora una volta Serret lev� su di lui gli strani occhi fulgidi, e quello sguardo lo trapass� e lui trem�, come di freddo. Eppure c�era paura sul volto di lei, come se cercasse il suo aiuto ma fosse troppo orgogliosa per chiederlo. Ged era sconcertato. Serret gli aveva posato la mano sulla mano, mentre parlava: era una mano lieve, esile e chiara su quella forte e scura di lui. Ged disse implorante:�� Serret! Non ho il potere che credi: quello che avevo l�ho gettato via. Non posso aiutarti, non ti sono di nessuna utilit�. Ma questo lo so: le Vecchie Potenze della Terra non possono essere usate dagli umani. Non sono mai state affidate alle nostre mani, e nelle nostre mani causano soltanto rovine. Se il mezzo � stato malvagio, malvagio � anche il fine. Io non sono stato attirato qui ma spinto, e la forza che mi ha spinto opera per annientarmi. Non posso aiutarti.</p><p>���Colui che getta via il suo potere possiede talvolta un potere assai pi� grande�� disse lei, sorridendo, come se le paure e gli scrupoli di Ged le sembrassero puerili.�� Forse io conosco meglio di te chi ti ha condotto qui. Non c�� stato un uomo che ti ha parlato per le vie di Orrimy? Era un messaggero, un servitore del Terrenon. Un tempo era anche lui un mago, ma gett� via il bastone per servire un potere pi� grande di quello di qualunque mago. E tu sei venuto a Osskil, e sulla brughiera hai cercato di combattere un�ombra col tuo bastone di legno; e a malapena siamo riusciti a salvarti, perch� la cosa che ti segue � molto pi� astuta di quanto ritenessimo e aveva gi� preso molta forza da te� Solo l�ombra pu� combattere l�ombra. Solo la tenebra pu� sconfiggere la tenebra. Ascolta, Sparviero! Cosa ti occorre, dunque, per sconfiggere quell�ombra, che ti attende fuori da queste mura?</p><p>���Mi occorre ci� che non posso sapere. Il suo nome.</p><p>���Il Terrenon, che conosce tutte le nascite e le morti e gli esseri prima e dopo la morte, i non nati e gli immortali, il mondo luminoso e quello buio, ti dir� quel nome.</p><p>���E il prezzo?</p><p>���Nessun prezzo. Ti dico che ti ubbidir�, ti servir� come uno schiavo.</p><p>Scosso e tormentato, Ged non replic�. Adesso Serret gli teneva la mano tra le sue e lo guardava in faccia. Il sole era calato tra le nebbie che offuscavano l�orizzonte, e anche l�aria si era incupita: ma il volto di Serret era radioso di gioia e di trionfo mentre lei lo scrutava e vedeva scossa la sua volont�. Bisbigli� sottovoce:�� Sarai pi� potente di tutti gli uomini, sarai un re tra gli umani. Tu regnerai, io regner� con te�</p><p>Ged si alz� di scatto: un passo avanti lo condusse dove pot� vedere, appena oltre la curva della parete della lunga sala, il signore del Terrenon che stava l� ad ascoltare sorridendo lievemente.</p><p>Gli occhi e la mente di Ged si schiarirono. Abbass� lo sguardo su Serret.�� � la luce che sconfigge la tenebra�� disse, balbettando.�� La luce.</p><p>E mentre parlava vide chiaramente, come se le sue parole fossero luce, di essere stato attirato l�: avevano sfruttato la sua paura per guidarlo, e quando l�avessero avuto in pugno l�avrebbero tenuto stretto. L�avevano salvato davvero dall�ombra, perch� non volevano che l�ombra lo possedesse prima che diventasse schiavo della pietra. Quando la sua volont� fosse stata catturata dal potere della pietra, avrebbero lasciato entrare l�ombra tra quelle mura, perch� un <emphasis>gebbeth </emphasis>era uno schiavo ancora migliore di un uomo. Se lui avesse toccato una sola volta la pietra, o le avesse parlato, sarebbe stato completamente perduto. Eppure, come l�ombra non aveva potuto raggiungerlo e afferrarlo, cos� la pietra non aveva potuto servirsi di lui� non del tutto. Lui aveva quasi ceduto, ma non del tutto. Non aveva acconsentito. Al male � molto difficile impadronirsi dell�anima non consenziente.</p><p>Stava in mezzo ai due che avevano ceduto, che avevano acconsentito, guardando ora l�uno ora l�altra, mentre Benderesk si faceva avanti.</p><p>���Te l�avevo detto�� comment� con voce asciutta il signore del Terrenon rivolgendosi alla sua dama,�� che ti sarebbe sfuggito dalle mani. I tuoi incantatori di Gont sono pazzi astuti. E anche tu sei pazza, donna di Gont, se pensi di ingannare lui e me e di dominare entrambi con la tua bellezza, e di usare il Terrenon per i tuoi fini. Ma io sono il signore della pietra, io, e alla moglie infedele faccio questo: <emphasis>ekavroe ai oelwantar� </emphasis>- Era un incantesimo di metamorfosi, e le lunghe mani di Benderesk erano levate per modellare la donna tremante in qualcosa di orrendo, un maiale o un cane o una vecchia megera. Ged avanz� e colp� le mani del signore, abbassandole e pronunciando un�unica breve parola. E sebbene non avesse il bastone, e si trovasse su un terreno estraneo e maligno, dominio di un potere tenebroso, la sua volont� ebbe il sopravvento. Benderesk rimase immobile, con gli occhi annebbiati fissi su Serret, ciechi e pieni di odio.</p><p>���Vieni�� disse lei con voce tremante.�� Vieni, Sparviero, vieni, presto, prima che lui possa evocare i servitori della pietra�</p><p>Come in un�eco, un mormorio scorse attraverso la torre, attraverso le pietre del pavimento e dei muri: un mormorio arido e tremulo, come se a parlare fosse la terra stessa.</p><p>Afferrata la mano di Ged, Serret corse con lui per le sale e le anticamere, gi� per la lunga scalinata a spirale. Uscirono nel cortile, dove l�ultima luce argentea del giorno aleggiava ancora sulla neve calpestata e sporca. Tre dei servitori del castello sbarrarono loro la strada, cupi e indagatori come se sospettassero un complotto contro il loro padrone.�� Si fa buio, signora�� disse uno; e un altro:�� Non puoi uscire, adesso.</p><p>���Toglietevi di mezzo, bricconi!�� grid� Serret, parlando nella sibilante lingua osskiliana. Gli uomini arretrarono e si accovacciarono al suolo, rabbrividendo, e uno url�.</p><p>���Dobbiamo uscire dalla porta, non c�� altra via. Puoi vederla, Sparviero? Riesci a trovarla?</p><p>Serret lo tir� per la mano; ma lui esitava ancora.�� Che incantesimo hai gettato, su di loro?</p><p>���Ho fatto scorrere piombo fuso nel midollo delle loro ossa: ne moriranno. Presto, ti dico: lui scatener� i servitori della pietra, e io non posso trovare la porta: � circondata da un grande sortilegio. Presto!</p><p>Ged non capiva cosa intendesse dire, perch� per lui la porta incantata era in piena vista, come l�arcata di pietra del cortile attraverso la quale la scorgeva. Condusse Serret sulla neve intatta del cortile esterno, e poi, pronunciando una parola d�apertura, la condusse oltre la porta del muro d�incantesimi.</p><p>Serret mut� mentre varcavano la soglia e uscivano dall�argenteo crepuscolo della corte del Terrenon. Non era meno bella nella luce squallida delle brughiere, ma la sua bellezza aveva un aspetto feroce, da strega; e infine Ged la riconobbe: era la figlia del signore di Re Albi e di un�incantatrice di Osskil, che tanto tempo addietro si era burlata di lui sui prati verdi sopra la casa di Ogion e l�aveva indotto a leggere l�incantesimo che aveva scatenato l�ombra. Ma Ged pens� ben poco a questo, perch� adesso si guardava intorno con tutti i sensi vigili, cercando quel nemico, l�ombra che l�attendeva chiss� dove all�esterno delle mura incantate. Poteva essere ancora <emphasis>gebbeth</emphasis>, abbigliato della morte di Skiorh, oppure poteva nascondersi nell�oscurit�, in attesa di afferrarlo e di fondere la propria massa informe con la sua carne viva. La sentiva vicina, eppure non la vedeva. Ma mentre guardava, vide una cosetta scura semisepolta nella neve, a pochi passi dalla porta. Si chin�, e la raccolse delicatamente con entrambe le mani. Era l�otak, con la splendida pelliccia raggrumata di sangue e il corpicino leggero e irrigidito e freddo nelle sue mani.</p><p>���Trasformati! Trasformati, stanno arrivando!�� grid� Serret, afferrandogli il braccio e indicando la torre che stava dietro di loro come un�alta zanna bianca nel crepuscolo. Dalle feritoie alla base stavano uscendo esseri che sbattevano le lunghe ali e s�involavano lentamente volteggiando sopra le mura verso Ged e Serret, che stavano sul pendio della collina. Il mormorio frusciante che avevano udito all�interno della fortezza era divenuto pi� forte: era un tremore e un lamento nella terra, sotto i loro piedi.</p><p>La collera gonfi� il cuore di Ged, una collera rovente di odio per tutte le cose crudeli e tremende che lo ingannavano, l�intrappolavano, lo inseguivano.�� Trasformati!�� gli grid� Serret, e con un incantesimo ansimante si contrasse assumendo l�aspetto di un gabbiano grigio e vol� via. Ma Ged si chin� e colse un filo d�erba selvatica che spuntava secco e fragile dalla neve dove prima giaceva morto l�otak. Lev� il filo d�erba, e mentre gli parlava nella Vera Favella quello si allung�, s�ingross�, e divenne un grande bastone, un bastone da mago nella sua mano. Nessun fuoco malefico lingueggi� rosso lungo il bastone quando le nere creature svolazzanti uscite dalla corte del Terrenon piombarono su di lui e lui colp� le loro ali: sfolgorava solo del bianco fuoco magico che non brucia ma disperde la tenebra.</p><p>Gli esseri tornarono all�attacco: bestie deformi, appartenenti alle epoche antecedenti gli uccelli e i draghi e gli uomini, dimenticate da molto tempo nella luce del giorno ma ricordate dall�antico, maligno, implacabile potere della pietra. Assalirono Ged, avventandosi su di lui. Ged sentiva intorno a s� il brivido degli artigli falcati, e il loro fetore di morte lo nauseava. Rabbrividendo, par� e colp�, scacciandoli col bastone fiammeggiante creato dalla sua ira e da un filo d�erba selvatica. E all�improvviso si sollevarono tutti come corvi spaventati che abbandonano una carogna e volarono via silenziosamente nella direzione in cui era sparita Serret in forma di gabbiano. Le immense ali sembravano lente, eppure volavano veloci: ogni colpo d�ala li spingeva poderosamente attraverso l�aria. Nessun gabbiano avrebbe potuto vincere quella pesante velocit�.</p><p>Fulmineo, come aveva fatto una volta a Roke, Ged assunse la forma di un grande falco: non lo sparviero di cui gli davano il nome, ma il falcone pellegrino che vola come una freccia, come il pensiero.</p><p>Vol� sulle forti ali screziate, inseguendo i suoi inseguitori. L�aria si oscur�, e tra le nubi le stelle brillarono ravvivandosi. Ged vide, pi� avanti, il nero stormo irregolare che si avventava verso un punto a mezz�aria. Oltre quel grumo nero si stendeva il mare, pallido dell�ultimo brillio cinereo del giorno. Velocissimo, il falco-Ged sfrecci� verso le creature della pietra, che si dispersero come acqua quando lui piomb� in mezzo a loro. Ma avevano afferrato la preda. C�era sangue sul becco di uno, e piume bianche aderivano agli artigli di un altro, e non c�era un gabbiano che sorvolasse il pallido mare.</p><p>Gi� si voltavano verso Ged, avanzando sgraziati e rapidi col ferreo rostro spalancato. Volteggiando sopra di loro, lui lanci� il grido di rabbia e di sfida del falco; e poi saett� avanti, sopra le basse spiagge di Osskil, sopra i frangenti.</p><p>Le creature della pietra volteggiarono per un po�, gracchiando, e a una a una s�involarono ponderosamente verso l�entroterra, sulle brughiere. Le Vecchie Potenze non attraversano il mare, essendo ognuna legata a un�isola, a un certo luogo, a una grotta o pietra o sorgente. Le nere emanazioni tornarono alla torre, dove forse il signore del Terrenon, Benderesk, pianse al loro ritorno, o forse rise. Ma Ged prosegu�, con le ali di falco, con la furia di falco, come una freccia infallibile, come un pensiero indimenticato, sopra il mare di Osskil, verso oriente, nel vento dell�inferno e della notte.</p><p>Ogion il Taciturno era tornato tardi a Re Albi dai suoi vagabondaggi autunnali. Col passare degli anni era divenuto pi� silenzioso e solitario. Il nuovo signore di Gont, nella citt� sottostante, non era mai riuscito a ottenere una parola da lui, sebbene fosse salito al Nido del Falco per cercare l�aiuto del mago in una spedizione piratesca alle Andrades. Ogion, che parlava ai ragni sulle loro tele ed era stato visto salutare cerimoniosamente gli alberi, non disse una parola al signore dell�isola, che se ne and� scontento. Forse c�era malcontento e inquietudine nella mente di Ogion, perch� aveva trascorso tutta l�estate e l�autunno solo sulla montagna, e soltanto adesso, verso il solstizio, era tornato al focolare.</p><p>La mattina dopo il suo ritorno si alz� tardi; e poich� voleva prepararsi una tazza di t� di canna and� a prendere acqua alla sorgente che scorreva un poco pi� in basso sul fianco della collina, presso la casa. I margini della piccola polla della fonte erano ghiacciati, e il muschio riarso tra le rocce era segnato da fiori di brina. Era giorno fatto, ma per un�ora ancora il sole non avrebbe superato il poderoso dosso della montagna: tutta la parte occidentale di Gont, dalle spiagge alla vetta, era priva di sole, silenziosa e nitida nel mattino d�inverno. Mentre il mago stava accanto alla fonte, guardando le terre digradanti e il porto e le grige lontananze del mare, ud� un batter d�ali sopra di lui. Lev� lo sguardo, alzando leggermente un braccio. Un grande falco scese con un frastuono d�ali e gli si pos� sul polso. Vi rest� posato come un rapace da caccia ben addestrato, ma non aveva geti spezzati, n� campanelli. Gli artigli erano piantati nel polso di Ogion: le ali screziate tremavano; gli occhi aurei e rotondi erano spiritati.</p><p>���Sei un messaggero o un messaggio?�� chiese gentilmente Ogion al falco.�� Vieni con me��� Mentre parlava, il falco lo guard�. Ogion rimase un attimo in silenzio.�� Una volta ti ho dato il nome, credo�� disse; e poi si avvi� verso casa ed entr�, continuando a portare il rapace sul polso. Depose il falco sul camino, al calore del fuoco, e gli offr� un po� d�acqua. Il falco non volle bere. Allora Ogion cominci� a gettare un incantesimo, silenziosamente, intessendo la trama della magia pi� con le mani che con le parole. Quando l�incantesimo fu completo, disse sottovoce �Ged�, senza guardare il falco sul focolare. Attese un po�, quindi si volt� e si avvicin� al giovane che stava davanti al fuoco, tremante, con gli occhi spenti.</p><p>Ged era vestito riccamente e stranamente di pellicce e sete e argento; ma gli abiti erano laceri e induriti dal salmastro, e lui era scarno e curvo, con i capelli spioventi intorno al volto sfregiato.</p><p>Ogion gli tolse dalle spalle il principesco mantello insozzato, lo condusse nell�alcova dove un tempo dormiva il suo apprendista e lo fece stendere sul pagliericcio, e lo lasci� mormorando un incantesimo di sonno. Non gli aveva detto neppure una parola, sapendo che adesso Ged non possedeva linguaggio umano.</p><p>Da ragazzo, come tutti gli altri, Ogion pensava che sarebbe stato un gioco molto divertente assumere per magia la forma preferita�� uomo o bestia, albero o nuvola�� e giocare a diventare mille esseri. Ma quando era divenuto mago aveva imparato il prezzo del gioco, il pericolo di perdere la propria individualit�, di mutare il gioco in verit�. Pi� un uomo rimane a lungo in una forma non sua, e pi� il pericolo � grande. Ogni apprendista mago impara la storia del mago Bordger di Way, che amava assumere forma di orso e che lo fece sempre pi� di frequente fino a quando in lui l�orso s�impose e l�uomo si estinse: divent� un orso, e uccise il suo figlioletto nella foresta, e venne cacciato e ucciso. E nessuno sa quanti tra i delfini che balzano nelle acque del mare Interno erano un tempo uomini, uomini saggi, che dimenticarono la loro saggezza e il loro nome nella gioia del mare irrequieto.</p><p>Ged aveva assunto forma di falco in preda all�angoscia e al furore, e quando era fuggito da Osskil aveva avuto nella mente un solo pensiero: sfuggire alla pietra e all�ombra, lasciare quelle fredde terre infide e tornare a casa. L�ira e la furia del falco erano come le sue, ed erano diventate le sue, e la sua volont� di volare era divenuta la volont� del falco. Cos� aveva sorvolato Enlad, scendendo a bere a una polla solitaria nella foresta, ma subito aveva ripreso il volo, spinto dalla paura dell�ombra che l�inseguiva. Aveva attraversato la grande strada marina chiamata Fauci di Enlad ed aveva proseguito verso sudest, con le colline di Oran�a appena visibili sulla sua destra e le colline d�Andrad ancora pi� indistinte alla sua sinistra, e davanti a lui soltanto il mare; fino a quando, in lontananza, si era levata dalle onde un�onda immutabile che torreggiava sempre pi� alta, la bianca vetta di Gont. Nel sole e nell�oscurit� di quel grande volo aveva portato le ali del falco, e aveva visto con gli occhi del falco, e dimentico dei propri pensieri aveva finito col conoscere soltanto ci� che conosce il falco: la fame, il vento, la rotta da seguire in volo.</p><p>Era volato verso il rifugio pi� adatto. C�erano pochissimi a Roke, e uno soltanto a Gont, che potevano ritrasformarlo in uomo.</p><p>Era furioso e taciturno quando si svegli�. Ogion non gli parl�, ma gli offr� carne e acqua e lo lasci� sedere curvo accanto al fuoco, cupo come un grande falco stanco e torvo. Quando venne la notte, Ged dorm�. Al terzo mattino si avvicin� al camino, dove il mago sedeva fissando le fiamme, e disse:�� Maestro�</p><p>���Benvenuto, ragazzo�� replic� Ogion.</p><p>���Sono tornato come me n�ero andato: come uno sciocco�� disse il giovane, con voce aspra e impastata. Il mago sorrise lievemente e accenn� a Ged di sedersi di fronte a lui, e si accinse a preparare il t�.</p><p>Cadeva la neve, la prima dell�inverno, l� sulle pendici inferiori di Gont. Le finestre di Ogion erano ben chiuse, ma loro potevano udire il nevischio umido che cadeva sul tetto e il profondo silenzio della nevicata tutt�intorno alla casa. Restarono seduti a lungo accanto al fuoco, e Ged raccont� al suo vecchio maestro la storia degli anni trascorsi da quando era salpato da Gont a bordo della nave chiamata <emphasis>Ombra. </emphasis>Ogion non fece domande, e quando Ged ebbe terminato rest� a lungo in silenzio, calmo, pensieroso. Poi si alz�, e mise sul tavolo pane e formaggio e vino, e mangiarono insieme. Quando ebbero finito ed ebbero rimesso in ordine la stanza, Ogion parl�.</p><p>���Le tue sono cicatrici dolorose, ragazzo�� disse.</p><p>���Non ho forza, contro l�ombra�� replic� Ged.</p><p>Ogion scosse il capo, ma per qualche tempo non disse altro. Poi:�� Strano�� disse.�� Hai avuto forza sufficiente per battere un incantatore nel suo dominio, l� a Osskil. Hai avuto forza sufficiente per resistere agli allettamenti e per sventare gli attacchi dei servitori di una Vecchia Potenza della Terra. E a Pendor hai avuto forza sufficiente per opporti a un drago.</p><p>���A Osskil ho avuto fortuna, non forza�� replic� Ged, e rabbrivid� di nuovo al pensiero del mortale freddo onirico della corte del Terrenon.�� Quanto al drago, conoscevo il suo nome. La cosa maligna, l�ombra che mi d� la caccia, non ha nome.</p><p>���<emphasis>Tutte </emphasis>le cose hanno un nome�� disse Ogion, con tanta certezza che Ged non os� ripetere ci� che gli aveva detto l�arcimago Gensher, che le forze maligne come quella scatenata da lui erano senza nome. Il drago di Pendor, s�, si era offerto di dirgli il nome dell�ombra, ma lui aveva poca fiducia nella sincerit� dell�offerta; e non credeva alla promessa di Serret, che la pietra gli avrebbe detto ci� che gli occorreva sapere.</p><p>���Se l�ombra ha un nome�� disse infine,�� non credo che me lo dir��</p><p>���No�� fece Ogion.�� Ma neppure tu le hai detto il tuo nome. Tuttavia lo conosceva. Nelle brughiere di Osskil ti ha chiamato per nome, il nome che io ti ho dato. � strano, strano�</p><p>Riprese a riflettere. Infine Ged disse:�� Sono venuto qui a chiederti consiglio, non rifugio. Non porter� l�ombra su di te, e presto giunger� qui se io rimarr�. Una volta tu l�hai scacciata da questa stanza�</p><p>���No: quello era soltanto il preannuncio, l�ombra di un�ombra. Adesso non potrei scacciarla. Questo potresti farlo soltanto tu.</p><p>���Ma io sono impotente, davanti all�ombra. C�� qualche luogo��� La voce di Ged si spense prima di compiere la domanda.</p><p>���Non esiste un rifugio sicuro�� disse gentilmente Ogion.�� Non trasformarti pi�, Ged. L�ombra cerca di distruggere il tuo vero essere. Quasi c�� riuscita, spingendoti a diventare un falco. No, non so dove dovresti andare. Eppure ho un�idea di ci� che dovresti fare. Ma � difficile dirtelo.</p><p>Il silenzio di Ged era una richiesta della verit�, e alla fine Ogion disse:�� Devi tornare indietro.</p><p>���Tornare indietro?</p><p>���Se continui cos�, se continui a fuggire, dovunque andrai incontrerai il pericolo e il male, poich� t�incalza, sceglie la tua strada. Devi essere tu, a scegliere. Devi cercare ci� che ti cerca. Devi dare la caccia al cacciatore.</p><p>Ged non disse nulla.</p><p>���Io ti ho dato il nome alla sorgente del fiume Ar�� riprese il mago,�� un corso d�acqua che scende dalla montagna al mare. Un uomo vorrebbe sapere verso quale fine si avvia, ma non pu� conoscerla se non ritorna al suo inizio e non racchiude quell�inizio nel proprio essere. Se non vuole essere un fuscello trascinato e travolto dalla corrente, deve essere lo stesso fiume, tutto il fiume, dalla sorgente alla foce. Tu sei ritornato a Gont, sei tornato a me. Ora torna indietro, e cerca la sorgente, e ci� che sta davanti alla sorgente. L� c�� la tua speranza.</p><p>���L�, maestro?�� chiese Ged, col terrore nella voce.�� Dove? Ogion non rispose.</p><p>���Se torno indietro�� disse Ged, dopo che furono trascorsi alcuni istanti,�� se come tu dici, do la caccia al cacciatore, credo che quella caccia non sar� lunga. L�ombra desidera soltanto incontrarmi a faccia a faccia. E per due volte l�ha fatto, e per due volte mi ha sconfitto.</p><p>���La terza volta � quella buona�� osserv� Ogion.</p><p>Ged cammin� avanti e indietro nella stanza, dal camino alla porta e dalla porta al camino.�� E se mi sconfigger� completamente�� disse, contraddicendo forse Ogion e forse se stesso,�� s�impadronir� della mia conoscenza e del mio potere e se ne servir�. Ora minaccia me soltanto. Ma se entra in me, se s�impossessa di me, compir� grandi mali per mio mezzo.</p><p>���� vero. Se ti sconfigger�.</p><p>���Eppure, se fuggir� ancora, sicuramente mi trover�� E tutta la mia forza si esaurir� nella fuga.�� Ged continu� a camminare avanti e indietro per un po�, e poi si gir� all�improvviso e inginocchiandosi davanti al mago disse:�� Ho studiato con grandi maghi e ho vissuto nell�isola dei Saggi, ma tu sei il mio vero maestro.�� Parlava con affetto, e con una gioia malinconica.</p><p>���Bene�� osserv� Ogion.�� Ora lo sai. Meglio ora che mai. Ma alla fine sarai tu il mio maestro.�� Si alz� e attizz� il fuoco e vi appese la pentola a bollire; e poi, indossando la giubba di pelle di pecora, disse:�� Devo andare a governare le capre. Bada tu, alla pentola.</p><p>Quando rientr�, tutto impolverato di neve, battendo gli stivali di pelle di capra, portava un lungo e rozzo bastone di legno di tasso. Per quanto restava del breve pomeriggio, e poi ancora dopo cena, alla luce della lampada lavor� di coltello e di pietra per levigare e d�incantesimi. Molte volte pass� le mani sul legno, come per cercare qualche difetto. Spesso, mentre lavorava, cantilenava sottovoce. Ged, ancora stanchissimo, ascoltava e mentre si assopiva gli parve di essere bambino, nella capanna della strega, al villaggio di Dieci Ontani, in una notte nevosa, nell�oscurit� rischiarata dal fuoco, nell�aria appesantita dagli aromi delle erbe e dal fumo, con la mente che andava alla deriva nei sogni mentre lui ascoltava il lungo canto sommesso degli incantesimi e delle gesta degli eroi che combattevano contro le potenze delle tenebre e vincevano o perdevano su isole lontane, tanto tempo addietro.</p><p>���Ecco�� disse Ogion, e gli porse il bastone.�� L�arcimago ti aveva dato legno di tasso: aveva scelto bene, e io ho fatto come lui. Volevo usare il bastone per farne un arco, ma cos� � meglio. Buonanotte, figlio mio.</p><p>E mentre Ged, che non trovava parole per ringraziarlo, si ritirava nella propria alcova, Ogion lo segu� con lo sguardo e disse, a voce troppo bassa perch� lui potesse udirlo:�� O mio giovane falco, vola bene!</p><p>Nell�alba fredda, quando Ogion si svegli�, Ged non c�era pi�. Aveva lasciato soltanto, alla maniera dei maghi, un messaggio scritto in rune argentee sulla pietra del focolare, che svanirono appena Ogion le lesse:�� Maestro, vado a caccia.</p></section><section><title><p>A CACCIA</p></title><p>Ged s�incammin� per la via che scendeva da Re Albi nell�oscurit� invernale prima del levar del sole, e prima di mezzogiorno giunse al porto di Gont. Ogion gli aveva donato gambali gontiani, e una camicia e un giustacuore di cuoio e di lino per sostituire le lussuose vesti osskiliane, ma per il viaggio invernale Ged aveva tenuto il principesco mantello foderato di pellawi. Cos� ammantato, a mani vuote, portando solo il bastone scuro alto quanto lui, giunse alla porta dell�entroterra, e i soldati che oziavano appoggiati ai draghi scolpiti non dovettero guardarlo due volte per riconoscere in lui un mago. Ritrassero le lance e lo lasciarono passare senza fargli domande, e lo seguirono con lo sguardo mentre si allontanava per la via.</p><p>Sui moli e nella casa della corporazione del mare Ged chiese se c�erano navi dirette al nord o all�est, verso Enlad, Andrad, Oran�a. Tutti gli risposero che nessuna nave avrebbe lasciato il porto di Gont nell�imminenza del solstizio d�inverno, e alla corporazione del mare gli dissero che con quel tempo infido neppure i pescherecci sarebbero usciti oltre gli scogli Corazzati.</p><p>Gli offrirono la cena nella dispensa della corporazione del mare: � raro che un mago debba chiedere un pasto. Per un po� rest� in compagnia di scaricatori, maestri d�ascia e maghi della pioggia, ascoltando con piacere le loro laconiche conversazioni e il loro borbottante linguaggio gontiano. Provava un gran desiderio di rimanere a Gont, di rinunciare alla magia e all�avventura, dimenticare tutto il potere e l�orrore, vivere in pace come chiunque altro sull�amato e conosciuto suolo della sua patria. Questo era il suo desiderio, ma la sua volont� era un�altra. Non rimase a lungo nella corporazione del mare, n� in citt�, quando seppe che nessuna nave avrebbe lasciato il porto. Si avvi� lungo la riva della baia fino a quando giunse al primo dei piccoli villaggi che stanno a nord della citt� di Gont, e l� s�inform� presso i pescatori finch� ne trov� uno che aveva una barca da vendere.</p><p>Il pescatore era un vecchio austero. La sua barca, lunga dodici piedi e col fasciame a tavole sovrapposte, era cos� malconcia che a malapena era in grado di tenere il mare, ma l�uomo chiedeva un prezzo elevato: l�incantesimo della sicurezza in mare per un anno a favore dell�altra sua barca, e per s� e per suo figlio. Infatti i pescatori di Gont non temono nulla, neppure la magia, ma solo il mare.</p><p>L�incantesimo di sicurezza, che viene considerato tanto prezioso nell�arcipelago Settentrionale, non ha mai salvato un uomo dal vento di tempesta o dalle ondate della bufera; ma, gettato da chi conosce i mari locali e il comportamento di una barca e l�abilit� del marinaio, intesse una certa sicurezza intorno al pescatore. Ged fece l�incantesimo bene e onestamente, lavorando tutta quella notte e il giorno successivo, senza omettere nulla, sicuro e paziente, anche se la sua mente era sempre assillata dalla paura e i suoi pensieri percorrevano sentieri tenebrosi cercando d�immaginare come gli sarebbe apparsa la prossima volta l�ombra, e quando, e dove. Quando l�incantesimo fu compiuto e gettato, si sent� stanchissimo. Quella notte dorm� nella capanna del pescatore, su un�amaca di budello di balena, e si svegli� all�alba, puzzolente come un�aringa affumicata, e scese alla cala sotto lo scoglio Nord, dove stava la sua nuova barca.</p><p>La spinse nelle acque tranquille accanto all�imbarcadero, e subito l�acqua cominci� a filtrare dal fondo. Salito a bordo leggero come un gatto, Ged assest� il fasciame deformato e i cavicchi marci, operando con gli utensili e gli incantesimi, come faceva un tempo con Pechvarry a Torning Bassa. Gli abitanti del villaggio si radunarono in silenzio, senza avvicinarsi troppo, a guardare le sue mani svelte e ad ascoltare la sua voce sommessa. Ged esegu� bene e con pazienza anche questo lavoro, e la barca divenne stagna e solida. Poi iss� come albero il bastone che Ogion gli aveva fatto, lo fiss� con incantesimi, e vi leg� un pennone di legno solido. Al pennone intess�, sul telaio del vento, una vela d�incantesimi, una vela quadrata bianca come le nevi del picco di Gont. A quella vista le donne che l�osservavano sospirarono d�invidia. Poi, ritto accanto all�albero, Ged fece alzare un leggero vento magico. La barca avanz� sull�acqua, puntando verso gli scogli Corazzati attraverso la grande baia. Quando i pescatori, che osservavano muti, videro quella barca a remi cos� difettosa sfrecciare via rapida come un piro-piro che prende il volo, lanciarono un�acclamazione, sorridendo e battendo i piedi nel vento freddo; e Ged, voltandosi indietro per un momento, li vide continuare ad applaudirlo, sotto la scura mole tormentata dello scoglio Nord, al di sopra del quale i campi di neve della montagna s�innalzavano fino alle nubi.</p><p>Veleggi� attraverso la baia e pass� tra gli scogli Corazzati, nel mare di Gont, e regol� la rotta verso nordovest per transitare a nord di Oran�a ritornando com�era venuto. Non aveva un piano o una strategia: voleva solo ripercorrere la sua rotta. Seguendo il suo volo di falco attraverso i giorni e i venti da Osskil a Gont, l�ombra poteva vagare o poteva avanzare in linea retta: era impossibile dirlo. Ma se non si era ritirata del tutto nel regno dei sogni, non avrebbe potuto lasciarsi sfuggire Ged che veniva ad incontrarla apertamente sul mare.</p><p>E se lui doveva incontrarla, voleva incontrarla sul mare. Non sapeva bene perch� fosse cos�, eppure aveva terrore d�incontrarla di nuovo sulla terraferma. Dal mare salgono tempeste e mostri, ma non potenze maligne: il male appartiene alla terra. Non ci sono mari n� fiumi n� fonti, nella terra tenebrosa dove Gel era andato una volta. La morte � il luogo arido. Sebbene il mare fosse un pericolo per lui, in quella brutta stagione, quel pericolo e quell�instabilit� mutevole gli sembravano una difesa. E quando avesse incontrato l�ombra alla conclusione della sua follia, pensava, forse almeno avrebbe potuto afferrarla mentre quella afferrava lui, e trascinarla col peso del proprio corpo e col peso della propria morte, gi�, nella tenebra del mare profondo, da dove non avrebbe pi� potuto risorgere. E cos�, almeno, la sua morte avrebbe posto fine al male che lui aveva scatenato da vivo.</p><p>Veleggi� sul mare mosso, sopra il quale le nubi aleggiavano pendendo in immensi veli di lutto. Non suscit� un vento magico ma sfrutt� il vento del mondo, che spirava energico da nordovest; e mentre lui conservava la sostanza della vela intessuta d�incantesimi sussurrando spesso una parola, la vela si assestava e si girava da sola per prendere il vento. Se non avesse usato quella magia, su quel mare turbolento avrebbe faticato a mantenere in rotta la piccola imbarcazione difettosa. Procedeva e vigilava, guardandosi intorno. La moglie del pescatore gli aveva offerto due pagnotte e un orcio d�acqua; e dopo qualche ora, quando avvist� la Roccia di Kameber, l�unica isola esistente fra Gont e Oran�a, mangi� e bevve e pens� con riconoscenza alla taciturna donna di Gont che gli aveva donato il cibo. Navig� oltre quella terra appena intravista, bordeggiando pi� verso occidente, in un�acquerugiola fine che sulla terraferma era forse nevischio. Non c�erano altri suoni che gli scricchiolii della barca e il lieve sciaguattio delle onde contro la prua. Non incontr� n� barche n� uccelli. Nulla si muoveva, tranne l�acqua nel suo eterno movimento e le nubi aleggianti, le nubi che ricordava vagamente intorno a s� mentre lui, in forma di falcone, volava verso oriente sulla stessa rotta che adesso seguiva verso occidente; e lui aveva guardato allora dall�alto il mare grigio, come ora levava lo sguardo verso il grigio cielo.</p><p>Quando guardava davanti a s� non scorgeva nulla. Si alz�, agghiacciato, stanco di scrutare quel vuoto.�� Vieni, dunque�� mormor�.�� Vieni. Cos�aspetti, ombra?�� Non ci fu risposta, non ci furono movimenti pi� tenebrosi nelle nebbie e onde scure. Eppure Ged sapeva, con crescente certezza, che la cosa non era lontana e cercava ciecamente lungo la sua pista ormai fredda. E all�improvviso lui grid�:�� Sono qui, io, Ged lo Sparviero, e chiamo la mia ombra!</p><p>La barca scricchiol�, le onde fremettero, il vento sibil� sulla bianca vela. Gli istanti trascorsero. Ged attendeva ancora, con una mano sull�albero di legno di tasso dell�imbarcazione, scrutando nella gelida acquerugiola che lentamente scendeva in linee irregolari attraverso il mare, dal nord. Gli istanti trascorsero. Poi, lontano, tra la pioggia, sull�acqua, Ged vide venire l�ombra.</p><p>Aveva abbandonato il corpo del rematore osskiliano, Skiorh, e non lo seguiva pi� come <emphasis>gebbeth </emphasis>tra i venti e sul mare. E non aveva la forma di bestia nella quale lui l�aveva vista sulla collina di Roke e nei sogni. Eppure adesso aveva una forma, anche alla luce del giorno. Nell�inseguimento e nella lotta con Ged, sulle brughiere, aveva attinto potere da lui, assorbendolo; e forse lui, chiamandola a voce alta nella luce del giorno le aveva dato o imposto una forma e un sembiante. Certamente adesso aveva una parvenza d�uomo, sebbene, essendo un�ombra, non gettasse ombre. Veniva sopra il mare, dalle Fauci di Enlad, verso Gont, scrutando nel vento: e la pioggia gelida l�attraversava.</p><p>Poich� era semiaccecata dalla luce del giorno, e poich� era stato lui a chiamarla, Ged la vide prima che l�ombra vedesse lui. La riconobbe, come quella riconosceva lui, tra tutti gli esseri, tra tutte le ombre.</p><p>Nella terribile solitudine del mare invernale, Ged vide la cosa che temeva. Il vento pareva sospingerla pi� lontano dalla barca, e le onde correvano confondendogli la vista, eppure sembrava sempre pi� vicina. Ged non avrebbe saputo dire se si muoveva o no. Adesso l�ombra l�aveva scorto. Sebbene nella sua mente non ci fossero altro che orrore e paura del contatto, la fredda e nera sofferenza che risucchiava la sua vita, Ged attendeva immoto. Poi all�improvviso, a voce alta, chiam� il vento magico perch� spirasse forte nella bianca vela, e la barca balz� attraverso le grige onde verso la cosa cupa che aleggiava nel vento.</p><p>In silenzio l�ombra, vacillando, si volt� e fugg�.</p><p>Fugg� sopravvento, verso nord. E sopravvento la barca di Ged la segu�: la velocit� dell�ombra contro la magia, il vento piovoso contro l�una e l�altra. E il giovane grid� alla sua barca, e alla vela e al vento e alle onde, come un cacciatore grida ai suoi segugi quando un lupo fugge in piena vista davanti a loro; e port� nella vela intessuta d�incantesimi un vento che avrebbe squarciato qualunque vela di stoffa, e spinse l�imbarcazione sopra il mare come uno spruzzo di spuma, sempre pi� vicino alla cosa che fuggiva.</p><p>Poi l�ombra devi�, descrivendo un semicerchio, e all�improvviso apparve pi� fioca e scomposta, meno simile a un uomo e pi� simile a fumo portato dal vento; e torn� indietro e corse sottovento, con la tempesta, come se si dirigesse verso Gont.</p><p>Con le mani e gli incantesimi Ged fece virare la barca, che balz� dalle onde come un delfino, rollando. Ancora pi� veloce di prima Ged insegu� l�ombra, ma quella divenne ancor pi� indistinta ai suoi occhi. La pioggia, frammista al nevischio e alla neve, cadeva sferzante sulle sue spalle e sulla guancia sinistra, e lui non riusciva a vedere pi� in l� di un centinaio di braccia. Ben presto la tempesta rinforz� e l�ombra si perse. Eppure Ged era sicuro di conoscere il suo percorso, come se seguisse le orme di una bestia sulla neve anzich� un fantasma che fuggiva sull�acqua. Sebbene il vento spirasse nella sua direzione, mantenne nella vela il canoro vento magico, e fiocchi di spuma schizzavano dall�ottusa prua della barca che volava schiaffeggiando l�acqua.</p><p>Per molto tempo selvaggina e cacciatore mantennero quella strana rotta velocissima, e il cielo si andava oscurando rapidamente. Ged comprese, calcolando la rapidit� con cui aveva navigato in quelle ultime ore, che adesso doveva trovarsi a sud di Gont, diretto verso Spevy o Torheven, o addirittura oltre quelle isole, verso il mare aperto. Non lo sapeva. Non gliene importava. Era in caccia, all�inseguimento, e la paura correva precedendolo.</p><p>All�improvviso vide l�ombra, per un momento, non lontano da lui. Il vento del mondo s�era attenuato, e il nevischio battente della tempesta aveva lasciato posto a una nebbia gelida e lacerata che continuava a infittirsi. Attraverso quella nebbia Ged scorse l�ombra che fuggiva un po� sulla destra della sua rotta. Parl� al vento e alla vela e gir� il timone e la insegu� di nuovo, anche se era di nuovo un inseguimento alla cieca: la nebbia si addensava rapidamente, ribollendo e sbrindellandosi l� dove incontrava il vento incantato, serrandosi tutt�intorno alla barca in un pallore che smorzava la luce e la vista. E mentre pronunciava la prima parola dell�incantesimo per disperderla, Ged vide di nuovo l�ombra, ancora sulla destra della sua rotta ma vicinissima: e procedeva lentamente. La nebbia soffiava attraverso la forma indistinta e senza volto della testa: eppure questa era modellata come in un uomo, ma deforme e mutevole come un�ombra umana. Ged fece virare ancora una volta la barca, credendo di aver spinto a terra il nemico; in quell�istante l�ombra svan� e fu la sua barca ad arenarsi, infrangendosi sugli scogli che la nebbia turbinante aveva nascosto alla sua vista. Ged venne quasi sbalzato fuori, ma si aggrapp� all�albero prima di essere investito da un altro frangente. Fu una grande ondata, che sollev� la piccola imbarcazione e la fece ricadere su una roccia, come un uomo potrebbe sollevare e schiantare il guscio di una chiocciola.</p><p>Il bastone foggiato da Ogion era robusto e incantato. Non si spezz�, e galleggi� sull�acqua come un tronco asciutto. Ged, che continuava a tenerlo stretto, venne riportato indietro quando il frangente riflu� dallo scoglio: si ritrov� nell�acqua, al sicuro�� fino all�ondata successiva�� dal pericolo di essere scaraventato sulle rocce. Accecato e soffocato dall�acqua salmastra, tent� di tenere la testa al di sopra dell�acqua e di combattere l�enorme forza del mare. C�era una spiaggia sabbiosa a poca distanza dagli scogli: l�intravide un paio di volte mentre cercava di allontanarsi a nuoto dalla nuova ondata. Con tutte le forze e con l�aiuto del potere del bastone lott� per raggiungere quella spiaggia. Non riusc� ad avvicinarsi. Lo slancio e il riflusso delle ondate lo sbatacchiavano avanti e indietro come uno straccio, e il freddo del mare profondo risucchiava rapidamente il calore del suo corpo, indebolendolo al punto che non pot� pi� muovere le braccia. Aveva perso di vista gli scogli e la spiaggia, e non sapeva in quale direzione era rivolto. C�era solo il tumulto delle acque intorno a lui, sotto di lui, sopra di lui: e lo accecava, lo soffocava, lo sommergeva.</p><p>Un�onda, avanzando gonfia dalla nebbia lacerata, l�afferr� e lo rotol� pi� e pi� volte e lo scagli� sulla sabbia come un fuscello.</p><p>E l� giacque. Teneva ancora avinghiato con tutt�e due le mani il bastone di legno di tasso. Onde meno imponenti lo investirono, cercando di ritrascinarlo gi� per il declivio sabbioso mentre defluivano, e la nebbia si schiudeva e gli si richiudeva sopra; e pi� tardi venne una pioggia mista a nevischio che batt� su di lui.</p><p>Dopo lungo tempo, Ged si mosse. Si puntell� sulle mani e sulle ginocchia, e cominci� lentamente a risalire strisciando sulla spiaggia, lontano dalla battigia. Ormai era notte fonda; ma lui bisbigli� al bastone, e una piccola luce incantata circond� il legno. Guidandosi con quel chiarore, avanz� lottando, poco a poco, verso le dune. Era cos� intirizzito e indolenzito e ammaccato che trascinarsi sulla sabbia umida nell�oscurit� sibilante e scrosciante fu la cosa pi� faticosa che mai avesse dovuto fare. E un paio di volte gli parve che il grande frastuono del mare e del vento si spegnessero e che la sabbia umida divenisse polvere sotto le sue mani, e sent� sul dorso lo sguardo immoto di stelle aliene: ma non alz� la testa e continu� a strisciare, e dopo un po� ud� il proprio respiro ansante e sent� di nuovo il vento rabbioso che gli sbatteva la pioggia sul volto.</p><p>Il movimento riport� finalmente un po� di calore nelle sue membra; e quando fu salito tra le dune, dove le raffiche del vento piovoso erano meno violente, Ged riusc� ad alzarsi in piedi. Con una parola trasse dal bastone una luce pi� forte, perch� il mondo era totalmente nero; poi, appoggiandosi al bastone, prosegu� per circa mezzo miglio nell�entroterra, incespicando e soffermandosi. Poi, in cima a una duna, ud� il mare, di nuovo rumoroso, non ancora alle sue spalle ma di fronte: le dune digradavano ancora in un�altra spiaggia. Non si trovava su un�isola ma su una secca, un mucchio di sabbia in mezzo all�oceano.</p><p>Era troppo esausto per disperarsi, ma si lasci� sfuggire una specie di singulto e rimase l� a lungo, stravolto, appoggiandosi al bastone. Poi, ostinatamente, si gir� verso sinistra, per avere il vento alle spalle, e strascicando i piedi scese dalla duna, cercando una depressione tra l�erba marina incrostata di ghiaccio, per avere un po� di riparo. Mentre teneva levato il bastone per poter scorgere ci� che gli stava davanti, intravide un vago baluginio al limitare del cerchio di luce incantata: una parete di legno bagnata di pioggia. Era una capanna o una baracca, piccola e pericolante come se l�avesse costruita un bambino. Ged buss� col bastone alla bassa porticina, ma quella rest� chiusa. Ged la spinse ed entr�, piegandosi quasi in due per passare. Nell�interno, non pot� stare eretto. Nel focolare ardevano rosse braci, e in quel fioco lucore Ged vide un uomo dai lunghi capelli canuti, rannicchiato per il terrore contro la parete di fronte, e un�altra persona, uomo o donna (non riusciva a vedere bene), che sbirciava da un mucchio di stracci o di pelli sul pavimento.</p><p>���Non vi far� nessun male�� mormor� Ged.</p><p>Quelli non dissero nulla. Lui guard� prima l�uno e poi l�altro: avevano gli occhi vitrei per il terrore. Quando lui depose il bastone, la persona sotto il mucchio di stracci si nascose piagnucolando. Ged si tolse il mantello appesantito dall�acqua e dal ghiaccio, si spogli� completamente e si accoccol� accanto al focolare.�� Datemi qualcosa in cui avvolgermi�� disse. Era rauco, e quasi non riusciva a parlare perch� gli battevano i denti e lunghi brividi lo squassavano. Anche se lo udirono, i due vecchi non risposero. Ged tese un braccio e prese dal mucchio un cencio, una pelle di capra ridotta a brandelli coperti di untume nero. La persona sotto il mucchio gemette di paura, ma Ged non le bad�. Si massaggi�, asciugandosi, poi mormor�:�� Avete legna? Attizza un po� il fuoco, vecchio. Vengo da voi spinto dal bisogno, non intendo farvi nessun male.</p><p>Il vecchio non si mosse: lo fissava intontito dalla paura.</p><p>���Mi capisci? Non parli hardese?�� Ged indugi�, poi aggiunse:�� Kargad?</p><p>A quella parola il vecchio annu�, con un cenno secco, come una marionetta triste e decrepita. Ma poich� era l�unica parola che Ged conoscesse della lingua karg, il dialogo fin� l�. Trov� la legna ammucchiata contro una parete, riattizz� lui stesso il fuoco, e poi, a gesti, chiese acqua, poich� l�acqua di mare che aveva inghiottito gli aveva dato la nausea e adesso era riarso dalla sete. Tremando, il vecchio indic� una grande conchiglia contenente acqua, e spinse verso il fuoco un�altra conchiglia dove stavano pezzi di pesce affumicato. E cos�, seduto a gambe incrociate accanto al fuoco, Ged bevve e mangi� un po�, e mentre cominciava a recuperare un po� di forza e di lucidit� si domand� dov�era. Neppure col vento magico poteva essersi spinto fino alle Terre di Kargad. Quell�isola doveva essere nello stretto, a oriente di Gont ma ancora a occidente di Karego-At. Gli sembrava strano che qualcuno abitasse in un luogo cos� piccolo e desolato, una semplice barena di sabbia: forse erano reietti, ma era troppo stanco per pensarci.</p><p>Continu� a rigirare il mantello, esponendolo al calore. L�argenteo pelo di pellawi si asciug� in fretta; e appena la lana del rivestimento fu almeno calda, se non asciutta, Ged vi si avvilupp� e si sdrai� accanto al focolare.�� Dormite, povera gente�� disse ai suoi taciturni anfitrioni, e pos� la testa sul pavimento di sabbia e si addorment�.</p><p>Trascorse tre notti su quell�isoletta senza nome, perch� la prima mattina, quando si svegli�, aveva tutti i muscoli intormentiti ed era in preda alla febbre e alla nausea. Giacque come un pezzo di legno gettato a riva dal mare, accanto al fuoco, per tutto quel giorno e per tutta la notte. Il mattino successivo si dest� ancora irrigidito e indolenzito, ma si riprese. Indoss� di nuovo gli abiti incrostati di sale, perch� non c�era abbastanza acqua dolce per lavarli, e usc� nel grigio mattino ventoso e guard� il luogo dove l�aveva spinto l�ombra con l�inganno.</p><p>Era una barena di pietra e di sabbia, larga al massimo un miglio e di poco pi� lunga, circondata da una frangia di scogli e di rocce. Non vi crescevano alberi n� arbusti, e neppure una pianta, eccettuata l�erba marina. La capanna stava in una depressione tra le dune, e il vecchio e la vecchia vivevano l� soli, nella totale desolazione del mare deserto. La capanna era costruita precariamente di assi e di rami gettati a riva dalle onde. L�acqua potabile veniva da un piccolo pozzo salmastro accanto alla capanna; il loro cibo era costituito da pesci e molluschi, freschi o secchi, e da licheni. Le pelli sbrindellate nella capanna, e la piccola scorta di aghi e di ami d�osso, e i tendini usati per le lenze e per accendere il fuoco, non venivano dalle capre, come aveva pensato Ged in un primo momento, ma dalle foche maculate; e per la verit� quello era uno dei luoghi dove le foche vanno d�estate ad allevare i piccoli. Ma non vi giunge mai nessun altro. I vecchi temevano Ged: non perch� lo credessero uno spirito, e non perch� era un mago, ma solo perch� era un uomo. Avevano dimenticato che c�erano altri, al mondo.</p><p>La cupa paura del vecchio non si attenu� mai. Quando credeva che Ged gli si avvicinasse tanto da toccarlo, si scostava zoppicando e si voltava a sbirciarlo con una smorfia sotto i canuti capelli sudici e scomposti. All�inizio la vecchia aveva piagnucolato e si era nascosta sotto il mucchio di cenci ogni volta che Ged si muoveva; ma mentre lui giaceva febbricitante nella capanna buia, la vide accoccolata a fissarlo con una strana e opaca espressione di nostalgia; e dopo un po� gli aveva portato acqua da bere. Quando Ged si sollev� a sedere per prenderle dalle mani la conchiglia, la vecchia si spavent� e la lasci� cadere, rovesciando tutta l�acqua, e poi pianse, e si asciug� gli occhi con i lunghi capelli grigiastri.</p><p>Adesso lo guardava mentre lui lavorava sulla spiaggia, usando la legna e le tavole della sua barca che erano state buttate a riva per costruire una barca nuova, usando la rozza ascia di pietra del vecchio e un incantesimo legante. Non era un lavoro di riparazione n� di costruzione, perch� non aveva legname a sufficienza e doveva supplire alle sue esigenze con la magia pura. Ma la vecchia non guardava il suo lavoro miracoloso: guardava lui, con quell�espressione nostalgica negli occhi. Dopo un poco si allontan�, e poi ritorn� con un dono: una manciata di mitili che aveva raccolto sulle rocce. Ged li mangi� via via che lei glieli porgeva, ancora bagnati dal mare e crudi, e la ringrazi�. Ripreso coraggio, la vecchia entr� nella capanna e ne usc� portando qualcosa d�altro tra le mani, un fardello avvolto in uno straccio. Timidamente, e senza distogliere lo sguardo dal volto di Ged, apr� l�involto e glielo mostr�.</p><p>Era un abitino da bambina, di broccato di seta, coperto da un ricamo di perle scaramazze, macchiato dal sale e ingiallito dagli anni. Sul corpetto le perle erano disposte a formare un emblema che Ged conosceva: la doppia freccia degli d�i-fratelli dell�impero di Kargad, sovrastata da una corona reale.</p><p>La vecchia�� rugosa, sporca, vestita di un informe sacco di pelle di foca�� indic� l�abitino di seta e se stessa, e sorrise: un dolce sorriso svanito, come quello di un neonato. Da un nascondiglio nella gonna del vestitino estrasse un oggetto minuscolo e lo porse a Ged. Era un frammento di metallo scuro, forse un pezzo di un gioiello rotto, la met� di un anello spezzato. Ged lo guard�, ma la vecchia gli accenn� di prenderlo e non fu soddisfatta se non quando lui lo prese; poi annu� e sorrise di nuovo: gli aveva fatto un dono. Ma avvolse con gran cura l�abitino negli stracci bisunti, e ritorn� ciabattando nella capanna per nascondere quell�indumento finissimo.</p><p>Ged ripose l�anello spezzato nella tasca della tunica, quasi con la stessa cura, poich� aveva il cuore colmo di piet�. Ora intuiva che quei due potevano essere figli di qualche famiglia reale dell�impero di Kargad: un tiranno o un usurpatore che non aveva osato spargere il sangue reale li aveva fatti abbandonare, a vivere o a morire, su un�isoletta inesplorata lontano da Karego-At. Uno era stato un ragazzetto di otto o dieci anni, forse, e l�altra una robusta principessina vestita di seta e di perle; ed erano vissuti, e avevano continuato a vivere soli per cinquant�anni, su una roccia in mezzo all�oceano, principe e principessa della desolazione.</p><p>Ma la verit� di quell�intuizione non la scopr� fino a quando, molti anni dopo, la ricerca dell�anello di Erreth-Akbe lo condusse nelle Terre di Kargad e alle Tombe di Atuan.</p><p>La sua terza notte sull�isola si schiar� in un�aurora pallida e calma. Era il giorno del solstizio d�inverno, il giorno pi� corto dell�anno. La sua barchetta di legno e di magia, di rottami e d�incantesimi, era pronta. Aveva cercato di dire ai vecchi che li avrebbe condotti in qualunque terra, a Gont o a Spevy o alle Torikles; li avrebbe lasciati anche su qualche spiaggia solitaria di Karego-At, se gliel�avessero chiesto, sebbene le acque karg non fossero sicure per uno dell�arcipelago che vi si avventurasse. Ma loro non volevano lasciare quell�isola desolata. La vecchia non sembrava capace di comprendere ci� che lui cercava di spiegare a gesti e a parole sommesse; il vecchio cap�, e rifiut�. Tutti i suoi ricordi di altre terre e di altri uomini erano un incubo infantile di sangue e di giganti e di urla: Ged glielo leggeva in faccia, mentre quello scuoteva e scuoteva il capo.</p><p>E cos� quel mattino Ged riemp� d�acqua al pozzo un piccolo otre di pelle di foca; e poich� non poteva ringraziare i vecchi per il fuoco e il cibo che gli avevano offerto, e non aveva doni da fare alla vecchia come avrebbe desiderato, fece ci� che pot�, e gett� un incantesimo su quella fonte salmastra e incostante. L�acqua sgorg� tra la sabbia dolce e limpida come una sorgente montana tra le vette di Gont, e non s�inarid� mai pi�. Per questo, adesso quel luogo di dune e di rocce figura sulle carte e porta un nome: i marinai lo chiamano isola dell�Acqua di Fonte. Ma la capanna non c�� pi�, e le tempeste di molti inverni non hanno lasciato traccia dei due che vi trascorsero la vita e vi morirono soli.</p><p>I vecchi restarono nascosti nella capanna, come se temessero di guardare, quando Ged spinse in acqua la barca dalla sabbiosa estremit� meridionale dell�isola. Lasci� che il vento del mondo, che spirava costante dal nord, riempisse la vela intessuta d�incantesimi, e si avventur� veloce sul mare.</p><p>Ora, questa ricerca marina di Ged era molto strana, perch� come lui ben sapeva era un cacciatore che non sapeva cosa fosse ci� che cacciava, n� dove potesse essere in tutto Earthsea. Doveva cercare la preda con l�intuizione e affidandosi alla sorte, cos� come quella aveva dato la caccia a lui. Ognuno di loro era cieco alla natura dell�altro: Ged era sconcertato dalle ombre impalpabili allo stesso modo che l�ombra era fuorviata dalla luce del giorno e dalle cose solide. Ged aveva una sola certezza: adesso lui era veramente il cacciatore e non la selvaggina. Perch� l�ombra, dopo averlo spinto con l�inganno sulle rocce, avrebbe potuto averlo in sua bal�a mentre giaceva pi� morto che vivo sulla spiaggia o vagava alla cieca nelle tenebre tra le dune tempestose: ma non aveva atteso quell�occasione. L�aveva ingannato ed era subito fuggita via, senza osare affrontarlo. Ged capiva che Ogion aveva avuto ragione: l�ombra non poteva attingere al suo potere, finch� lui la contrastava. Perci� doveva continuare a contrastarla e a inseguirla, sebbene la pista fosse fredda su quei vasti mari e lui non avesse altra guida che il capriccio del vento del mondo, che spirava verso sud, e la vaga intuizione che a sud o a est c�era la strada giusta da seguire.</p><p>Prima del calar della notte scorse lontano, sulla sinistra, la lunga e indistinta costa di una grande terra che doveva essere Karego-At. Era sulle strade marittime dei barbari bianchi. Stette in guardia, caso mai scorgesse una lunga nave o una galea dei karg; e mentre navigava nella sera rosseggiante ricord� quel mattino della sua infanzia nel villaggio di Dieci Ontani, i guerrieri piumati, il fuoco, la nebbia. E ripensando a quel giorno cap� all�improvviso, con una stretta al cuore, che l�ombra l�aveva ingannato col suo stesso inganno, portando quella nebbia sul mare intorno a lui, quasi traendola dal suo passato, rendendolo cieco al pericolo per trascinarlo a morte.</p><p>Mantenne la rotta verso sudest, e la terra scomparve mentre la notte avanzava sull�orlo orientale del mondo. Gli incavi tra le onde erano pieni di tenebra mentre le creste brillavano ancora del chiaro riflesso rossiccio dell�occidente. Ged cant� a voce spiegata la Carola dell�Inverno, e i canti delle <emphasis>Gesta del giovane re </emphasis>che ricordava, perch� tali sono i canti della festa del solstizio. La sua voce era chiara, ma cadeva nell�immenso silenzio del mare. L�oscurit� scese presto, e spuntarono le stelle dell�inverno.</p><p>Ged rimase sveglio per tutta la notte pi� lunga dell�anno, guardando le stelle sorgere alla sua sinistra e roteare sopra la sua testa e sprofondare nelle nere acque lontane, sulla destra, mentre il lungo vento dell�inverno lo portava verso sud sul mare invisibile. Riusc� a dormire solo qualche attimo, di tanto in tanto, ridestandosi bruscamente. La sua barca non era una vera imbarcazione, ma per pi� della met� era incantesimo e magia e per il resto era fatta di semplici tavole e di legno buttato a riva dalle onde: e se lui avesse allentato gli incantesimi della forma e del legame, presto i pezzi si sarebbero dispersi alla deriva sull�acqua. Anche la vela, intessuta di magia e d�aria, non avrebbe resistito lungamente al vento se lui avesse dormito, ma si sarebbe trasformata a sua volta in uno sbuffo di vento. Gli incantesimi di Ged erano potenti; ma quando la materia su cui tali sortilegi operano � poca cosa, il potere che li fa agire dev�essere rinnovato di momento in momento: perci� Ged non dorm�, quella notte. Avrebbe viaggiato pi� velocemente come falco o delfino, ma Ogion l�aveva ammonito di non cambiar forma e lui conosceva il valore del consiglio del suo maestro. Perci� veleggi� verso sud sotto le stelle che scendevano a ovest, e la lunga notte trascorse lenta finch� il primo giorno del nuovo anno illumin� tutto il mare.</p><p>Poco dopo il levar del sole Ged vide terra davanti a s�: ma avanzava adagio. Il vento del mondo era caduto allo spuntar del giorno. Ged suscit� nella vela un lieve vento magico, per dirigersi verso quella terra. Quando l�aveva vista si era sentito riprendere dalla paura, la paura angosciosa che lo esortava ad allontanarsi, a fuggire. E segu� quella paura come un cacciatore segue le orme, le larghe impronte unghiute dell�orso, che da un momento all�altro pu� balzargli addosso dai cespugli. Perci� adesso era vicino: lo sapeva.</p><p>Era una terra dall�aspetto strano, quella che si levava dal mare via via che lui si avvicinava. Quella che da lontano gli era parsa una muraglia ininterrotta era spaccata in numerosi dossi ripidi, forse isole separate, tra cui il mare correva in stretti o canali. Ged aveva studiato molte carte e mappe nella torre del maestro dei nomi, a Roke, ma quelle riguardavano quasi tutte l�arcipelago e i mari interni. Adesso era nello stretto Orientale, e non sapeva quale isola potesse essere quella. E non ci aveva pensato molto. Davanti a lui c�era la paura che si annidava nascondendosi da lui, o attendendolo, tra i pendii e le foreste dell�isola: e fu l� che si diresse.</p><p>Ormai gli strapiombi coronati da scure foreste torreggiavano alti sopra la sua barca, e gli spruzzi delle onde che s�infrangevano contro i promontori rocciosi schizzavano contro la vela mentre il vento magico lo portava tra due grandi promontori in uno stretto, un viottolo marino che si addentrava davanti a lui, non pi� ampio della lunghezza di due galee. Il mare, imprigionato, era inquieto e assaliva le ripide sponde. Non c�erano spiagge, perch� le scogliere scendevano a piombo nell�acqua, oscurata dal freddo riflesso delle rocce. Non c�era vento, e regnava un grande silenzio.</p><p>L�ombra l�aveva attirato sulle brughiere di Osskil, e l�aveva ingannato nella nebbia facendolo finire sulle rocce: e ora ci sarebbe stato un terzo inganno? Aveva cacciato l�ombra fin l� o era stata l�ombra ad attirarlo in una trappola? Non lo sapeva. Conosceva solo il tormento del timore, e la certezza di dover andare avanti e fare ci� che aveva deciso: dare la caccia al male, seguire il suo terrore fino alla sorgente. Cautamente vir�, scrutando davanti e indietro e su e gi� per gli strapiombi, ai due lati. Si era lasciato alle spalle, nel mare aperto, la luce solare del nuovo giorno. L� era tutto buio. L�apertura tra i promontori sembrava una lontana porta luminosa, quando si voltava indietro. Gli strapiombi incombevano sempre pi� alti via via che si avvicinava alla base della montagna da cui scaturivano, e la via d�acqua diventava pi� stretta. Scrut� davanti a s� nella fenditura tenebrosa, e a destra e a sinistra, su verso le scarpate crivellate da grotte e sparse di macigni dove gli alberi stavano acquattati con le radici per met� protese nell�aria. Non c�era nulla che si muovesse. Stava per giungere in fondo all�insenatura, un�alta massa di roccia corrugata che le ultime onde, ristrette all�ampiezza di un ruscello, lambivano fiaccamente. I macigni caduti e i tronchi putridi e le radici dei nodosi alberi lasciavano solo uno stretto passaggio per governare. Una trappola: una trappola buia sotto le radici della montagna silenziosa, e lui era in quella trappola. Nulla si muoveva davanti a lui o sopra di lui. Tutto era mortalmente silenzioso. E Ged non poteva andare pi� avanti.</p><p>Gir� la barca, facendola voltare cautamente con incantesimi e con un remo improvvisato perch� non urtasse contro le rocce sommerse o non s�impigliasse tra i rami e le radici protese, fino a quando fu rivolta con la prua verso l�esterno; e stava per far alzare un vento per tornare indietro, quando all�improvviso le parole dell�incantesimo gli si gelarono sulle labbra e gli si agghiacci� il cuore. Gir� la testa per guardare. L�ombra stava dietro di lui sulla barca.</p><p>Se avesse indugiato un istante, sarebbe stato perduto: ma era pronto, e si avvent� per afferrare e trattenere la cosa che ondeggiava e tremava alla portata delle sue braccia. Nessuna magia poteva essergli utile, adesso: ma solo la sua carne, la sua stessa vita, contro ci� che non era vivo. Non pronunci� parola ma attacc�, e la barca beccheggi� e dondol� per il suo scatto. E una sofferenza gli sal� dalle braccia al petto, mozzandogli il respiro, e un gelo lo satur�, e non ci vide pi�; eppure tra le mani che afferravano l�ombra non c�era nulla: solo tenebra, aria.</p><p>Avanz� incespicando, aggrappandosi all�albero per arrestare la caduta, e la luce gli balugin� negli occhi. Vide l�ombra arretrare rabbrividendo e rattrappirsi, e poi estendersi immensa sopra di lui, sopra la vela, per un istante. Poi, come nero fumo nel vento, indietreggi� e fugg� informe sull�acqua, verso la fulgida porta fra le pareti di roccia.</p><p>Ged cadde in ginocchio. La piccola barca tenuta insieme dagli incantesimi ondeggi� e si arrest�, galleggiando sulle inquiete acque. Lui vi si accovacci�, stordito, senza pensare, lottando per respirare, fino a quando l�acqua fredda, sgorgando sotto le sue mani, l�avvert� che doveva provvedere all�imbarcazione perch� gli incantesimi che la legavano si stavano indebolendo. Si alz�, aggrappandosi al bastone che fungeva da albero, e torn� a intessere il sortilegio come meglio poteva. Era intirizzito e debole: le mani e le braccia gli dolevano tremendamente, e non aveva pi� potere. Avrebbe voluto adagiarsi in quel luogo buio dove il mare e la montagna s�incontravano e dormire, dormire sull�acqua inquieta che lo cullava.</p><p>Non sapeva se la stanchezza era una magia gettata su di lui dall�ombra mentre fuggiva o se veniva dal freddo atroce del contatto o solo dalla fame e dal sonno e dalla fatica; ma lott� per vincerla, sforzandosi di far levare un lieve vento magico nella vela per percorrere la via d�acqua dov�era fuggita l�ombra.</p><p>Ogni terrore era svanito. Ogni gioia era svanita. Non era pi� una caccia. Ged non era n� l�inseguito n� l�inseguitore, adesso. Per la terza volta si erano incontrati e toccati; di sua volont� lui s�era avventato sull�ombra, cercando di afferrarla con mani vive. Non l�aveva trattenuta, ma aveva forgiato tra loro un vincolo, un legame che non poteva spezzarsi. Non era necessario dare la caccia all�ombra, inseguirla, e all�ombra sarebbe stato inutile fuggire. Era ineluttabile. Quando fossero giunti al tempo e al luogo del loro ultimo incontro, si sarebbero incontrati.</p><p>Ma fino a quel momento, e in qualunque altro luogo, non ci sarebbe stata pi� pace per Ged, giorno e notte, sulla terra e sul mare. Ora lo sapeva: e quella certezza era dura, perch� il suo compito non era mai stato annullare ci� che aveva fatto bens� finire ci� che aveva incominciato.</p><p>Usc� tra le scure pareti, e sul mare c�era il mattino luminoso, con un vento favorevole che spirava dal nord.</p><p>Ged bevve l�acqua rimasta nella sacca di pelle di foca, e gir� intorno al promontorio occidentale fino a quando giunse a uno stretto fra quello e una seconda isola che stava all�ovest. E allora riconobbe quel luogo, richiamando alla mente le carte nautiche dello stretto Orientale. Quelle erano le Mani, due isole solitarie che protendono le montuose dita verso nord, verso le Terre di Kargad. Navig� in mezzo alle isole, e mentre il pomeriggio si scuriva per le nubi temporalesche che venivano dal nord giunse a riva, sulla costa meridionale dell�isola a ovest. Aveva visto che l� c�era un piccolo villaggio, sopra la spiaggia, dove un fiume scorreva tumultuoso verso il mare, e non si curava molto dell�accoglienza che avrebbe ricevuto, pur di trovare acqua, il calore di un fuoco e la possibilit� di dormire.</p><p>Gli abitanti del villaggio erano rudi e timidi, timorosi del bastone da mago, sospettosi di una faccia sconosciuta, ma ospitali con un uomo che arrivava dal mare, solo, prima di una tempesta. Gli diedero carne e bevande in abbondanza, e il conforto della luce del fuoco e delle voci umane che parlavano hardese, e soprattutto gli diedero acqua calda per togliersi da dosso il freddo e il sale del mare, e un letto dove pot� dormire.</p></section><section><title><p>IFFISH</p></title><p>Ged trascorse tre giorni in quel villaggio della Mano Occidentale, recuperando le forze e preparando una barca costruita non gi� d�incantesimi e di relitti ma di solido legno ben fissato con cavicchi e calafatato, con un albero robusto e una vela, che lui avrebbe potuto governare facilmente, dormendo quand�era necessario. Come quasi tutte le barche del nord e degli stretti, era a fasciame sovrapposto, con le tavole debordanti una sull�altra perch� avessero maggiore resistenza al mare: era solida e ben fatta in ogni sua parte. Ged rinforz� il legno con incantesimi intessuti strettamente, perch� pensava che forse sarebbe andato lontano. La barca era fatta per portare due o tre uomini, e il vecchio che ne era il proprietario disse che lui e i suoi fratelli avevano affrontato tempeste e maltempo, con quella, e si erano trovati bene.</p><p>A differenza dell�astuto pescatore di Gont, il vecchio, intimorito e sbalordito dalla magia di Ged, gli avrebbe regalato la barca. Ma Ged lo pag� in natura, guarendogli gli occhi dalla cataratta che minacciava di accecarlo. Allora il vecchio, felice, gli disse:�� Noi chiamavamo questa barca <emphasis>Piovanello</emphasis>, ma tu chiamala <emphasis>Vistacuta </emphasis>e dipingile due occhi sulla prua: la mia gratitudine guarder� da quel legno cieco, e ti terr� lontano dalle rocce e dagli scogli. Perch� io avevo dimenticato quanta luce c�� nel mondo, fino a quando tu me l�hai restituita.</p><p>Via via che il suo potere ritornava, Ged oper� altri prodigi nei giorni in cui rimase in quel villaggio ai piedi delle scoscese foreste della Mano. Quelli erano uomini quali aveva conosciuto da ragazzo nella valle Settentrionale a Gont, sebbene fossero ancora pi� poveri. Con loro si sentiva a suo agio, come non si sarebbe mai sentito alle corti dei ricchi, e conosceva le loro terribili necessit� senza bisogno che gliele spiegassero. Perci� fece incantesimi di guarigione e di protezione sui bambini zoppi o malaticci, e sortilegi per accrescere le modeste greggi di capre e di pecore; mise la runa Simn sui fusi e sui telai, sui remi delle barche e sugli utensili di pietra e di bronzo che gli portavano, perch� facessero bene il loro lavoro; e scrisse la runa Pirr sulle travi delle capanne, per proteggere gli abitanti dal fuoco, dal vento e dalla pazzia.</p><p>Quando la <emphasis>Vistacuta </emphasis>fu pronta e ben approvvigionata d�acqua e di pesce secco, Ged rest� ancora un giorno al villaggio, per insegnare al giovane cantore le <emphasis>Gesta di Morred </emphasis>e la <emphasis>Ballata di Havnor. </emphasis>Raramente una nave dell�arcipelago faceva scalo alle Mani: i canti composti cent�anni prima erano una novit� per gli abitanti del villaggio, i quali erano ansiosi di udire le imprese degli eroi. Se Ged fosse stato libero, sarebbe stato lieto di trattenersi una settimana o un mese per cantare a quella gente ci� che sapeva, perch� i grandi canti fossero conosciuti su una nuova isola. Ma non era libero; e l�indomani mattina alz� la vela, dirigendosi a sud sul vasto stretto Orientale. Perch� l�ombra era andata al sud. Non aveva bisogno di gettare incantesimi di ritrovamento per saperlo: lo sapeva, come se una corda finissima e infrangibile lo legasse all�ombra, per quante fossero le miglia di mare e di terra tra loro. Perci� procedette sicuro sulla strada che doveva percorrere, senza fretta e senza speranza, e il vento dell�inverno lo port� a sud.</p><p>Navig� un giorno e una notte sul mare solitario, e il secondo giorno giunse a un�isoletta che�� gli dissero�� era chiamata Vemish. La gente del porticciolo lo guardava in cagnesco, e ben presto arriv� l�incantatore. Fiss� Ged, e poi s�inchin�, e disse con una voce che era nel contempo pomposa e lagnosa:�� Nobile mago! Perdona il mio ardire, e facci l�onore di accettare tutto ci� che ti occorre per il tuo viaggio: viveri, bevande, tela da vele, funi. Mia figlia sta portando alla tua barca, in questo momento, alcune galline appena arrostite. Ritengo prudente, tuttavia, che tu proceda per la tua via appena ti sembrer� conveniente. Gli abitanti sono sconvolti. Perch� non molto tempo fa, ieri l�altro, una persona � stata vista attraversare a piedi la nostra umile isola da nord a sud, e nessuno ha visto una barca portarla qui, e nessuno ha visto una barca condurla via, e sembra che non gettasse ombra. Coloro che hanno visto quella persona dicono che ti rassomigliava alquanto.</p><p>A queste parole Ged chin� la testa, si gir�, ritorn� ai moli di Vemish e ripart� senza voltarsi indietro. Era inutile spaventare gli isolani o inimicarsi il loro incantatore. Preferiva dormire di nuovo in mare e riflettere sulla notizia che l�incantatore gli aveva dato, perch� lo sconcertava dolorosamente.</p><p>Il giorno fin�, e la notte trascorse con la pioggia fredda che frusci� sul mare per tutte le ore dell�oscurit� e della grigia alba. Il mite vento del nord continuava a sospingere la <emphasis>Vistacuta. </emphasis>Dopo mezzogiorno la pioggia e la nebbia si dispersero, e il sole brill� di tanto in tanto; e verso sera Ged vide sulla sua rotta le basse colline azzurrognole di una grande isola, illuminate da quella incerta luce del sole invernale. Il fumo dei focolari aleggiava azzurro sui tetti d�ardesia delle piccole citt� fra le colline: una vista gradevole nell�immensa monotonia del mare.</p><p>Ged segu� una flotta di pescherecci che rientrava in porto, e salendo le vie della cittadina nell�aurea sera d�inverno trov� una locanda che si chiamava <emphasis>Harrekki</emphasis>, dove il fuoco e la birra e le costolette di montone arrosto gli riscaldarono il corpo e l�anima. Ai tavoli della locanda c�erano altri due o tre viaggiatori, mercanti dello stretto Orientale; ma quasi tutti gli uomini erano abitanti della cittadina, venuti l� per la birra, per ascoltare notizie e fare conversazione. Non erano rudi e timidi come i pescatori delle Mani, ma autentici cittadini svegli e tranquilli. Sicuramente riconoscevano in Ged un mago, ma non dissero nulla al riguardo; solo il locandiere, chiacchierando (ed era un uomo loquace), disse che quella citt�, Ismay, era fortunata, perch� aveva in comune con altri centri dell�isola l�inestimabile tesoro di un abilissimo mago, istruito alla scuola di Roke, che aveva ricevuto il bastone dallo stesso arcimago e che, sebbene al momento fosse fuori citt�, abitava nella casa avita proprio a Ismay, che quindi non aveva bisogno di altri praticanti delle arti superiori.�� Come dicono, <emphasis>due bastoni in una citt� finiscono con lo scontrarsi</emphasis>: non � cos�, signore?�� dichiar�, sorridendo allegramente. E cos� Ged fu informato che, come mago itinerante ansioso di guadagnarsi da vivere con gli incantesimi, l� non era desiderato. Aveva ricevuto un brusco congedo da Vemish e uno pi� blando da Ismay, e ripens� a ci� che gli era stato detto delle ospitali consuetudini dello stretto Orientale. Quell�isola era Iffish, dov�era nato il suo vecchio amico Veccia. Non gli sembrava un luogo ospitale come Veccia aveva detto.</p><p>Eppure vedeva che i cittadini avevano veramente facce bonarie. Ma intuivano quella che�� come lui sentiva�� era la verit�: che lui era diverso, isolato da loro, che si portava addosso un destino terribile e inseguiva qualcosa di tenebroso. Era come un vento gelido che spirasse nella stanza rischiarata dal fuoco, come un uccello nero che la tempesta avesse portato da terre straniere. Prima se ne fosse andato, portando con s� il suo destino maligno, e meglio sarebbe stato per quella gente.</p><p>���Sono impegnato in una ricerca�� disse al locandiere.�� Rester� qui solo una notte o due.�� Il suo tono era freddo. Il locandiere, lanciando un�occhiata al grande bastone di tasso nell�angolo, una volta tanto non disse nulla, ma riemp� la tazza di Ged di birra scura.</p><p>Ged sapeva che doveva trascorrere solo quella notte a Ismay. Non era il benvenuto, n� l� n� altrove. Doveva andare dov�era diretto. Ma era stanco del freddo mare deserto e del silenzio in cui nessuna voce gli parlava. Si disse che avrebbe trascorso un giorno solo a Ismay e l�indomani se ne sarebbe andato. Perci� dorm� fino a tardi; quando si svegli� cadeva una neve leggera, e lui ozi� per i vicoli della citt� a osservare la gente indaffarata. Guard� i bambini infagottati nei mantelli di pelliccia costruire castelli e pupazzi di neve, ud� le chiacchiere scambiate attraverso la strada dalle porte aperte, e osserv� il fabbro al lavoro, con un ragazzetto sudato e rosso in faccia che azionava le lunghe maniche dei mantici sulla forgia; attraverso le finestre rischiarate all�interno da una fioca luce aurea e rossiccia, verso sera, vide le donne ai telai che si voltavano un attimo per parlare o sorridere al figlioletto o al marito, nel tepore della casa. Vide tutto questo dall�esterno, isolato, solo, e si sent� il cuore molto pesante, sebbene non volesse ammettere di fronte a se stesso che era triste. Al cader della notte indugi� ancora per le vie, riluttante a tornare alla locanda. Ud� un uomo e una ragazza parlare gaiamente mentre l�incrociavano, diretti verso la piazza della citt�, e all�improvviso si volt�, perch� aveva riconosciuto la voce dell�uomo.</p><p>Segu� i due e li raggiunse nel crepuscolo inoltrato, rischiarato soltanto dai lontani bagliori delle lanterne. La ragazza indietreggi�, ma l�uomo lo fiss� e poi alz� di scatto il bastone che impugnava, tenendolo fra loro come una barriera per scongiurare la minaccia o l�atto maligno. E questo era insopportabile, per Ged. La voce gli trem� un poco quando disse:�� Credevo che mi riconoscessi, Veccia.</p><p>Nonostante tutto, Veccia esit� un momento.</p><p>���Ti riconosco�� disse, e abbass� il bastone e strinse la mano a Ged e l�abbracci�.�� Ti riconosco! Benvenuto, amico mio, benvenuto! Che pessima accoglienza ti ho fatto, come se fossi uno spettro venuto ad aggredirmi alle spalle� Eppure ho atteso che venissi, e ti ho cercato�</p><p>���Dunque sei tu il mago di cui Ismay � tanto fiera? Me lo domandavo�</p><p>���Oh, s�, sono il loro mago: ma ascolta, lascia che ti dica perch� non ti avevo riconosciuto. Forse ti ho cercato troppo. Tre giorni fa� Eri qui, tre giorni fa?</p><p>���Sono arrivato ieri.</p><p>���Tre giorni fa, per la via di Quor, il villaggio lass� sulle colline, ti ho visto. Cio�, ho visto un presentimento, o un�imitazione, o forse semplicemente un uomo che ti somiglia. Era davanti a me, e usciva dal villaggio, e ha svoltato a una curva della strada nello stesso momento in cui io l�ho visto. Ho chiamato e non ho ricevuto risposta; l�ho seguito e non ho trovato nessuno, e neppure un�ombra: ma il terreno era gelato. Era strano, e adesso che ti ho visto uscire cos� dall�ombra ho pensato di essermi ingannato ancora. Mi dispiace, Ged.�� Veccia pronunci� il vero nome di Ged sottovoce, in modo che la ragazza, in attesa qualche passo pi� indietro, non potesse udirlo.</p><p>Anche Ged parl� sottovoce, per usare il vero nome dell�amico:�� Non importa, Estarriol. Ma questo sono io: e sono lieto di vederti�</p><p>Veccia ud�, forse, qualcosa di pi� della semplice gioia, nella sua voce. Non aveva ancora lasciato andare la spalla di Ged, e ora gli disse, nella Vera Favella:�� Tu vieni angosciato dalla tenebra, Ged: eppure la tua venuta � gioia, per me.�� Poi prosegu�, nel suo hardese con l�accento delio stretto Orientale:�� Vieni, vieni a casa con noi: stiamo andando a casa, � ora di lasciare l�oscurit�� Questa � mia sorella, la pi� giovane di noi; e pi� graziosa di me, come puoi vedere, ma molto meno abile: si chiama Millefoglie. Millefoglie, questo � lo Sparviero, il migliore di noi e mio amico.</p><p>���Nobile mago�� lo salut� la ragazza, e chin� decorosamente la testa e si nascose gli occhi con le mani in segno di rispetto, come usavano fare le donne nello stretto Orientale: i suoi occhi, quando non erano nascosti, erano limpidi, timidi e curiosi. Aveva forse quattordici anni, ed era scura come il fratello ma molto snella e agile. Sulla sua manica stava aggrappato, alato e unghiuto, un drago non pi� lungo della sua mano.</p><p>Si avviarono insieme nella sera, e mentre procedevano Ged osserv�:�� A Gont dicono che le donne di quell�isola sono coraggiose, ma l� non ho mai visto una ragazza portare un drago per braccialetto.</p><p>Millefoglie scoppi� a ridere, e rispose apertamente:�� � soltanto un harrekki. Non ci sono harrekki, su Gont?�� Poi s�intimid� per un momento e si nascose gli occhi.</p><p>���No, e neppure draghi. Questo essere non � un drago?</p><p>���Una specie molto piccola, che vive sulle querce e mangia vespe e vermi e uova di passero: non crescono pi� di cos�. Oh, signore, mio fratello mi ha parlato spesso della bestiola che avevi tu, l�animaletto selvatico, l�otak� L�hai ancora?</p><p>���No. Non pi�.</p><p>Veccia si volt� verso di lui, come se volesse fargli una domanda, ma non gli chiese nulla fino a molto pi� tardi, quando rimasero soli davanti al focolare di pietra della casa di Estarriol.</p><p>Sebbene fosse il mago principale di tutta l�isola d�Iffish, Veccia abitava a Ismay, la cittadina dov�era nato, e viveva con la sorella e il fratello minore. Suo padre era stato un mercante piuttosto ricco, e la casa era spaziosa e robusta, ricca di vasellame e di belle stoffe e di vasi di bronzo e d�ottone sugli scaffali e le cassapanche scolpite. Una grande arpa taoniana stava in un angolo della sala principale, e in un altro c�era il telaio intarsiato d�avorio su cui Millefoglie tesseva arazzi. Veccia, nonostante i suoi modi semplici e tranquilli, era un mago potente e un signore nella sua casa. C�erano due vecchi servitori dall�aria prospera, e il fratello, un ragazzo gioviale, e Millefoglie, svelta e silenziosa come un pesciolino, che serv� la cena ai due amici e mangi� con loro ascoltando la loro conversazione e poi si ritir� nella propria stanza. L� tutto era solido, sereno, sicuro; e Ged, guardandosi intorno nella stanza rischiarata dal fuoco, disse:�� � cos� che dovrebbe vivere un uomo.�� E sospir�.</p><p>���Be�, � un buon modo di vivere�� replic� Veccia.�� Ce ne sono altri. Ora, ragazzo mio, dimmi, se puoi, ci� che ti � capitato dall�ultima volta che ci siamo parlati, due anni orsono. E dimmi qual � lo scopo del tuo viaggio, perch� vedo che questa volta non resterai a lungo con noi.</p><p>Ged glielo disse, e quando ebbe finito Veccia riflett� a lungo. Poi dichiar�:�� Verr� con te.</p><p>���No.</p><p>���Penso che verr�.</p><p>���No, Estarriol. Non � compito tuo, n� � una tua maledizione. Io ho incominciato da solo questa strada maligna, e finir� da solo. Non voglio che altri ne soffrano: e tu meno di tutti, Estarriol, tu che all�inizio hai tentato di trattenere la mia mano dall�atto malvagio�</p><p>���L�orgoglio � sempre stato il padrone della tua mente�� disse sorridendo Veccia, come se stesse parlando di una cosa di poco conto.�� Ora pensa: la ricerca � tua, sicuramente; ma se fallisce, non dovrebbe esserci un altro per avvertire l�arcipelago? Perch� allora l�ombra avrebbe un potere spaventoso. E se invece la sconfiggerai, non dovrebbe esserci un altro che lo dica nell�arcipelago, affinch� l�impresa venga conosciuta e cantata? So di non poterti essere utile, eppure credo che dovrei venire con te.</p><p>Ged non seppe resistere alla supplica dell�amico, ma disse:�� Non avrei dovuto trattenermi qui, oggi. Lo sapevo, ma sono rimasto.</p><p>���I maghi non s�incontrano per caso, ragazzo mio�� replic� Veccia.�� E dopotutto, come hai detto tu stesso, ero con te all�inizio del tuo viaggio. � giusto che ti segua fino alla fine.�� Aggiunse legna al fuoco, e per un po� rimasero entrambi a guardare le fiamme.</p><p>���C�� qualcuno di cui non ho pi� saputo nulla dopo quella notte sulla collina di Roke, e di cui non ho avuto il coraggio di chiedere agli altri della scuola: Diaspro, voglio dire.</p><p>���Non � riuscito a conquistare il bastone. Ha lasciato Roke quella stessa estate ed � andato nell�isola di O per diventare l�incantatore alla corte del signore, a Otokne. Di lui non so altro.</p><p>Tacquero di nuovo, guardando il fuoco e godendo il calore (poich� era una notte gelida) sulle gambe e sul volto, seduti sull�ampio bordo del focolare, con i piedi quasi tra le braci.</p><p>Infine Ged disse, sottovoce:�� C�� una cosa che temo, Estarriol. E la temo ancora di pi� se verrai con me. Nelle Mani, all�estremit� cieca della rada, mi sono scagliato sull�ombra: era a portata delle mie mani, e l�ho afferrata� ho tentato di afferrarla. E non ho potuto stringere nulla. Non ho potuto sconfiggerla. � fuggita, e io l�ho inseguita. Ma questo pu� accadere ancora. Non ho potere su quella cosa. Pu� non esserci n� morte n� trionfo, alla fine della ricerca: nulla da cantare, e neppure una fine. Forse dovr� trascorrere la mia vita correndo da un mare all�altro e da una terra all�altra in una vana e interminabile avventura in cerca di un�ombra.</p><p>���Non sia mai!�� esclam� Veccia, girando la mano sinistra nel gesto che scongiura le possibilit� sfavorevoli annunciate. Nonostante i suoi cupi pensieri, questo fece sorridere un po� Ged, perch� � pi� lo scongiuro di un bambino che di un mago: in Veccia c�era sempre quell�innocenza. Eppure era anche acuto, intelligente, e usava andare al cuore delle cose. Ora disse:�� � un pensiero lugubre, e, mi auguro, falso. Penso invece che, come ho visto l�inizio, cos� vedr� la fine. In un modo o nell�altro ne imparerai la natura, l�essere, ci� che �, e cos� la legherai e la vincerai. Ma � un interrogativo difficile: che natura ha? C�� qualcosa che mi preoccupa. Non capisco. Sembra che ora l�ombra si aggiri nella tua forma, o almeno in una forma che ti somiglia, come hanno visto a Vemish e come io ho visto a Iffish. Com�� possibile, e perch�, e perch� non l�ha mai fatto nell�arcipelago?</p><p>���Dicono: <emphasis>Le regole cambiano, negli stretti.</emphasis></p><p>���S�, � un detto veritiero, posso assicurartelo. Ci sono incantesimi efficaci che ho appreso a Roke e che qui non hanno potere o vanno a rovescio; e ci sono anche incantesimi compiuti qui che su Roke non ho mai imparato. Ogni terra ha i suoi poteri, e pi� ci si allontana dalle terre interne e meno si pu� sapere di quei poteri e del modo di dominarli. Ma non credo che sia soltanto questo, a operare il cambiamento nell�ombra.</p><p>���Neppure io, lo credo. Penso che, quando ho smesso di fuggire e ho preso a darle la caccia, il volgersi della mia volont� le abbia dato forma, anche se lo stesso atto le ha impedito di sottrarmi la forza. Tutti i miei atti hanno un�eco nell�ombra: � la mia creatura.</p><p>���A Osskil ti ha chiamato per nome, e cos� ha arrestato ogni magia che avresti potuto usare per contrastarla. Perch� non l�ha fatto ancora nelle Mani?</p><p>���Non so. Forse trae la forza di parlare solo dalla mia debolezza. Parla quasi con la mia lingua: infatti, come poteva sapere il mio nome? Come lo conosceva? Mi sono logorato il cervello su tutti i mari, da quando ho lasciato Gont, e non riesco a trovare la risposta. Forse non pu� parlare nella sua forma o assenza di forma, ma soltanto con una lingua presa a prestito, come <emphasis>gebbeth. </emphasis>Non so.</p><p>���Allora dovrai guardarti dall�incontrarla una seconda volta in forma di <emphasis>gebbeth.</emphasis></p><p>���Credo�� replic� Ged, tendendo le mani verso le rosse braci, mentre un gelo interiore lo invadeva,�� credo che non l�incontrer� pi� cos�. Adesso � legata a me come io sono legato a lei. Non pu� liberarsi da me fino al punto d�impadronirsi di un altro uomo e di svuotarlo della volont� e dell�essere, come ha fatto con Skiorh. Pu� invasare me. Se mai m�indebolir� di nuovo, e cercher� di sfuggirle, di spezzare il legame, m�invaser�. Eppure, quando l�ho afferrata con tutte le mie forze, � divenuta vapore e mi � sfuggita� E lo far� ancora: non pu� fuggire veramente, perch� io posso sempre ritrovarla. Sono legato a quella cosa immonda e crudele, e lo sar� per sempre, a meno di apprendere la parola che la domina: il suo nome.</p><p>Pensosamente, il suo amico chiese:�� Ci sono nomi, nei reami tenebrosi?</p><p>���Gensher, l�arcimago, diceva che non ci sono. Il mio maestro Ogion la pensa diversamente.</p><p>���<emphasis>Infinite sono le discussioni dei maghi </emphasis>- cit� Veccia, con un sorriso un po� cupo.</p><p>���Colei che serviva la Vecchia Potenza a Osskil giurava che la pietra mi avrebbe detto il nome dell�ombra: ma questo non conta molto. Tuttavia c�� stato anche un drago, che si � offerto di barattare quel nome col suo, per liberarsi di me; e io ho pensato che forse i draghi sanno ci� di cui i maghi si limitano a discutere.</p><p>���Lo sanno, ma non sono benevoli. Che drago �? Non mi hai detto che hai parlato con i draghi, dopo l�ultima volta che ti ho visto.</p><p>Quella notte conversarono fino a tarda ora, e sebbene ritornassero sempre sull�amara sorte di Ged la gioia di ritrovarsi vinse tutto: perch� l�affetto tra loro era forte e saldo, non sminuito dal tempo e dagli eventi. La mattina dopo, Ged si svegli� sotto il tetto dell�amico e mentre era ancora insonnolito prov� un senso di benessere, come se fosse in un luogo completamente difeso dal male. Per tutto il giorno un po� di quella pace sognante rimase nei suoi pensieri: e lui l�accett�, non come un buon auspicio ma come un dono. Gli sembrava probabile che, lasciando quella casa, avrebbe lasciato il suo ultimo rifugio: perci�, fino a quando fosse durato quel breve sogno, ne sarebbe stato felice.</p><p>Poich� aveva affari da sbrigare prima di lasciare Iffish, Veccia and� ad altri villaggi dell�isola in compagnia del ragazzo che lo serviva come apprendista incantatore. Ged rimase con Millefoglie e suo fratello, Gazzamarina, che per et� era tra lei e Veccia. Sembrava solo un ragazzo, perch� non aveva il dono del potere magico; e non era mai stato altrove che a Iffish, Tok e Holp, e la sua vita era facile e tranquilla. Ged l�osservava con stupore e un po� d�invidia, e Gazzamarina guardava lui con gli stessi sentimenti: a ognuno di loro sembrava strano che l�altro fosse cos� diverso, eppure avevano la stessa et�, diciannove anni. Ged si stupiva che uno che aveva vissuto diciannove anni potesse essere tanto spensierato. Mentre ammirava il bel volto allegro di Gazzamarina si sentiva troppo dinoccolato e angoloso, e non immaginava che il ragazzo gli invidiava perfino le cicatrici che gli sfregiavano il volto e pensava che fossero i segni lasciati dalle unghie di un drago, le rune e i segni di un eroe.</p><p>I due giovani, perci�, erano piuttosto timidi l�uno con l�altro; ma ben presto Millefoglie perse ogni timore di Ged, poich� era la padrona di casa. Ged era molto gentile con lei, che lo tempestava di domande perch� Veccia, diceva, non le raccontava mai niente. In quei due giorni fu indaffaratissima a preparare focacce secche di grano per il viaggio e a confezionare pacchi di pesce e di carne secca e di altre provviste da caricare sulla loro barca, fino a quando Ged le disse di smettere perch� non aveva intenzione di arrivare fino a Selidor senza scalo.</p><p>���Dov�� Selidor?</p><p>���Lontanissimo, nello stretto Occidentale, dove i draghi sono frequenti come i topi.</p><p>���Allora � meglio restare a oriente, perch� i nostri draghi sono piccoli come topi. Ecco la tua carne, allora: sei sicuro che basti? Senti, non capisco: tu e mio fratello siete entrambi potenti maghi, e agitate la mano e mormorate qualcosa e tutto � fatto. Perch� soffrite la fame, allora? Quando viene l�ora di cena, in mare, perch� non dite �Sformato di carne!� e lo sformato non appare per farsi mangiare?</p><p>���Be�, potremmo farlo. Ma non ci teniamo molto a mangiare le nostre parole, come dicono. <emphasis>Sformato di carne </emphasis>sono soltanto parole, dopotutto� Possiamo renderlo profumato, e saporito, e perfino capace di saziare, ma rimane fatto di parole. Inganna lo stomaco e non dona forza all�affamato.</p><p>���I maghi, allora, non sono cuochi�� disse Gazzamarina, che sedeva di fronte a Ged sul focolare intagliando un coperchio da cofanetto in ottimo legno: era intagliatore, sebbene non fosse troppo zelante nel suo mestiere.</p><p>���E i cuochi non sono maghi, purtroppo�� replic� Millefoglie, inginocchiandosi per vedere se l�ultima infornata di focacce che cuoceva sui mattoni del focolare prendeva colore.�� Ma ancora non capisco, Sparviero. Ho visto mio fratello, e perfino il suo apprendista, far luce in un luogo buio dicendo soltanto una parola: e la luce risplende, � fulgida, e non � una parola ma una luce che rischiara la strada.</p><p>���S젗 fece Ged.�� La luce � potere. Un grande potere, grazie al quale noi esistiamo, ma che esiste al di l� delle nostre esigenze, in se stesso. La luce del sole e delle stelle � tempo, e il tempo � luce. Nella luce del sole, nei giorni e negli anni, c�� la vita. In un luogo buio la vita pu� chiamare la luce, nominandola. Ma di solito, quando vedi un mago nominare o chiamare qualcosa perch� appaia, non � lo stesso: non fa appello a un potere pi� grande di lui, e ci� che appare � soltanto illusione. Chiamare qualcosa che non c��, chiamarla dicendone il vero nome, � una grande arte, che non si deve usare alla leggera. Non per soddisfare la fame. Millefoglie, il tuo piccolo drago ha rubato una focaccia.</p><p>Millefoglie aveva ascoltato cos� attenta, fissando Ged, che non aveva visto l�harrekki sgattaiolare gi� dal gancio del paiolo dove stava al calduccio e afferrare una focaccia pi� grossa di lui. La ragazza prese sulle ginocchia l�esserino scaglioso e l�imbocc�, riflettendo su ci� che le aveva detto Ged.</p><p>���Quindi non evocheresti un vero sformato di carne senza turbare ci� di cui parla sempre mio fratello� Ho dimenticato come si chiama�</p><p>���L�equilibrio�� disse Ged, concisamente, perch� lei era molto seria.</p><p>���S�. Ma quando hai fatto naufragio sei partito con una barca costruita quasi interamente d�incantesimi, e non imbarcava acqua. Era illusione?</p><p>���Be�, in parte era illusione, perch� m�inquieta vedere il mare che penetra dai buchi della mia barca, perci� li ho rattoppati per amore del suo aspetto. Ma la forza dell�imbarcazione non era illusione n� evocazione: era data da un�altra arte, da un incantesimo legante. Il legno era legato come un tutto unico, una barca. Cos�� una barca se non qualcosa che non lascia passare l�acqua?</p><p>���Io ho sgottato a bordo di alcune barche che la lasciavano passare�� disse Gazzamarina.</p><p>���Be�, anche la mia l�avrebbe lasciata passare se non avessi mantenuto continuamente l�incantesimo.�� Ged si chin� dal suo angolo e prese dai mattoni una focaccia, rigirandosela tra le mani.�� Anch�io ho rubato una focaccia.</p><p>���E allora ti sei scottato le dita. E quando soffrirai la fame sul deserto d�acqua tra le isole lontane penserai a questa focaccia e dirai: <emphasis>Ah, se non l�avessi rubata, adesso potrei mangiarla, ahim�! </emphasis>Ora manger� quella di mio fratello, cos� soffrir� la fame insieme a te�</p><p>���� cos� che si conserva l�equilibrio�� osserv� Ged, mentre Millefoglie prendeva e masticava una focaccia caldissima, semitostata; e lei ridacchi� e si mand� il boccone di traverso. Ma poco dopo, ridiventata seria, disse:�� Vorrei capire veramente quello che mi dici. Sono troppo stupida.</p><p>���Sorellina�� replic� Ged,�� � colpa mia, che non sono bravo a spiegare. Se avessimo pi� tempo�</p><p>���Avremo pi� tempo�� dichiar� Millefoglie.�� Quando mio fratello torner� a casa, tu verrai con lui, almeno per un po�, non � vero?</p><p>���Se potr� rispose gentilmente lui.</p><p>Ci fu una breve pausa; poi Millefoglie chiese, osservando l�harrekki che stava risalendo sul gancio:�� Dimmi questo soltanto, se non � un segreto: quali altri grandi poteri ci sono, oltre alla luce?</p><p>���Non � un segreto. Tutto il potere � uno solo nella fonte e nel fine, credo. Anni e distanze, stelle e candele, acqua e vento e magia, l�abilit� della mano di un uomo e la saggezza nella radice di un albero: tutti hanno origine comune. Il mio nome, e il tuo, e il vero nome del sole, o una sorgente d�acqua, o un bimbo non ancora nato, sono tutti sillabe della grande parola che viene pronunciata lentamente dallo splendore delle stelle. Non c�� altro potere. Non c�� altro nome.</p><p>Arrestando il coltello sul legno intagliato, Gazzamarina chiese:�� E la morte?</p><p>La ragazza ascolt�, chinando la lucente testolina nera.</p><p>���Per ogni parola da pronunciare�� rispose lentamente Ged,�� dev�esserci silenzio. Prima o dopo.�� Poi si alz� all�improvviso, dicendo:�� Non ho il diritto di parlare di queste cose. La parola che avevo da dire l�ho detta male. � meglio che io taccia: non parler� pi�. Forse non esiste un vero potere oltre alla tenebra.�� Lasci� il fuoco e la calda cucina, riprendendo il mantello e uscendo solo per le vie, sotto la fredda acquerugiola invernale.</p><p>���� oppresso da una maledizione�� disse Gazzamarina, seguendolo con lo sguardo, un po� intimorito.</p><p>���Io credo che questo viaggio lo condurr� alla morte�� osserv� la ragazza,�� e lui lo teme eppure non esita.�� Alz� la testa come se vedesse, attraverso la rossa fiamma del fuoco, la rotta di una barca che avanzava sola sui mari dell�inverno. Poi per un attimo gli occhi le si riempirono di lacrime, ma lei non disse nulla.</p><p>Veccia torn� a casa il giorno seguente e si accomiat� dai notabili di Ismay, che non avrebbero voluto lasciarlo partire per mare a met� inverno, in una ricerca mortale che non lo riguardava neppure; ma per quanto lo rimproverassero, non poterono far nulla per trattenerlo. Stanco della loro insistenza, Veccia disse:�� Io appartengo a voi, per discendenza e per tradizione e per il dovere che ho verso di voi. Sono il vostro mago. Ma � tempo che ricordiate che, sebbene io sia un servitore, non sono il <emphasis>vostro </emphasis>servitore. Quando sar� libero di tornare, ritorner�: fino ad allora, addio.</p><p>Allo spuntar del giorno, mentre la grigia luce scaturiva dal mare a oriente, i due giovani partirono a bordo della <emphasis>Vistacuta </emphasis>dal porto di Ismay, alzando una robusta vela bruna al vento del nord. Sul molo, Millefoglie li guard� allontanarsi, come le mogli e le sorelle dei marinai stanno sulle rive di tutto Earthsea a guardare i loro uomini che vanno per mare, e non agitano le braccia e non gridano ma restano immobili nel mantello grigio o bruno, l� sulla spiaggia che rimpicciolisce e rimpicciolisce, vista dalla barca, via via che la distanza aumenta.</p></section><section><title><p>IL MARE APERTO</p></title><p>Il porto era ormai scomparso all�orizzonte e gli occhi dipinti della <emphasis>Vistacuta</emphasis>, bagnati dalle onde, guardavano avanti su mari sempre pi� vasti e desolati. In due giorni e due notti i viaggiatori compirono la traversata da Iffish all�isola di Soders, cento miglia di tempo pessimo e di venti contrari. Si fermarono per poco nel porto, solo il tempo sufficiente per riempire un otre d�acqua e per acquistare un telo incatramato per proteggere la loro roba dall�acqua di mare e dalla pioggia. Non se l�erano procurato prima perch� comunemente un mago provvede a queste cose con incantesimi del tipo pi� usuale, e per la verit� occorre poca magia anche per render dolce l�acqua marina e risparmiarsi il fastidio di portarsi dietro acqua dolce. Ma Ged sembrava poco disposto a usare la propria magia o a lasciare che Veccia si servisse della sua. Diceva soltanto �� meglio di no�, e il suo amico non faceva domande e non discuteva. Perch�, appena il vento aveva gonfiato la vela, entrambi avevano sentito un pesante presentimento, freddo come quel vento invernale. Porto, rifugio, pace, sicurezza: era tutto alle loro spalle. Se ne erano allontanati. Ora percorrevano una via in cui tutti gli eventi erano pericolosi e nessun atto era privo di significato. Sulla rotta su cui si erano imbarcati, recitare il minimo incantesimo poteva cambiare la sorte e spostare l�equilibrio del potere e del destino: perch� ora si avviavano verso il centro stesso di quell�equilibrio, verso il luogo dove la luce e la tenebra s�incontrano. Coloro che viaggiano cos� non pronunciano inutilmente neppure una parola.</p><p>Salparono e costeggiarono le rive di Soders, dove i candidi campi di neve svanivano tra le colline nebbiose; poi Ged port� di nuovo la barca verso sud, e si addentrarono in acque dove i grandi mercantili dell�arcipelago non giungono mai, al limitare dello stretto.</p><p>Veccia non faceva domande sulla rotta, poich� sapeva che Ged non la sceglieva ma andava dove doveva andare. Quando l�isola di Soders rimpicciol� e sbiad� dietro di loro, e le onde sibilarono battendo contro la prua, e la grande e grigia pianura d�acqua li circond� da ogni parte fino all�orlo del cielo, Ged chiese:�� Quali terre si trovano su questa rotta?</p><p>���A sud di Soders non ci sono terre. A sudest, procedi per molto tempo e trovi poco: Pelimer, Kornay, Gosk, e Astowell che � chiamata anche l�Ultima Terra. Pi� oltre c�� il mare aperto.</p><p>���E a sudovest?</p><p>���Rolameny, che � una delle nostre isole dello stretto Orientale, e alcune isolette che la circondano; poi pi� nulla, fino a quando entri nello stretto Meridionale: Rood, e Toom, e l�isola dell�Orecchio, dove gli uomini non vanno mai.</p><p>���Pu� darsi che ci andiamo noi�� disse amaramente Ged.</p><p>���Preferirei di no�� replic� Veccia.�� � una parte del mondo molto spiacevole, dicono, piena di ossa e di portenti. I marinai dicono che dalle acque dell�isola dell�Orecchio e di Sorr Lontana si vedono stelle che non si possono vedere in nessun altro luogo e che non hanno mai avuto un nome.</p><p>���S�: c�era un marinaio, sulla nave che mi ha portato a Roke, che ne parlava. E parlava del popolo delle zattere dello stretto Meridionale, uomini che vanno a terra solo una volta l�anno a tagliare i grandi tronchi per le loro zattere e che per il resto dell�anno, per tutti i giorni e i mesi, vanno alla deriva sulle correnti dell�oceano, lontano da ogni terra. Mi piacerebbe vedere quei villaggi di zattere.</p><p>���A me no�� dichiar� Veccia, con un sorriso.�� Dammi la terra e gli abitanti della terra: il mare nel suo letto e io nel mio.</p><p>���Avrei voluto vedere tutte le citt� dell�arcipelago�� disse Ged mentre reggeva la cima della vela e guardava la grigia desolazione davanti a loro.�� Havnor al cuore del mondo, e �a dove sono nati i miti, e Shelieth delle Fontane, su Way; tutte le citt� e le grandi terre. E le piccole terre, le strane terre degli stretti esterni� Anche quelle. Veleggiare lungo la rotta dei draghi, lontano a occidente. Oppure navigare a nord, tra le banchise di ghiaccio, fino alla Terra di Hogen. Alcuni dicono che � una terra pi� grande di tutto l�arcipelago, e altri affermano che � formata soltanto da scogli e da rocce coperte di ghiaccio. Non lo sa nessuno. Mi piacerebbe vedere le balene dei mari settentrionali� Ma non posso. Devo andare dove sono costretto ad andare, e a voltare le spalle alle spiagge luminose. Ho avuto troppa fretta, e ora non ho pi� tempo. Ho dato tutta la luce del sole e le citt� e le terre lontane per una manciata di potere, per un�ombra, per le tenebre.�� E cos�, come usano i maghi nati, Ged trasform� la sua paura e il suo rimpianto in un canto, un breve lamento, che non era soltanto per lui; e il suo amico, rispondendo, pronunci� le parole dell�eroe, dalle <emphasis>Gesta di Erreth-Akbe: </emphasis>- Oh, possa io vedere ancora una volta il fulgido focolare della terra, le bianche torri di Havnor�</p><p>Cos� proseguirono sulla loro rotta sopra le immense acque abbandonate. Quel giorno videro soltanto un branco di argentei panny che nuotavano verso il sud; ma non c�era mai un delfino che balzava, e nella grigia aria non c�era il volo di un gabbiano o di una gazza marina o di una rondine marina. Quando l�oriente si oscur� e l�occidente divenne rosseggiante, Veccia prese il cibo e lo divise e disse:�� � l�ultima birra. Bevo alla salute di colei che ha pensato a mettere il bariletto a bordo per uomini assetati e infreddoliti: mia sorella Millefoglie.</p><p>A quelle parole, Ged abbandon� i suoi tetri pensieri e smise di scrutare il mare, e brind� a Millefoglie forse con slancio ancor pi� grande di Veccia. Il pensiero di lei riport� alla sua mente la saggia e infantile dolcezza della ragazza. Era diversa da tutti coloro che conosceva. (Quale ragazza aveva mai conosciuto? Ma a questo non pensava mai.)�� � come un pesciolino che nuota in un ruscello limpido�� disse.�� � indifesa, eppure non puoi afferrarla.</p><p>Veccia lo guard� sorridendo.�� Tu sei un mago nato�� dichiar�.�� Il suo vero nome � Kest.�� Nella Vecchia Favella, <emphasis>kest </emphasis>significa pesciolino, come Ged ben sapeva; e questo alliet� il suo cuore. Ma dopo qualche istante mormor�:�� Forse non avresti dovuto dirmi il suo nome.</p><p>Ma Veccia, che non l�aveva fatto alla leggera, replic�:�� Il suo nome � al sicuro, in tua custodia, come lo � il mio. E poi, tu lo sapevi senza che te lo rivelassi�</p><p>Il rosseggiare cadde in cenere a occidente, e il grigio-cenere divenne nero. Il mare e il cielo erano completamente bui. Ged si stese sul fondo della barca per dormire, avvolto nel mantello di lana e di pelliccia. Veccia, stringendo la cima della vela, cant� sottovoce qualche passo delle <emphasis>Gesta di Enlad</emphasis>, l� dove il canto narra che il mago Morred il Bianco lasci� Havnor sulla sua lunga nave senza remi e giungendo all�isola di Sol�a vide Elfarran nel frutteto, in primavera. Ged si addorment� prima che il canto giungesse alla dolorosa conclusione del loro amore, la morte di Morred, la rovina di Enlad, i frutteti di Sol�a devastati dalle immense e rabbiose onde del mare. Verso mezzanotte si svegli�, e fece il turno di guardia mentre Veccia dormiva. La piccola imbarcazione correva veloce sul mare convulso, fuggendo dal forte vento che spirava nella sua vela e volando ciecamente nella notte. Ma le nubi si erano squarciate, e prima dell�alba l�esile luna, brillando tra i nembi orlati di bruno, gett� sul mare una luce fioca.</p><p>���La luna sta diminuendo�� mormor� Veccia, svegliatosi all�alba, quando per un po� il vento freddo cadde. Ged alz� lo sguardo verso la bianca falce sulle pallide acque orientali, ma non disse nulla. Il novilunio che segue il solstizio d�inverno viene chiamato aratura, ed � il polo opposto dei giorni della luna e della lunga danza in estate. � un tempo di sventura per i viaggiatori e per gli infermi: durante l�aratura ai bambini non viene dato il loro vero nome, e non si cantano le Gesta, e non si affilano le spade n� gli utensili, e non si fanno giuramenti. � l�asse tenebroso dell�anno, quando tutto ci� che si fa � malfatto.</p><p>Avevano lasciato Soders da tre giorni quando, seguendo gli uccelli marini e le alghe strappate alla spiaggia, giunsero a Pelimer, un�isoletta aggobbita sul grigio mare agitato. La popolazione parlava hardese, ma a modo suo, strano perfino per Veccia, I due giovani scesero a riva per prendere acqua dolce e per avere una tregua dal mare; e dapprima furono ben accolti, con meraviglia e chiasso. C�era un incantatore nella citt� principale dell�isola, ma era pazzo. Parlava solo del grande serpente che divorava le fondamenta di Pelimer, che presto sarebbe andata alla deriva come una barca staccata dagli ormeggi e sarebbe scivolata oltre l�orlo del mondo. Dapprima accolse cerimoniosamente i due giovani maghi, ma mentre parlava del serpente cominci� a guardare in tralice Ged; e poi cominci� a inveire contro di loro sulla via, accusandoli di essere spie e servitori del serpente marino. Da quel momento i pelimeriani presero a guardarli severamente, perch� sebbene fosse pazzo era pur sempre il loro incantatore. Perci� Ged e Veccia non si trattennero a lungo, ma ripartirono prima del cader della notte dirigendosi sempre verso sudest.</p><p>In quei giorni e in quelle notti di navigazione Ged non parl� mai dell�ombra, n� direttamente della propria ricerca; e la cosa pi� vicina a una domanda che Veccia gli rivolse fu (mentre seguivano la stessa rotta, sempre pi� lontano dalle terre conosciute di Earthsea):�� Sei sicuro?�� E Ged si limit� a rispondere:�� Il ferro � sicuro del luogo dov�� la calamita?�� Veccia annu�, e proseguirono, e non dissero altro. Ma di tanto in tanto parlavano delle arti e degli strumenti che i maghi del tempo antico avevano usato per scoprire il nome segreto di poteri e esseri terribili: come Nereger di Paln aveva appreso il nome del Mago Nero ascoltando i dialoghi dei draghi, e come Morred aveva visto il nome del suo nemico scritto dalle gocce di pioggia sulla polvere del campo di battaglia, nelle piane di Enlad. Parlarono d�incantesimi di ritrovamento, e d�invocazioni, e delle domande rispondibili che solo il maestro degli schemi di Roke pu� formulare. Ma spesso Ged finiva col mormorare parole che Ogion gli aveva detto sul dosso della montagna di Gont, in un autunno lontano:�� Per udire, bisogna tacere��� E ammutoliva, e rifletteva, ora dopo ora, sempre scrutando il mare davanti alla prua della barca. Talvolta Veccia aveva la sensazione che il suo amico vedesse, oltre le onde e le miglia e i giorni grigi che dovevano ancora venire, la cosa che loro seguivano e la tenebrosa fine del loro viaggio.</p><p>Passarono tra Kornay e Gosk con un tempo pessimo, senza vedere nessuna delle due isole nella nebbia e nella pioggia; e compresero di averle superate solo il giorno seguente, quando videro davanti a s� un�isola di scogliere turrite su cui i gabbiani volteggiavano in grandi stormi con un clamore che si udiva lontano sul mare. Veccia disse:�� Quella dev�essere Astowell, a giudicare dall�aspetto. L�Ultima Terra. A est e a sud, le carte nautiche sono vuote.</p><p>���Eppure coloro che vivono l� possono conoscere terre pi� lontane�� replic� Ged.</p><p>���Perch� dici questo?�� chiese Veccia, dato che Ged aveva parlato in tono inquieto; e anche la risposta a quella domanda fu esitante e strana.�� Non lࠗ disse Ged guardando Astowell, e pi� oltre.�� Non l�. Non sul mare, ma sulla terraferma: quale terra? Davanti alle sorgenti del mare aperto, oltre le fonti, dietro le porte della luce del giorno�</p><p>Poi tacque, e quando riprese a parlare lo fece con voce normale, come se fosse stato liberato da un incantesimo o da una visione e non ne avesse un chiaro ricordo.</p><p>Il porto di Astowell, alla foce di un fiume tra alture rocciose, era sulla riva settentrionale dell�isola, e tutte le capanne della cittadina erano rivolte verso nord e verso ovest: era come se l�isola, sia pure da tanto lontano, avesse la faccia rivolta verso Earthsea, verso l�umanit�.</p><p>L�arrivo degli stranieri fu accolto con eccitazione e sbigottimento, in una stagione in cui nessuna barca aveva mai sfidato i mari intorno ad Astowell. Le donne rimasero tutte nelle capanne di canne, sbirciando dalle porte, nascondendo i figlioletti dietro le gonne, ritraendosi spaventate nell�oscurit� quando i forestieri salirono dalla spiaggia. Gli uomini, magri e malvestiti nonostante il freddo, si raccolsero solennemente in cerchio intorno a Veccia e a Ged, e ognuno impugnava un�ascia di pietra o un coltello ricavato da una conchiglia. Ma quando ebbero superato la paura accolsero bene gli stranieri e li tempestarono di domande. Capitava di rado che qualche nave giungesse fin l� da Soders o Rolameny, poich� loro non avevano nulla da barattare col bronzo o con le mercanzie fini: non avevano neppure legname. Le loro imbarcazioni erano di canne, e solo un marinaio coraggioso poteva spingersi fino a Gosk o Kornay con simili mezzi. Vivevano soli, l� al limitare di tutte le carte geografiche. Non avevano streghe o incantatori, e sembrava che non riconoscessero neppure i bastoni dei giovani maghi per ci� che erano e li ammirassero solo perch� erano fatti di legno, una sostanza preziosa. Il loro capo era vecchissimo, e lui solo, tra tutta la sua gente, aveva gi� visto un uomo nato nell�arcipelago. Ged, perci�, era per loro una meraviglia: gli uomini portarono i figlioletti perch� lo guardassero e lo ricordassero quando fossero diventati vecchi. Non avevano mai sentito parlare di Gont, ma solo di Havnor e �a, e lo scambiarono per un signore di Havnor. Ged fece del suo meglio per rispondere a tutte le loro domande sulla citt� bianca che non aveva mai visto. Ma a sera divenne pi� irrequieto, e alla fine chiese agli uomini del villaggio, che sedevano intorno al fuoco della grande casa, nel fetido tepore del letame di capra e dei fasci di saggina che erano tutto il loro combustibile:�� Cosa c�� a oriente della vostra terra?</p><p>Quelli tacquero; alcuni sorridevano, altri erano torvi.</p><p>Il vecchio capo rispose:�� Il mare.</p><p>���E pi� oltre non ci sono altre terre?</p><p>���Questa � l�Ultima Terra. Non ce ne sono altre, pi� in l�. Non c�� che acqua fino all�orlo del mondo.</p><p>���Questi sono saggi, padre�� disse un uomo pi� giovane.�� Navigatori, viaggiatori. Forse sanno di una terra che a noi � ignota.</p><p>���Non ci sono terre a oriente di questa�� ribad� il vecchio, e guard� a lungo Ged e non gli disse altro.</p><p>Quella notte i due compagni dormirono nel calore fumoso della grande casa. Prima dell�alba, Ged dest� l�amico mormorando:�� Estarriol, svegliati. Non possiamo rimanere, dobbiamo andare.</p><p>���Perch� cos� presto?�� chiese Veccia, insonnolito.</p><p>���Non � presto: � tardi. Sono stato troppo lento nell�inseguirla. Ha trovato il modo di sfuggirmi, e cos� mi condanna. Non deve sfuggirmi, perch� io devo seguirla per quanto vada lontana. Se ia perdo, sono perduto.</p><p>���Dove dobbiamo seguirla?</p><p>���Verso oriente. Vieni. Ho riempito d�acqua gli otri.</p><p>Perci� lasciarono la casa prima che qualcuno si svegliasse nel villaggio, eccettuato un bimbo che pianse un po� nel buio di una capanna e poi tacque. Nella vaga luce delle stelle scesero alla foce del fiumicello, slegarono la <emphasis>Vistacuta </emphasis>dalla roccia dove l�avevano assicurata, e la spinsero nella nera acqua. Cos� salparono verso oriente, da Astowell nel mare aperto, il primo giorno dell�aratura, prima del levar del sole.</p><p>Quel giorno trovarono cieli sereni. Il vento del mondo era freddo e spirava a raffiche da nordest, ma Ged aveva suscitato il vento magico: il primo atto di magia che avesse compiuto da quando aveva lasciato l�isola delle Mani. Navigarono velocemente verso est. La barca era scossa dalle grandi onde fumanti illuminate dal sole, che l�investivano nella sua corsa; ma procedeva validamente come aveva promesso il suo costruttore, reagendo al vento magico come una nave di Roke carica d�incantesimi.</p><p>Ged non parl� quella mattina, se non per rinnovare il potere del vento magico o per mantenere la forza della vela, e Veccia fin� il suo sonno a poppa. A mezzogiorno mangiarono. Ged distribu� il cibo parcamente, e il significato di quel gesto era chiaro, ma entrambi masticarono il loro pezzo di pesce salato e di focaccia di grano senza dir nulla.</p><p>Per tutto il pomeriggio fendettero le acque verso oriente, senza deviare e senza rallentare. Una sola volta Ged ruppe il silenzio per dire:�� Sei d�accordo con quanti pensano che il mondo � tutto mare privo di terre oltre gli stretti Esterni o con quanti immaginano altri arcipelaghi o immense terre mai scoperte sull�altro emisfero del mondo?</p><p>���In questo momento�� rispose Veccia,�� sono d�accordo con quanti pensano che il mondo ha una sola faccia e che chi si spinge troppo lontano cadr� dall�orlo.</p><p>Ged non sorrise: non aveva pi� gaiezza.�� Chi sa cosa potrebbe incontrare un uomo, l�? Non noi, che non ci allontaniamo mai dalle nostre coste.</p><p>���Alcuni hanno cercato di scoprirlo e non sono ritornati. E nessuna nave � mai giunta a noi da terre che non conosciamo.</p><p>Ged non replic�.</p><p>Per tutto quel giorno e per tutta quella notte furono spinti dal possente vento della magia sopra le grandi onde dell�oceano, verso oriente. Ged vegli� dal crepuscolo all�alba, perch� nell�oscurit� la forza che l�attirava o lo sospingeva diveniva ancora pi� potente. Guardava sempre avanti, sebbene i suoi occhi, nella notte illune, non potessero vedere pi� degli occhi dipinti sulla cieca prua della barca. Allo spuntar del giorno il suo volto scuro era cinereo per la stanchezza, e lui era cos� intirizzito dal freddo che quasi non riusc� a sdraiarsi per riposare. Mormor�:�� Mantieni il vento magico da occidente, Estarriol.�� E si addorment�.</p><p>Il sole non comparve, e poco dopo la pioggia cominci� a scrosciare sulla prua da nordest. Non era una tempesta, ma solo il lungo vento freddo e la pioggia dell�inverno. Ben presto tutto, sulla barca scoperta, s�infradici�, nonostante il telo incatramato che avevano acquistato, e Veccia aveva l�impressione di essere bagnato fino alle ossa, e Ged rabbrividiva nel sonno. Preso da piet� per l�amico, e forse anche per se stesso, Veccia tent� di allontanare per un po� quel rude vento incessante che portava la pioggia. Ma sebbene, seguendo il volere di Ged, potesse mantenere forte e costante il vento incantato, il suo dominio sul tempo aveva ben poco potere cos� lontano dalla terra, e il vento del mare aperto non ascoltava la sua voce.</p><p>Allora lo prese un certo timore, quando cominci� a chiedersi quanto potere magico sarebbe rimasto a lui e a Ged se avessero continuato ad allontanarsi dalle terre dove gli uomini devono vivere.</p><p>Ged vegli� di nuovo, quella notte, e continu� a mantenere la barca diretta a oriente. Quando venne il giorno, il vento del mondo si acquiet� un poco e il sole brill� a tratti, ma le grandi onde erano cos� alte che la <emphasis>Vistacuta </emphasis>doveva inclinarsi e scalarle come se fossero colline, e librarsi sulla cresta e precipitare all�improvviso, e risalire ancora, e ancora, all�infinito.</p><p>La sera di quel giorno, Veccia parl� dopo un lungo silenzio.�� Amico mio�� disse,�� una volta parlavi come se fossi sicuro che avremmo trovato una terra. Non vorrei discutere la tua visione se non fosse per questo: potrebbe essere un trucco, un inganno di ci� che tu insegui, per attirarti pi� lontano di quanto un uomo possa spingersi sull�oceano. Perch� il nostro potere pu� mutare e indebolirsi su mari sconosciuti. E un�ombra non si stanca, non muore di fame e non annega.</p><p>Sedevano a fianco a fianco, eppure adesso Ged lo guardava come da una grande distanza, attraverso un abisso. I suoi occhi erano turbati, e tard� a rispondere.</p><p>Infine annunci�:�� Estarriol, ci stiamo avvicinando.</p><p>Udendo queste parole, il suo amico seppe che erano vere. Ed ebbe paura. Ma pos� la mano sulla spalla di Ged e disse soltanto:�� Benissimo, allora: va bene.</p><p>Anche quella notte Ged vegli�, perch� non riusciva a dormire nell�oscurit�. E non volle dormire quando spunt� il terzo giorno. Continuarono a correre sul mare con quell�incessante, lieve, terribile velocit�, e Veccia si stup� del potere di Ged che riusciva a mantenere un vento magico tanto forte, per ore e ore, l� sul mare aperto, dove lui sentiva il proprio potere indebolito e smarrito. E continuarono e continuarono, fino a quando Veccia ebbe l�impressione che quanto aveva detto Ged si sarebbe avverato e che sarebbero andati oltre le sorgenti del mare, a oriente, oltre le porte del giorno. Ged stava a prua, e guardava avanti come sempre. Ma adesso non scrutava l�oceano, o almeno non l�oceano che vedeva Veccia, un deserto di acqua agitata all�orlo del cielo. Negli occhi di Ged c�era una cupa visione che si sovrapponeva al mare grigio e al cielo grigio: e l�oscurit� crebbe, e il velo s�infitt�. Veccia non vedeva nulla di tutto questo, tranne quando guardava il volto dell�amico: allora anche lui scorgeva la tenebra per un momento. Avanzarono, e avanzarono ancora. Ed era come se, sebbene un vento li spingesse su una barca, Veccia andasse a oriente sul mare del mondo mentre Ged procedeva da solo in un regno che non aveva oriente n� occidente, n� sorgere n� tramontare del sole e delle stelle.</p><p>All�improvviso Ged si alz�, a prua, e parl� a voce alta. Il vento magico cadde. La <emphasis>Vistacuta </emphasis>rallent�, e si sollev� e ricadde tra le immense onde come un pezzetto di legno. Sebbene il vento del mondo spirasse forte come sempre dal nord, la bruna vela pendeva floscia, immota. E cos� la barca galleggiava sulle onde, agitata dal loro grande moto lento ma senza procedere in nessuna direzione.</p><p>Ged disse:�� Ammaina la vela.�� Veccia si affrett� a ubbidire, mentre lo Sparviero slegava i remi e li infilava negli scalmi e cominciava a remare.</p><p>Veccia, che vedeva solo le onde alzarsi e abbassarsi a perdita d�occhio, non riusciva a comprendere perch� adesso procedessero a remi; ma attese, e poco dopo si accorse che il vento del mondo si affievoliva e le onde si acquietavano. La barca non sal� e non discese pi� con tanta violenza, finch� sembr� procedere, sotto i forti colpi di remo di Ged, su un�acqua quasi immobile, come in una baia racchiusa tra due bracci di terra. E sebbene Veccia non potesse scorgere ci� che Ged vedeva, quando tra un colpo e l�altro di remo si voltava a guardare ci� che stava sulla rotta della barca� Sebbene Veccia non potesse vedere i pendii neri sotto le stelle immote, cominci� a scorgere con il suo occhio di mago un�oscurit� che saliva dalle cavit� delle onde tutt�intorno alla barca, e vide le onde stesse divenire lente e torpide come se fossero ostacolate dalla sabbia.</p><p>Se era un incantesimo d�illusione, era incredibilmente potente: far sembrare terra il mare aperto. Cercando di chiamare a raccolta lucidit� e coraggio, Veccia pronunci� l�incantesimo della rivelazione, scrutando tra le lente parole, in attesa di un cambiamento o di un tremito dell�illusione in quello strano prosciugarsi dell�abisso dell�oceano. Ma non c�era nulla. Forse l�incantesimo, sebbene dovesse influire solo sulla vista e non sulla magia in atto intorno a loro, l� non aveva potere. O forse non era un�illusione, ed erano giunti alla fine del mondo.</p><p>Senza badare a lui, Ged remava sempre pi� adagio, voltandosi a guardare, scegliendo un percorso tra canali o scogli e secche che lui solo poteva vedere. La barca ebbe un sussulto, quando la chiglia strusci�. Sotto quella chiglia stavano gli immensi abissi del mare, eppure loro erano incagliati. Ged ritrasse i remi negli scalmi: e quel rumore fu terribile, perch� non c�erano altri suoni. Tutte le voci dell�acqua, del vento, del legno, della vela erano sparite, perdute in un immane e profondo silenzio che forse non si sarebbe mai spezzato. La barca stava immobile. Non spirava alito di vento. Il mare si era mutato in sabbia, cupa e ferma. Nulla si muoveva nel cielo scuro o su quel terreno irreale che sconfinava nell�oscurit� intorno alla barca, fino a perdita d�occhio.</p><p>Ged si alz� e prese il suo bastone, e con passo leggero scavalc� il bordo della barca. Veccia credette di vederlo sprofondare nel mare, il mare che sicuramente si trovava dietro l�asciutto e fioco velo che nascondeva acqua e cielo e luce. Ma il mare non c�era pi�. Ged si allontan� dalla barca. La scura sabbia mostrava le sue orme, e frusciava un poco sotto i suoi passi.</p><p>Il bastone cominci� a risplendere, non di luce incantata ma di un limpido fulgore bianco, che presto divenne cos� brillante da arrossare le dita strette intorno al legno.</p><p>Ged avanzava, allontanandosi dalla barca ma senza una direzione. Non c�erano direzioni, l�: n� nord n� sud n� est n� ovest, voltanto <emphasis>verso </emphasis>e <emphasis>via da.</emphasis></p><p>A Veccia, la luce portata da Ged sembrava una grande stella lenta che si muovesse nell�oscurit�. E l�oscurit� intorno si addens�, anner�, si condens�. Anche Ged vide questo, guardando sempre davanti a s� attraverso la luce. E dopo un poco vide, all�estremo limitare della luce, un�ombra che veniva verso di lui sulla sabbia.</p><p>Dapprima era informe, ma quando si avvicin� assunse la forma di un uomo. Sembrava un vecchio, grigio e torvo, e veniva verso Ged; ma gi� mentre Ged vedeva in quella figura suo padre il fabbro, si accorse che non era un vecchio ma un giovane. Era Diaspro: la bella faccia giovane e insolente di Diaspro, e il mantello grigio dalla fibbia d�argento, e l�andatura impettita. Pieno di odio era lo sguardo che fissava su Ged attraverso l�aria buia. Ged non si ferm� ma rallent� il passo, e mentre avanzava sollev� pi� in alto il bastone. Il bastone s�illumin� di pi�, e nella sua luce l�aspetto di Diaspro abbandon� la figura che si avvicinava e che divenne Pechvarry. Il volto di Pechvarry era gonfio e pallido come quello di un annegato: protese la mano, stranamente, come in un cenno di richiamo. Ged non si ferm� ma continu� a camminare, sebbene ormai tra loro ci fosse solo una distanza di poche braccia. Poi la cosa che lo fronteggiava cambi� completamente, allargandosi come se spiegasse enormi ali sottili, e si contorse e si gonfi� e si contrasse. Ged vi scorse per un istante la bianca faccia di Skiorh, e poi un paio d�occhi annebbiati e fissi, e poi all�improvviso una faccia spaventosa che non conosceva, uomo o mostro, con labbra frementi e occhi che erano abissi spalancati sul vuoto nero.</p><p>Allora Ged lev� alto il bastone, e lo splendore di questo divenne insostenibile, cos� bianco e grande da vincere perfino quella tenebra antica. In quella luce ogni forma umana abbandon� la cosa che veniva verso Ged. La cosa si rattrapp� e si anner�, strisciando sopra la sabbia su quattro corte zampe unghiute. Ma continuava ad avanzare, levando verso di lui il muso informe senza labbra n� orecchi n� occhi. Quando si accostarono divenne assolutamente nera nel bianco fulgore magico che le ardeva intorno, e si sollev� eretta. In silenzio, uomo e ombra si fronteggiarono e si fermarono.</p><p>A voce alta, chiaramente, infrangendo quell�antico silenzio, Ged pronunci� il nome dell�ombra, e nello stesso momento l�ombra, senza labbra e senza lingua, parl� dicendo la stessa parola:�� Ged.�� E le due voci erano una sola voce.</p><p>Ged protese le mani lasciando cadere il bastone e afferr� la sua ombra, l�io nero che si tendeva verso di lui. Luce e tenebra s�incontrarono, e si congiunsero, e furono una cosa sola.</p><p>Ma a Veccia, che osservava atterrito nel crepuscolo tenebroso, da lontano, oltre la sabbia, parve che Ged fosse sopraffatto, perch� vide il chiaro fulgore affievolirsi. La rabbia e la disperazione lo travolsero, e balz� sulla sabbia per aiutare l�amico o morire con lui, e corse verso quel piccolo scintillio di luce che svaniva nella vuota oscurit� della terraferma. Ma mentre correva la sabbia sprofond� sotto i suoi piedi, e lui vi si dibatt� come tra le sabbie mobili, in una pesante corrente d�acqua, fino a che, con un suono ruggente e nello splendore del giorno e nel freddo rabbioso dell�inverno e nel sapore amaro del sale, il mondo gli venne reso, e lui affond� all�improvviso nel vero mare vivente.</p><p>L� vicino, la barca ondeggiava sulle grige onde, vuota. Veccia non riusc� a scorgere altro sull�acqua: le creste martellanti delle onde gli riempivano gli occhi e l�accecavano. Poich� non era un buon nuotatore, lott� come pot� per raggiungere la barca e si iss� a bordo. Tossendo, cercando di scrollare via l�acqua che gli ruscellava dai capelli, si guard� intorno disperatamente senza sapere da che parte guardare. E finalmente scorse qualcosa di scuro tra le onde, lontano, attraverso quella che era stata sabbia e che adesso era mare. Poi balz� ai remi e rem� energicamente verso il suo amico, e afferrato Ged per le braccia l�aiut� e lo iss� sulla barca.</p><p>Ged era stordito, e aveva gli occhi vitrei come se non vedesse niente, ma non aveva ferite. Il suo bastone di nero legno di tasso, privo di ogni fulgore, era stretto nella sua destra: e non volle lasciarlo. Non disse una parola. Esausto e fradicio e tremante, giacque accasciato contro l�albero senza guardare Veccia, che alz� la vela e gir� la barca per prendere il vento di nordest. Non vide nulla del mondo, fino a quando davanti a loro, nel cielo che si oscurava dov�era tramontato il sole, tra le lunghe nubi, in una baia di luce azzurra, brill� la luna nuova: un cerchio d�avorio, un orlo di corno, il riflesso della luce del sole che risplendeva sull�oceano dell�oscurit�.</p><p>Ged alz� il volto e guard� la remota e fulgida falce a occidente.</p><p>La guard� a lungo e poi si alz� in piedi, stringendo il bastone con tutt�e due le mani come un guerriero impugna la lunga spada. Guard� il cielo, il mare, la bruna vela gonfia sopra di lui, il volto dell�amico.</p><p>���Estarriol�� disse,�� guarda, � fatto. � finita.�� Rise.�� La ferita � risanata�� aggiunse.�� Sono intero, sono libero.�� Poi si pieg� e nascose il volto tra le braccia, piangendo come un bambino.</p><p>Fino a quel momento Veccia l�aveva osservato con ansiosa paura, perch� non sapeva bene cosa fosse accaduto l� sulla terra tenebrosa. Non sapeva se sulla barca, con lui, c�era Ged, e da ore la sua mano era pronta ad afferrare l�ancora per sventrare la chiglia e affondare l�imbarcazione in mezzo al mare, cos� da non ricondurre ai porti di Earthsea la cosa maligna che forse�� come lui temeva�� aveva preso l�aspetto e la forma di Ged. Ora, quando vide il suo amico e lo ud� parlare, ogni dubbio svan�. E cominci� a comprendere la verit�: Ged non aveva n� perso n� vinto, ma, dando il proprio nome all�ombra della propria morte, si era reintegrato: era tornato a essere un uomo che, conoscendo il suo vero io, non pu� essere usato n� posseduto da altro potere che se stesso, e la cui vita quindi � vissuta per amore della vita e mai al servizio della rovina o della sofferenza o dell�odio o della tenebra. Nella <emphasis>Creazione di �a</emphasis>, che � il canto pi� antico, � detto: �Solo nel silenzio la parola, solo nella tenebra la luce, solo nella morte � vita: fulgido � il volo del falco nel cielo deserto�. E Veccia cant� a voce spiegata quel canto mentre dirigeva la barca verso occidente, spinto dal freddo vento della notte invernale che spirava dietro di loro dall�immensit� del mare aperto.</p><p>Navigarono per otto giorni e per altri otto, prima di giungere in vista della terra. Molte volte dovettero riempire l�otre con acqua di mare resa dolce con gli incantesimi; e pescarono, ma anche quando lanciavano gli incantesimi dei pescatori prendevano ben poco, perch� i pesci del mare aperto non conoscono il proprio nome e non fanno caso alla magia. Quando non rest� loro pi� nulla da mangiare che pochi bocconi di carne affumicata, Ged ricord� ci� che aveva detto Millefoglie allorch� lui aveva rubato la focaccia dal focolare: che avrebbe rimpianto il suo furto quando avesse sofferto la fame in mare; ma per quanto fosse affamato, quel ricordo lo alliet�. Perch� Millefoglie aveva detto anche che lui, insieme a suo fratello, sarebbe ritornato a casa.</p><p>Il vento magico li aveva portati solo per tre giorni verso oriente, eppure navigarono sedici giorni verso occidente per ritornare. Nessuno � mai tornato da tanto lontano sul mare aperto come fecero i giovani maghi Estarriol e Ged nell�aratura dell�inverno, con la loro barca scoperta. Non incontrarono grandi tempeste e mantennero la rotta con la bussola e con la stella Tolbegren, procedendo un poco pi� a nord del percorso che avevano compiuto all�andata. Perci� non tornarono a Astowell ma superarono Toly Lontana e Sneg senza avvistarle, e scorsero per la prima volta la terra al largo del capo pi� meridionale di Koppish. Sopra le onde videro le scogliere di pietra ergersi come una grande fortezza. Gli uccelli marini gridavano volteggiando sopra i frangenti, e il fumo dei focolari dei piccoli villaggi aleggiava azzurrognolo nel vento.</p><p>Da l�, il viaggio fino a Iffish non fu lungo. Giunsero nel portico di Ismay in una sera silenziosa e scura, prima di una nevicata. Legarono la <emphasis>Vistacuta</emphasis>, che li aveva portati alle coste del regno della morte e li aveva riportati indietro, e per le strette viuzze salirono alla casa del mago. I loro cuori erano leggeri quando entrarono nella luce e nel tepore, sotto quel tetto; e Millefoglie corse loro incontro piangendo di gioia.</p><empty-line/><p>Se anche Estarriol di Iffish mantenne la sua promessa e compose un canto su quella prima grande impresa di Ged, � andato perduto. Nello stretto Orientale si racconta la storia di una barca che s�incagli�, sopra l�abisso dell�oceano, a giorni e giorni di distanza dalla spiaggia pi� vicina. A Iffish dicono che era Estarriol a governare quella barca, ma a Tok dicono che erano due pescatori spinti dalla tempesta lontano sul mare aperto, e a Holp parlano di un pescatore di Holp e dicono che non riusc� a disincagliare la sua barca dalle sabbie invisibile su cui si era arenata e che quindi vaga l� ancora adesso. Perci� del Canto dell�Ombra rimangono solo alcuni frammenti di leggenda, portati come fuscelli alla deriva da un�isola all�altra nel corso di lunghi anni. Ma nelle <emphasis>Gesta di Ged </emphasis>non si parla di quel viaggio, n� dell�incontro di Ged con l�ombra prima che navigasse illeso sulla rotta dei draghi o riportasse l�anello di Erreth-Akbe dalle Tombe di Atuan a Havnor o ritornasse finalmente a Roke come arcimago di tutte le isole del mondo.</p><subtitle>FINE</subtitle></section></body><binary id="cover" 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